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Gli ultimi dieci anni del
mercato del lavoro

Foto: Unsplash/ Mad Fish Digital

L'aumento dell'occupazione femminile è andato di pari passo con quello dei part time involontari e con un settore terziario in espansione. Com'è cambiato il mercato del lavoro negli ultimi dieci anni nei numeri di due rapporti appena pubblicati da Istat e Cnel

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Dieci anni sono trascorsi dall’inizio della grande recessione, e sono sufficienti per mettere a fuoco con maggiore chiarezza cosa è avvenuto nel mercato del lavoro dal 2008. Solo il numero degli occupati è tornato quello di prima, tutto il resto è cambiato.      

Due rapporti, uno del Consiglio nazionale dell'economia del lavoro (Cnel), l’altro dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), ne parlano, con accenti abbastanza simili. Né potrebbe essere diversamente, visto che i temi in parte si sovrappongono. Il rapporto Cnel presenta analisi di accademici e centri di ricerca indipendenti, estendendosi anche al campo delle relazioni industriali. Il rapporto Istat rappresenta un caso fortunato di collaborazione fra diversi soggetti: Ministero del Lavoro, Istat, Inps, Anpal e Inail, e l'istituto ne rivendica la qualità fin dal sottotitolo, verso una lettura integrata.

Il numero degli occupati (“le teste”) risulta oggi lievemente superiore a quello del 2008: +114 mila unità a fine periodo (media primi 3 trimestri 2018). Coerentemente, anche il tasso di occupazione è tornato ai massimi. Nello stesso tempo, tuttavia, sia il Pil che le ore lavorate non recuperano ancora il livello del 2008 (-5% circa per entrambe). Come si spiega questa divaricazione? 

Anzitutto, se si fa riferimento non agli occupati delle indagini sulle forze di lavoro, ma alle unità di lavoro a tempo pieno della contabilità nazionale, continuano a mancare all’appello un milione di unità. Se ne erano perse due milioni nel primo quinquennio, ma il recupero, nel secondo quinquennio, ha coperto solo metà della perdita.

I sei essenziali grafici riportati nel Rapporto Istat a pagina 14 spiegano la diversa evoluzione delle componenti dell’occupazione rilevate dalle indagini sulle forze di lavoro.

 

Distinguendo per posizione nella professione, sono diminuiti gli occupati indipendenti (-602 mila), non solo per la crisi del commercio al dettaglio, ma a causa dei cambiamenti legislativi, con l’abrogazione dei contratti di collaborazione a progetto nel 2015, prima classificati fra i lavoratori autonomi; i dipendenti a tempo indeterminato sono rimasti sostanzialmente stabili, contrariamente a quanto si penserebbe (-19 mila); infine i dipendenti a termine sono fortemente aumentati (+ 735 mila) compensando la diminuzione degli autonomi. Il lavoro dipendente a termine è più diffuso tra i giovani di 15-29 anni, tra i quali un occupato su tre svolge un lavoro a termine. Questa forma di lavoro riguarda tuttavia anche gli adulti: nel 2018 oltre un terzo dei dipendenti a termine ha tra i 35 e i 54 anni, con un’incidenza sul totale degli occupati di quasi il 10 per cento. Più alta l’incidenza nel Mezzogiorno, dove i dipendenti a termine rappresentano quasi il 17% degli occupati, contro il 12-13% del Centro-Nord.

Secondo il regime orario, i lavoratori a tempo pieno sono diminuiti di 866 mila unità, e anche i part time volontari (-450 mila), segno quest’ultimo di un mercato del lavoro dove la flessibilità scelta dall’offerta, per conciliare i tempi di vita, ha meno spazio di prima, e sono aumentati invece i part time involontari (+1.430 mila), segno di sottoccupazione, concentrati soprattutto nel Mezzogiorno, e che investono anche la forza lavoro maschile. “Non siamo di fronte a una felice ridistribuzione del lavoro fra le famiglie, ma a una minore intensità del lavoro e a una disoccupazione diseguale”, sottolinea il presidente del Cnel, Tiziano Treu. Ciò nonostante, lavoro povero e lavoro part-time non sono sinonimi, perché il salario orario non è molto minore. Differisce il reddito annuo, perché minore è il numero delle ore lavorale.

Quanto alla qualifica, sono diminuiti gli operai (-1 milione e 52 mila), mentre ha tenuto l’occupazione impiegatizia (+179 mila) e altre occupazioni non qualificate (+476 mila). Sul totale dell’occupazione dipendente, si registrano un 21% di lavoratori sotto-istruiti e un 31% di sovra-istruiti rispetto alle caratteristiche che l’occupazione svolta richiederebbe (2014-16). “Troppo istruiti” sono soprattutto gli occupati giovani e gli addetti alla manifattura. Un dato di “disallineamento formativo” che induce serie preoccupazioni sulla capacità innovativa delle imprese italiane, specie quelle industriali.

La disaggregazione per settore di attività economica mostra che l’agricoltura è stabile (+27 mila addetti), le costruzioni hanno subito un vero tracollo (-549 mila addetti), l’industria in senso stretto ha ceduto 287 mila occupati, e il terziario ha invece guadagnato 470 mila occupati nei servizi di mercato e quasi altrettanti nei servizi collettivi e alla persona. Se la composizione per settore dell’occupazione italiana ricalcasse quella della Ue a 15 (il nucleo storico prima dell’allargamento), avremmo un 8,3% nella sanità e assistenza sociale, anziché il nostro 4,7%, con 1 milione 435 mila occupati in più (che sarebbero soprattutto occupate). E viceversa, avremmo 434 mila occupate in meno nei servizi domestici (colf e badanti), che in Italia pesano oltre il doppio della media europea (si veda pag. 17, rapporto Istat).

Le trasformazioni forse più evidenti sono la redistribuzione fra uomini e donne (i primi perdono 388 mila occupati, le seconde ne guadagnano 503 mila) e quella territoriale, con il Centro Nord che vede un aumento di 376 mila unità e il Mezzogiorno che ne perde 262 mila. Trasformazioni che si intrecciano con le precedenti: l’aumento dell’occupazione femminile va insieme con l’aumento dell’occupazione terziaria e con il dilagare del part time involontario, la riduzione dell’occupazione industriale con il crollo di quella operaia e maschile.

Un’occupazione sempre più polarizzata, con la crescita delle fasce alte e di quelle basse, e la riduzione dei “ceti medi”. Tendenza generalizzata, a livello internazionale, ma che in Italia (e in Grecia) presenta un carattere asimmetrico: la crescita delle categorie meno qualificate prevale numericamente sulla crescita delle categorie più qualificate, con un effetto di generale dequalificazione. 

“Una distanza dalla media europea che è andata accentuandosi nel tempo: nel 2008 il tasso di occupazione della popolazione italiana (15-64 anni) era inferiore di oltre 8 punti percentuali alla media dell’Unione Europea 15, ma per quasi la metà questo divario era dovuto alla fascia professionalmente più alta. La crisi e la successiva ripresa hanno accentuato questa caratteristica, per cui il divario è cresciuto sino a 10 punti percentuali, di cui oltre 8 punti sono dovuti alla più ridotta fascia alta” si legge nel rapporto Cnel. Lavori qualificati che non possono nascere in un’economia, come la nostra, dove la spesa per ricerca e sviluppo rimane troppo bassa, e dove ampi settori della pubblica amministrazione, come la sanità o l’università, non possono assumere per i vincoli di bilancio.

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