Articololavoro

Sorpasso e sgambetti,
i numeri delle ragazze

Più studio, più libri, più spazi tutti per sé. Ma anche meno lavoro e più part time imposto. Per l'8 marzo l'Istat ha dato i numeri delle giovani donne. Un regalo molto utile, anche se con qualche distrazione. E una notizia buona per il web: il digital divide non è di genere

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Per l’otto marzo, l’Istat ci ha regalato una breve sintesi dei numeri di cui dispone sulle giovani donne italiane, intendendo per “giovani” i 3 milioni 855 mila donne fra i 18 e i 29 anni. Quella che segue è una sintesi della sintesi.

Che tipo di famiglia è quella delle giovani donne? 71 su 100 vivono con i genitori - contro 83 su 100 degli uomini giovani -  e il 22 per cento vive in coppia, contro l’8 per cento dei coetanei: questo perché, ancora oggi, nella maggior parte delle coppie, la donna è più giovane. Le giovani quindi escono più presto dalla famiglia d’origine e attraversano prima uno delle fasi fondamentali della transizione all’età adulta.

Il 15,4 per cento di loro ha uno o più figli: una percentuale, tutto sommato, abbastanza bassa. Fra quelle che vivono in coppia, il 21 per cento non è sposata, percentuale che forse diminuisce con l’età, perché per molte coppie un periodo di convivenza è preliminare alla successiva “istituzionalizzazione”.

Nell’istruzione, il sorpasso delle giovani donne è già avvenuto, e non da oggi: nel 2010 il 37,6 per cento segue un percorso di istruzione, scolastico o di formazione professionale, contro il 30,7 per cento dei maschi. Sette punti in più, che erano cinque nel 2005. Idem per la laurea: nel corso dei cinque anni le laureate sono passate dal 10,5 per cento al 14,9 per cento delle donne della stessa fascia di età, mentre i laureati erano il 6,9 per cento e sono diventati solo il 9,4 per cento.

Nel lavoro cominciano i dolori: appena il 35,4 per cento delle giovani (anche se mediamente più istruite dei giovani) ha un lavoro, contro il 48,6 per cento dei coetanei. Solo per le laureate il tasso di occupazione è molto vicino a quello dei coetanei (47,7 per cento contro 48,8 per cento). Per di più, le giovani donne hanno più spesso un lavoro a tempo determinato (34,8 per cento delle donne contro il 27,4 per cento dei giovani). Il “precariato” è femmina, e cresce col crescere del titolo di studio: dal 28,8 per cento tra quelle che hanno un titolo di studio basso al 35 per cento delle diplomate, fino al 40,6 per cento delle laureate.

Anche il part-time è femmina, e questo però non ci stupisce: fra le occupate giovani la percentuale è tripla rispetto ai giovani (31,2 per cento contro 10,4 per cento). Ma per i due terzi si tratta di part-time involontario, e il part-time adesso risulta più diffuso al Sud, al contrario di quanto avveniva 20 anni fa. Difficile pensare che, così com’è, esso possa diventare un efficace strumento di conciliazione.

Non studiano e non lavorano, né cercano lavoro, il 30 per cento delle giovani, contro il 23 per cento dei coetanei. Le NEET[1] sono numerosissime tra le giovani con basso titolo di studio (44 per cento): segno che lavori per i giovani che non hanno studiato ancora se ne trovano, ma per le ragazze no.

E il lavoro familiare? Fra chi vive con i genitori, le figlie coinvolte nel lavoro familiare sono il 75,4 per cento contro il 37,3 per cento dei figli, ma anche il tempo mediamente dedicato è superiore (2 ore contro 1 ora e 15). Se questo è l’antefatto, non ci si può stupire che il divario fra i due sessi aumenti fra chi ha una famiglia propria.

Tutto nero, dunque? Non proprio. Le giovani donne in realtà sembrano molto capaci di conquistarsi spazi per sé.

Il 64,4 per cento delle giovani legge libri contro il 41,3 per cento dei coetanei: 23 punti percentuali in più. Si dirà: perché hanno studiato di più. Non solo per questo: a parità di titolo di studio, permane un forte vantaggio femminile. Il 39,6 per cento visita musei e mostre, otto punti in più dei giovani uomini. Il 25,8 per cento va a teatro contro il 19,5 per cento dei giovani. L’81 per cento va al cinema, e finalmente non ci sono differenze con l’altro sesso (forse perché ci vanno insieme). Anche per la musica non sembrano esserci grandi diversità. Per la radio invece sì: la sentono un po’ di più le giovani, specie le laureate.

L’81 per cento usa pc e internet, un valore pari a quello dei coetanei. Per le donne delle precedenti generazioni esisteva invece un sensibile divario. Semmai, differenze esistono rispetto all’acquisto dei marchingegni tecnologici (software e hardware per pc, videogiochi), che sembrano appassionare molto di più gli uomini.

Le donne giovani sono anche meno autodistruttive: tra loro sono meno diffusi i comportamenti a rischio nell’uso di bevande alcoliche (9 per cento fra le giovani contro il 24,8 per cento fra i giovani maschi). In negativo, invece, va segnalata la minore diffusione dello sport, sia se si considera la pratica continuativa (25,3 per cento per le femmine, contro 39,5 per cento per i maschi), sia quella saltuaria (13,5 per cento contro 18,2 per cento). Dobbiamo dire però che, se lo sport in Italia si riduce al pallone, tipico sport maschile, un campetto si trova dappertutto, mentre non si trova altrettanto facilmente una piscina o una palestra, a meno che non sia a pagamento. E se sport è per forza competizione, perché stupirsi che le donne ne siano meno attratte?

In conclusione, siccome siamo incontentabili, diciamo subito che l’Istat ci ha fatto un regalo un po’ “parsimonioso”: ci ha spiegato che cosa distingue le giovani dai coetanei, ma per il resto l’istituto non si è sprecato molto, nonostante tutte le risorse conoscitive che ha a disposizione.

Ecco tutto quello che l’Istat non ci ha detto e che invece ci avrebbe fatto piacere sapere. Anzitutto non ci ha detto nulla delle giovani straniere: stranamente nella sintesi non ce n’è traccia, eppure sono tante. Poi, poco sappiamo delle differenze fra le donne giovani e quelle che giovani non sono più, differenze utili a capire se le donne di domani saranno diverse da quelle di oggi. Ancora, non ci ha detto se le giovani di oggi sono diverse da quelle che erano giovani 20 anni fa, per capire quanto siamo già cambiate. Infine, se e come le giovani italiane sono diverse da quelle degli altri paesi, almeno quelli europei.

Intendiamoci, tutte queste informazioni già le hanno, all’Istat. Avrebbero potuto valorizzare meglio il lavoro che avevano già fatto.

 


[1] L’acronimo NEET sta per “neither in employment nor in education or training”.

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