Articolobuone pratiche - pari opportunità - violenza

Uomini violenti
Cambiare si può

La violenza contro le donne è un fenomeno culturale in crescita che trova linfa nella profonda crisi economico e sociale attuale. Per fortuna se ne comincia ad avere consapevolezza. Oggi, combattere la violenza, significa chiamare in causa il maschile. L'esperienza del primo Centro di ascolto per uomini maltrattanti.

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L’agito violento è la nuova droga a disposizione dei professionisti di mezza età, dei padri in disarmo e dei giovani alla ricerca di una fondazione attraverso unioni rocambolesche e la fuga verso la genitorialità. E’ il virus che invade lo spazio protettivo della famiglia, che si squarcia e non trattiene. La sua benzina è rappresentata dall’alcool, una crisi depressiva, la nascita di un/una figlio/a o la disoccupazione; il mutuo che schizza alle stelle; la perdita del lavoro dopo la maternità o l’ingresso al lavoro della compagna. Le giovani generazioni sono in preda ad una corsa verso l’anticipazione delle tappe e covano inconsapevolmente i germi dei comportamenti violenti, che brulicano tra i banchi di scuola, nei campi da calcio e negli inviti negati ad una festa di compleanno. Anche per loro, il potere si misura nella velocità della conquista: di un rapporto sessuale, di un cellulare performante o di una autonomia fittizia. Quali possono essere i processi - psicologici, culturali e sociali - che innescano il maltrattamento, facendolo diventare un problema di salute globale e trasversale a tutte le età e le classi sociali?

Il maltrattamento è sempre esistito, ma un tempo il lavoro teneva - e se no i padri dove se ne andavano? - ed il tessuto sociale manteneva compressi il dolore di una donna abusata o di un bambino allo sbando. La violenza adesso esplode nelle case del centro e della periferia e diventa una soluzione facile alla scarica della frustrazione, al collasso dei valori ed alla perdita di senso una volta caduti i fattori di natura culturale e sociale che hanno consentito per generazioni al maltrattamento di lavorare nell’ombra. Purtroppo, non è possibile identificare un’unica causa al problema della violenza. A mio modo di vedere[1], numerosi fattori di rischio - interni ed esterni all’individuo - amplificano la possibilità che il maltrattamento nelle sue svariate forme - fisica, sessuale, psicologica, economica - rappresenti una “via facile” con cui risolvere i problemi legati all’analfabetismo affettivo in cui versa la nostra società. I casi sempre più numerosi e inquietanti di abuso, perlopiù agiti dagli uomini ai danni delle donne, ci segnalano che non è solo una questione di potere e di controllo[2] ma anche di incapacità a gestire le dimensioni del dolore e della sofferenza[3]; condizioni dell’esser maschi, queste, che forse oggi emergono più di ieri alla luce dello “stato di crisi” della nostra società. Le storie di molti uomini, testimoniano l’incapacità di dare forma espressiva alla fragilità attraverso vie alternative alla violenza. Si tratta allora di pensare a nuovi dispositivi che li sostengano nel fare i conti con una condizione di fragilità che è “transgender” e che invece è stata a lungo interpretata come questione femminile da cui distanziarsi per sostenere il mito del maschile produttivo, orientato all’esterno e invincibile.

Per comprendere in modo puntuale cosa sia la violenza, occorre uscire da confortanti luoghi comuni che ci allontanano difensivamente da essa, facendola spesso coincidere con il suo acme, rappresentato dal femminicidio. Le strategie di maltrattamento si manifestano attraverso numerose vie espressive molto più vicine alla porta di casa di quanto si possa pensare. Il silenzio mentre si cena, può diventare un’arma affilata quanto le urla. Le pagine di un quotidiano che fanno un tonfo sordo sul divano, fanno ammalare i/le bambini/e quanto schiaffi e minacce. Sms continui di scuse dopo una litigata, se non graditi, riducono all’insonnia. Ogni gesto, può potenzialmente veicolare il messaggio centrale di cui si veste la strategia maltrattante: tu non esisti, tu non sei niente, conto solo io. E chi agisce in modo sistematico e ripetuto tutto ciò, non lo fa certo perché è affetto da una patologia psichiatrica, almeno nella maggioranza dei casi. La responsabilità dell’abuso appartiene solo a chi lo commette. Per giungere a questa conclusione, ho dovuto effettuare un importante viraggio dal concetto di relazione a quello di responsabilità; un passaggio necessario per avvicinarmi al tema della violenza domestica chiamando direttamente in causa l’uomo. La letteratura mette in evidenza che chi maltratta sceglie di farlo e può essere chiamato ad un’assunzione di responsabilità, che rappresenta il primo passo verso il cambiamento e l’acquisizione di modalità alternative alla violenza nella relazione con la partner e con i/le figli/e. L’autore di violenza deve infatti imparare a render conto alle donne degli agiti commessi; e l’uomo è in grado di apprendere un nuovo modo di stare al mondo se c’è qualcuno che si occupa di guidarlo, offrendogli la possibilità di effettuare una svolta valoriale, sulla scia dell’invito di Jenkins [4]: Che uomo/partner/ padre/ diverso vuoi diventare?

