Articolopari opportunità

Storia di elettrìci
poco elette

Prima più conservatrici degli uomini, poi più progressiste e infine molto berlusconiane. Il voto delle italiane ha attraversato diverse fasi. Il libro Dove batte il cuore delle donne?, di Sarlo e Zajczyk, cerca di capire le ragioni dello scarso impegno femminile in prima persona, all'interno del quadro storico nazionale

Articoli correlati

La campagna per il “fertility day”, sommersa dallo sdegno generale, soprattutto femminile, resterà negli annali come clamoroso infortunio comunicativo e politico. Un disastro, per chi pensa che sia necessario un discorso pubblico e politico sulla fertilità e sull’infertilità

Che ruolo svolgono le reti sociali con cui le persone di successo interagiscono? L'esperienza dei network femminili di "Vital Voices"

Raggiungere almeno il 30% di presenza femminile nella leadership delle organizzazioni in Italia cambierebbe molte cose. Ne parliamo con la presidente del club 30%, Mariacristina Gribaudi

Gli strafalcioni mediatici durante le ultime olimpiadi sono solo il sintomo di una "malattia" che i dati descrivono chiaramente: quella di un'Italia affetta da sessismo e omofobia. Tutti i numeri dell'ultima indagine Eurobarometro

Svista, lapsus, errore od omissione? La vita delle elettrici e delle elette nell’Italia repubblicana comincia così: con un decreto luogotenenziale del 1 febbraio 1945 che “concede” il voto alle donne, ma si dimentica di introdurre il diritto a essere elette. Il 10 marzo 1946, più di un anno dopo, una nuova legge provvederà a ricucire la ferita: le italiane si precipiteranno a votare in alte percentuali e con grande entusiasmo, ma – secondo Assunta Sarlo e Francesca Zajczyk, autrici di Dove batte il cuore delle donne?, Laterza 2011 – quella gaffe d’origine segnerà con uno strascico di disattenzione, e di non di rado di reciproca estraneità, il rapporto fra le donne e la rinata democrazia del nostro Paese.

Dove batte, dunque, il cuore delle donne? Spesso altrove rispetto al voto e alla partecipazione politica, che pure praticano, anche se assai mal ripagate in termini di riconoscimenti e di potere. La Svezia è lontana e Malta è vicina: da anni non smettiamo di dolercene. Sarlo e Zajczyk, in questo libro, che è anche un breviario del nostro dopoguerra, ne cercano  le ragioni.

Antica e interessantissima è la cultura del “dovere” di voto. Legittimata anche dalla Costituzione (art.48), venne usata, alla vigilia del primo appuntamento elettorale, in un paio di discorsi fondamentali rivolti da Pio XII alle donne: le sue esortazioni ad andare alle urne avevano lo scopo di proteggere la fede e la famiglia e di porre un argine al comunismo. In una paese modellato dall’autoritarismo fascista rimase fino all’inizio degli Sessanta la convinzione (tra gli insegnanti, tra gli impiegati pubblici, e naturalmente tra le loro mogli) che mancare al voto, oltre a venire registrato – per esempio nel certificato di buona condotta - potesse essere un comportamento oggetto di misteriose e non comunicate sanzioni. È in questo clima che matura e vive, fino alla metà degli anni Sessanta, quello che le autrici chiamano il traditional gender gap che induce le donne ad essere più conservatrici degli uomini.

Poi, in un sondaggio Doxa del 1973, si scopre che solo il 6,1% delle donne italiane vuole somigliare alla propria madre. Da qui inizia il modern gender gap, l’astensionismo come esercizio discontinuo di una facoltà, non legato all’essere periferiche: spesso - sicuramente nelle elezioni del 2001 e del 2006 - votano più a sinistra degli uomini e altrettanto spesso lo fanno in nome di un “modo di pensare materno” che mette al primo posto la tutela dei servizi e dell’ambiente. Pur nel generale aumento dell’astensionismo, le ragazze fra i venti e i trenta anni di oggi scelgono di andare alle urne per il 7% in più dei maschi. Insomma la cultura del diritto è infinitamente più mobile e variegata di quella del dovere.

Ma l’irresistibile ascesa di Berlusconi nel 1994 fa storia a sé. Un storia tutta italiana. Un’offerta nuova, ipnotica, televisiva. Le casalinghe, che votavano centro-destra per il 50%, salgono al 65%. Il 70% delle persone che guardano la televisione per più di quattro ore al giorno (in larga maggioranza donne in età matura) corrono come in un plebiscito nelle braccia di Berlusconi. È l’epoca in cui D’Alema e Fassino ci infliggono agnizioni di tate e risotti in diretta. Come dice il vecchio proverbio cinese: quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito. Pochi capiscono che quell’ipnotismo è imbattibile, non può essere imitato, mentre la democrazia richiede di essere rimessa in ordine dalle fondamenta del suo sistema informativo. Ma anche la cultura delle donne è a lungo spiazzata: il mix diabolico di ottundimento di signore attempate e trionfo di giovani bellezze seminude è difficile da decifrare. Ci si arriverà nell’autunno del patriarca, quando – come scriverà anche la sua ex moglie – troppe saranno le vergini che si offrono al drago.

E oggi? Siamo nell’epoca del verticismo illuminato. Sindaci di primo piano insediano giunte con il 50%. Tribunali amministrativi chiedono conto ai comuni dell’incoerenza tra le generose declamazioni dei loro statuti e le miserie della pratica dell’esercizio vero del potere. Ma una strategia, una passione piena per la partecipazione politica, tarda ancora a vedersi.

 

 

 

Commenta