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Si può fare a meno
dell'uomo economico

L'attuale sistema economico, oltre che essere profondamente in crisi, prevede una rigida divisione dei ruoli e del potere ed è basato sull'esistenza di molti perdenti, che spesso sono le donne. Per superarlo bisogna puntare su un nuovo modello, tutto rivolto alla solidarietà e alla collaborazione tra le persone.

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La nomina di quattro donne alla presidenza di società pubbliche è sicuramente un fatto storico. Più a livello di immagine che di potere esecutivo. Si sarebbero potuto trovare figure con minor rischio di conflitti d’interesse. Ma se proponessero un blind trust all’americana per fugare ogni sospetto di intrecci, allora sarebbe una vera svolta.

La violenza contro le donne è un fenomeno culturale in crescita che trova linfa nella profonda crisi economico e sociale attuale. Per fortuna se ne comincia ad avere consapevolezza. Oggi, combattere la violenza, significa chiamare in causa il maschile. L'esperienza del primo Centro di ascolto per uomini maltrattanti.

L’uguale partecipazione nel processo decisionale è ora più importante che mai per il futuro della vita sociale ed economica dell’Unione. Le elezioni del 2014 al Parlamento europeo sono un momento decisivo. Idee dalla campagna per la parità

Negli Stati Uniti e in molti dei “paesi svilupati” i movimenti e le economiste femministe si sono occupati di come dare potere alle donne all'interno del sistema capitalistico. Questo ha significato teorizzare e documentare le discriminazioni di genere e lottare per ottenere uguali diritti e pari opportunità per le donne. Ha comportato analizzare il ruolo chiave che il lavoro di cura non retribuito e quello informale hanno per l'economia, ed è stato necessario impegnarsi affinché se ne tenesse in considerazione nelle scelte di macro politica, per ottenere congedi parentali e altri strumenti in suo sostegno. È stato necessario analizzare i conflitti tra i lavori retribuiti, specie quelli tradizionalmente maschili, e il lavoro domestico e di cura non pagato, l'erosione di quest'ultimo con l'entrata delle donne nel mercato del lavoro retribuito, e di conseguenza mobilitarsi a favore di politiche per la famiglia e per il lavoro che compensassero lo svantaggio sistematico di chi svolge lavoro di cura non retribuito (1).

 

In effetti negli ultimi 40 anni sono stati fatti progressi notevoli. Il concetto di discriminazione di genere ha rimpiazzato l’idea di una divisione naturale dei compiti e l'imposizione di ruoli economici rigidi in base al sesso è,  ad oggi, considerata per lo più inaccettabile. Grazie al supporto dei movimenti femministi, le donne si sono fatte strada tra i lavori a forte prevalenza maschile, compresi quelli di prestigio, e con i programmi di microcredito le capacità imprenditoriali femminili sono state riconosciute in tutto il mondo e in particolare nei paesi poveri.

 

Allo stesso tempo, però, l'esperienza degli ultimi 40 anni ha mostrato i limiti della nostra capacità di liberare e dare potere alle donne nel momento in cui siamo costrette ad accettare i ruoli correnti dell’attuale gioco economico. Per partecipare al gioco e vincere, le donne devono agire come un “uomo economico”. Le economiste femministe americane, nella pionieristica raccolta sull’economia femminista Beyond Economic Man (Oltre l'uomo economico), definiscono questo tipo umano come sostanzialmente egoista, competitivo, individualista, concentrato sui soldi e motivato dall'avidità (2). 

E anche senza la discriminazione per razza o sesso, il gioco in sé ha molti aspetti negativi

  • Per poter giocare, dobbiamo accettare che molte donne, e molte persone, continuino a essere i perdenti, spesso senza nemmeno avere soddisfatti i bisogni primari.

  • Per poter giocare, dobbiamo ridurre al minimo o delegare ad altre (di solito donne) il nostro lavoro di cura non retribuito (3).

  • Per poter giocare, dobbiamo occuparci di aumentare i profitti della nostra azienda o di quella per cui lavoriamo, essere al servizio dei proprietari e i suoi stakeholder, ma ignorando o addirittura a danno di tutti gli altri, compresi lavoratori, consumatori, fornitori, le comunità locali, il governo e lo stesso pianeta da cui tutti dipendiamo per vivere.

  • Per poter giocare, dobbiamo chiudere gli occhi davanti alle crisi multiple che il gioco economico continua a creare, dal clima all'energia, dal cibo all'acqua, fino al lavoro e all'anima, crisi che minacciano l'esistenza di tutte le donne, dei nostri bambini e degli uomini nelle nostre vita.