Un nuovo modello maschile

Si tratta perciò di intraprendere una missione culturale, all’insegna di un nuovo modo di concepire il maschile all’interno della nostra società, così spesso connivente nel veicolare messaggi di natura sessista e che si fondano su stereotipi e discriminazioni di genere. La missione del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti - il primo Centro che in Italia dal 2009 si occupa di accompagnare l’autore di violenza nelle relazioni affettive in un percorso riabilitativo  - è partita da qui nel tentativo di coniugare una sfida con una necessità: fornire risposte efficaci al problema dilagante della violenza in generale e della violenza domestica in particolare lavorando con gli autori di violenza. Esistono numerose buone ragioni che ci supportano in questa missione: aumentare il livello di sicurezza di donne e bambini/e; facilitare il cambiamento degli uomini; diminuire il rischio che i/le loro figli/e replichino storie di violenza; ma favorire una nuova consapevolezza su come si insegna nelle nostre scuole, si comunica in famiglia, si parla tra amici, si gestisce il tempo libero, si insegna calcio ai bambini, si elabora la noia, si affrontano le delusioni, si impara ad amare, si prendono le decisioni, si concilia la dimensione dell’amore con quella del rispetto. Queste abilità di vita rappresentano le coordinate di un nuovo modello maschile e coincidono con i fattori protettivi che mettono al riparo dall’agire comportamenti maltrattanti nelle relazioni affettive. Senza un solido impianto preventivo, le misure repressive si rivelano infatti strumenti parziali che non risolvono il problema di come si costruisce la nostra identità attraverso le principali agenzie formative - famiglia e scuola in primis - che condizionano fortemente l’essere il genere che biologicamente si occupa.

Risposte efficaci

Gli uomini ci dimostrano che il cambiamento è possibile se siamo in grado di strutturare percorsi riabilitativi attraverso i quali accompagnarli nella ridefinizione di sé, dando voce alle emozioni che premono sotto la soglia; è qui importante esserci come sistema di cura: accogliere la paura di esistere può aiutare l’uomo a riapprendere. Ma tutto questo non basta. Forniremo risposte efficaci creando contesti capaci di costruire valori alternativi alla violenza a tutti i livelli. Ci dovremo occupare di prevenzione e di politica dell’assistenza, sperando che i nostri Servizi riescano a sopravvivere non solo all’urto del malessere ma anche ai tagli economici; produrre argomenti per dimostrare che l’educazione degli affetti è l’unica alternativa possibile alle politiche della spending review; sostenere famiglie e insegnanti in modo che non perdano il timone della loro funzione educativa; accompagnare gli adolescenti in un’amplificazione della loro libertà esperienziale. Al contempo, dovremo uscire dalle nostre specializzazioni professionali e recuperare la dimensione della persona, la cui gestione non può essere più delegata a chi, a vario titolo, si impegna nelle professioni di aiuto. Saper ascoltare significa, a volte, ricordarsi che siamo umani e che la questione aperta dei sentimenti solleva punti interrogativi a cui tutti/e dobbiamo rispondere in un coro a più voci, che cementi in modo non retorico il senso di appartenenza ad una comunità non violenta. 



[1] Grifoni G. (2013), Non esiste una giustificazione. L’uomo che agisce violenza domestica verso il cambiamento, Firenze, Romano Editore.

[2] Pence E., Paymar M. (1993), Education Groups for Men who Batter: the Duluth Model, Springer, New York

[3] Pauncz A. (2012), Trasformare il potere. Come riconoscere e cambiare le relazioni dannose, Romano Editore, Firenze.

[4] Jenkins A. (2009), Becoming Ethical. A parallel, political journey with men who have abused, Russel House Publishing.