     

Una volta Riane Eisler, autrice de The Chalice and the Blade (Il calice e la spada, 1987) ha detto: «A che serve lottare per avere i posti migliori se la barca sta affondando?». È chiaro che c'è qualcosa di profondamente sbagliato nel sistema economico dominante, nel suo stesso Dna. Qualcosa che necessita di una trasformazione radicale. Per la maggior parte di noi è altrettanto chiaro che il movimento femminista in tutto il mondo e le economiste femministe devono avere un ruolo fondamentale in questa trasformazione. Ma come possiamo fare in modo che sia così?

 

IL FEMMINISMO E L'ECONOMIA DELLA SOLIDARIETà

Negli ultimi 25 anni sono state proposte, a livello mondiale, diverse definizioni di economia della solidarietà (4). Io e Jenna Allard abbiamo identificato i 4 scopi dell'economia solidale: 1. la soddisfazione dei bisogni umani, 2. l'abbattimento delle gerarchie di oppressione economica di ogni tipo, 3. lo sviluppo del potenziale umano e 4. la conservazione delle nostre comunità e dell'ambiente. Tutti questi obiettivi sono congruenti con gli obiettivi femministi (5). 

Il fulcro dell'economia della solidarietà è l'emergere di un nuovo tipo di persona economica – una persona votata alla solidarietà – che abbia a cuore sé stessa e gli altri, sia socialmente responsabile e collaborativa, che riconosce un valore alla comunità e rispetta la terra. Per le economiste femministe un aspetto fondamentale di questa nuova persona solidale è che trascende la polarizzazione tra maschile e femminile su cui si basano l'uomo e la donna economica e il capitalismo. Come ha giustamente notato Julie Nelson, questa polarizzazione (e aggiungerei la gerarchia ad essa associata), crea forme distorte o negative di maschilità e femminilità (6). La forma negativa della maschilità dell'uomo economico confonde l'autoaffermazione e la forza con l'insensibilità, la dominazione e la rigidità. L'abnegazione e la subordinazione delle modalità di cura della donna economica comportano l'accettazione della dominazione maschile, se non l'attiva auto-vittimizzazione e produce bambini che crescono per essere maschi dominatori, donne servili e autosubordinate o entrambi. 

In ambito lavorativo, viene superata la segregazione di uomini e donne “economici” rispettivamente in lavoro retribuito e non, così come la separazione dei compiti familiari in obiettivi competitivi di bread-winning e auto subordinazione. Entrambi i lavori, retribuito e non retribuito, possono essere valorizzati, perseguiti e integrati dalla persona economica solidale per sostenere la sua sussistenza e quella dei suoi cari, come mezzo di espressione personale e di sviluppo, e come modo per mettersi al servizio degli altri, della società e del pianeta. L'attività solidale va dal lavoro riproduttivo e per la comunità fino al lavoro retribuito per attività socialmente responsabili, il settore non-profit, o come agitatori e informatori nelle imprese indipendenti, “non mainstream”. 

Infine lo spirito imprenditoriale, fondamentale per il dinamismo capitalistico, nell'economia della solidarietà viene trasformato. L'imprenditore capitalista o il manager sono le incarnazioni dell'uomo economico, concentrato sul successo come massimizzazione della ricchezza e dei profitti, che persegue creando bisogni non necessari e con l'obsolescenza forzata, minimizzano (ed esternalizzando) i costi; sfruttando i lavoratori, la terra, i fornitori e i consumatori; piegando lo stato ai suoi interessi personali e attraverso ruberie, concussione e corruzione. Al contrario un'imprenditoria della solidarietà fa parte di un processo produttivo creativo e vantaggioso per tutti, di cui beneficiano tutto gli stakeholder (lavoratori, consumatori, proprietari, la comunità, l'ambiente, il governo, i fornitori e i concorrenti), con il supporto di consumatori, lavoratori e investitori socialmente responsabili, nonché delle politiche pubbliche lungimiranti. La persona solidale, come imprenditore o come manager, crea aziende di alto livello, che possono essere socialmente responsabili, non profit, cooperative o business a favore di comunità.

 

CONCLUSIONI:

La nuova persona economica, o meglio, le nuove persone economiche di cui le femministe sono alla ricerca stanno emergendo a fianco e attraverso l'economia della solidarietà. In questo momento di passaggio, ci stiamo la strada mano a mano che viaggiamo. E la via stessa che stiamo percorrendo costruisce noi, ci permette di trasformarci, di liberarci, di curarci le ferite della divisione gerarchica in base a sesso, razza, classe e nazione. L'economia della solidarietà è un percorso economico avanzato che può davvero liberare le donne e le persone.

 

NOTE

 

(1) Mathaei e Brandt concettualizzano queste battaglie in tre diversi processi economici femministi: pari occurtunità, dare valore a ciò che non ne ha, e integrativo. Vedi J. and Brandt B. (2007), “The Transformative Moment” in Albritton R., Jessop R. and R.Westra (eds.) (2007), Political Economy and Global Capitalism: The 21st Century Present and Future, London: Anthem Press

 

(2) Ferber M. and Nelson J. A. (eds.) (1993), Beyond Economic Man: Feminist Theory and Economics, Chicago: University of Chicago Press.

 

(3) Si veda Folbre N. (2001), The Invisible Heart: Economics and Family Values, New York: New Press; Folbre N. (1995), “’Holding Hands at Midnight’: The Paradox of Caring Labor”, Feminist Economics, 1(1): 73-92.

 

(4) Per un compendio delle definizioni si veda TransformationCentral.org for a compendium of definitions.

 

(5) Allard J. and J. Matthaei (2008) “Introduction,” in Jenna Allard J., Davidson C., and J. Matthaei (eds.) Solidarity Economy: Building Alternatives for People and Planet, Chicago: Change Maker Publishing.

 

(6) Nelson J. A. (1996), Feminism, Objectivity, and Economics, New York: Routledge.

 

 

 

Commenti

Inviato da Felice Di Maro ... (utente non registrato) il

Si può fare a meno dell'uomo economico. Si tratta di un interrogativo o di un programma? Julie Matthaei in questo articolo pone il tema, che è cruciale. Lei dice che “l'attuale sistema economico, oltre che essere profondamente in crisi, prevede una rigida divisione dei ruoli e del potere ed è basato sull'esistenza di molti perdenti, che spesso sono le donne. Per superarlo bisogna puntare su un nuovo modello, tutto rivolto alla solidarietà e alla collaborazione tra le persone”.

Premesso che affermare che il sistema attuale è “basato sull'esistenza di molti perdenti, che spesso sono le donne” è centrale. E, naturalmente i ”molti perdenti” sono anche gli uomini. C'è però un modo di interpretare l'insieme dei fenomeni economici rivolgendo attenzione solo a “puntare su un nuovo modello”, cosa legittima in sé e condivisibile, ma questa visione non consente di produrre opzioni a breve praticabili. Perché? Perché cambiare interpretazioni relazionate ai modelli di sviluppo corrente produce teorie, ottime certo, ma teorie. Chi è che dirige le leve finanziarie del pianeta terra? Non certo coloro che hanno problemi di spesa alimentare. Mi si dimostri il contrario!

Naturalmente l'articolo è degno di attenzione in quanto affermare che “il fulcro dell'economia della solidarietà è l'emergere di un nuovo tipo di persona economica” è una sintesi ma è anche un programma di ricerca. Diciamola tutta. Serve nella società contemporanea che si affermi la “donna economica”. Certo è facile a dirsi ma in pratica ci sono tantissimi condizionamenti che andrebbero però studiati , e come “perdenti” e cioè uomini e donne.

Sinceramente non ci credo molto alla coesione sociale. Le classi ci sono e continueranno ad esistere. Può il confronto civile sostituirsi al conflitto? No. Perché? Perché chi sta bene in linea di massima se ne frega di chi sta male e non può fare la spesa alimentare. Certo ne parla, e ne parla bene, gli dispiace tanto ma poi dopo che ne ha parlato finisce la. Ora come dice Julie che “l'economia della solidarietà è un percorso economico avanzato che può davvero liberare le donne e le persone” io però ci credo. A patto che la ricerca vera e lo studio collegato in sé non abbia asimmetrie informative di base. In questa fase della nostra storia abbiamo strumenti impensabili fino a qualche anno fa. Certo esiste il culto della personalità. In Italia ad esemio l'accademico è accademico e a volte si presenta come una via di mezzo tra un Padre Eterno e un Gesù Cristo. Però oggi, con tutti i limiti il confronto può essere possibile. Certo non è uno strumento che si pone in maniera equilibrata ma possiamo quanto meno tentare di utilizzarlo.
Oggi rileviamo che l'insieme dei scenari dell'economia sono in evoluzione a livello mondiale. E, possiamo quindi formulare opzioni e se avremo anche la capacità di farle come uomini e donne, insieme, potremo avere una economia che garantisca diritti primari a tutti.

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