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Vogliamo davvero
guadagnare di più?

Le donne devono porsi come obiettivo quello di fare più soldi? sono i soldi che garantiscono una maggiore felicità alla coppia e attenuano i conflitti? e se invece un obiettivo delle donne fosse la generosità? A proposito dell' articolo "Quando lei guadagna di più"/2

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Il contributo assai interessante di Bettio e Verashchagina – Quando lei guadagna di più - mi sembra possa suscitare una serie di riflessioni su piani altri e diversi da quelli trattati dalle autrici, anche se non certo estranei all’economia.

Dopo aver letto l’articolo, mi sono sorte spontanee alcune domande: le donne devono porsi come obiettivo quello di guadagnare di più? Forse che questo garantisce una maggiore felicità nella coppia; attenua le tensioni e i conflitti tra le persone e tra i sessi?  è proprio così ovvio e scontato preferire un maggiore guadagno? E se invece un obiettivo delle donne fosse la generosità al posto dell’avarizia? Il valore della sottrazione invece dell’accumulazione? In quali direzioni potremmo allora procedere, non previste e/o non ancora affrontate?

C’è infine la questione assai stuzzicante posta da Bettio e Verashchagina: la donna che lavora e che guadagna più del compagno si comporta spesso “come se dovesse farsi perdonare”. Comportamento, quest’ultimo, che rimette in discussione l’intera faccenda del più e del meno, e la sposta sul piano delle (auto)rappresentazioni della femminilità, su cui ciascuna di noi si è giocata e si gioca continuamente la vita, i sentimenti e le ambizioni. Nel 1929, la psicoanalista Joan Riviere, nel saggio “La femminilità come mascherata”, aveva considerato questo meccanismo come tipico delle donne emancipate.  

Quello che trovo affascinante di tutta questa faccenda sono proprio gli elementi che sfuggono a una logica aritmetica.

Com’è ovvio, non sono riuscita a rispondere in modo soddisfacente a nessuno degli interrogativi che mi ero posta, ma ogni tanto ci tornavo col pensiero. E siccome anche i tarli (delle idee, non dei mobili) possono avere una loro qualche utilità, provo a buttare lì qualche spunto.

Il tarlo del dono, che da molti anni rosicchia imperterrito a un angolo del cervello e rispunta sempre nei periodi di grave crisi economica, rinvia per obbligo a un testo meritatamente famoso del primo ‘900 – il Saggio sul  dono di Marcel Mauss. Nel quale, a partire dall’analisi di rituali diffusi in alcune società cosiddette primitive – in particolare è analizzato il kula praticato nelle isole Trobriand -  si esamina la categoria dello scambio di doni, la reciprocità e l’obbligo della restituzione.  

Tra le migliaia di pagine di dibattito intenso e intelligente che percorre il secolo scorso sul dono e il dispendio (da Mauss a Bataille, da Lévi-Strauss a Derrida, Starobinski, Godelier, e al gruppo di economisti e antropologi uniti nel Mouvement anti-utilitariste dans le sciences sociales) tra i contributi più interessanti per le donne ci sono le ricerche di Annette Weiner (1933-1997). Questa grande antropologa femminista nordamericana è autrice di alcuni magnifici studi che mi colpirono molto alcuni decenni or sono, (uno l’avevo anche tradotto e pubblicato sul n.11-12, 1984 di “Memoria”). Specialista dell’area delle Trobriand analizzata a suo tempo da Malinowski, nel corso degli anni ’70 e ’80 Weiner ha ripercorso le rotte dell’illustre predecessore, e ha fatto alcune importanti scoperte. La sua ricerca si avvia a partire da una semplice domanda che i colleghi maschi si erano posti in forma insufficiente o monca: quando gli uomini si affannano nella gara di prestigio e ridistribuzione di beni nota con il nome di kula, passando mesi in canoa da un’isola all’altra e scambiandosi un’enorme quantità di conchiglie e collane per ottenerne maggior prestigio e potere; le donne - nel frattempo rimaste sulla terraferma – cosa fanno? Le risposte di Weiner sono state sorprendenti.

Nella società matrilineare di Kiriwina da lei studiata, le donne svolgono una serie di attività in parallelo assai diverse da quelle maschili, il cui valore non si basa soltanto sulla quantità e il prezzo di ciò che si produce materialmente, che pure è notevole, bensì sulla importanza che questi prodotti - un gran numero di fasci di foglie di banana disseccate e gonne di fibre distribuite durante le cerimonie mortuarie - assumono dal  punto di vista simbolico; garanzia di saldezza dei legami sociali e familiari, specchio dell’identità collettiva. La ricchezza femminile ha un altissimo valore, ma non si misura rispetto a quella degli uomini. Essa è “più preziosa dell’oro”, ha scritto Weiner. Per le donne non sono in gioco soltanto prestigio e potere politico, ma la continuità e riproduzione della vita, la trasmissibilità dei nomi, la coscienza di avere un passato e di farne parte. E anche, potremmo aggiungere, un’idea dell’importanza del proprio ruolo; il lavoro delle donne trobriandesi è infatti “la trama e l’ordito della struttura di riproduzione”. In particolare, l’osservazione etnografica ha consentito a Weiner di mettere a punto un fondamentale aspetto delle transazioni che si svolgono sulla terraferma: l’ambiguità insita nello scambio. Qui, infatti, non c’è simmetria e reciprocità. Poiché tra le cose che si trasmettono nei doni vi è il nome e una posizione nella genealogia, le donatrici conservano sempre qualcosa di ciò che danno. Il bene dato non è ‘distribuito’ e ‘abbandonato’ completamente ad altri. Qualcosa di ciò che viene elargito rimane sempre nelle mani di chi dona; si tratta quindi di beni che in parte sono inalienabili; un dare che è anche un trattenere. Come recita il sottotitolo del libro di Weiner - Inalienable Possessions (1991) - insito in questo scambio è il paradosso del conservare mentre si dà: “the Paradox of Keeping While Giving”. C’è ancora dell’altro.           

E’ evidente che guadagnare più di altri e altre – dentro le famiglie, le coppie, le reti parentali e amicali, i contesti politici e sociali – è fonte di prestigio, influenza, superiorità. La cultura entro cui viviamo è tutta costruita intorno a gerarchie di disuguaglianza basate sulle diverse possibilità economiche di ciascuna/o: chi guadagna o possiede in quantità superiore a quella dei propri familiari, amici, colleghi e concittadini, ha sicuramente nelle proprie mani una leva per esercitare il potere assai grande. E la sfrutta in maniere molto diverse. Si tratti di  uomini o di donne, appartenenti a diversi contesti spazio-temporali, religioni, etnie e colori della pelle, occupanti posizioni socio-economiche varie; tutto questo, e altro ancora, incide sulle gerarchie di rilevanza all’interno delle quali siamo abituate/i a considerare l’accumulazione, lo scambio, il dono, il guadagno.

Senza dover imbarcarci per l’Oceania e immergerci in un tempo ormai trascorso, pensiamo al diverso uso del denaro di un inglese di educazione e classe medio-alta rispetto a quello di un italiano di pari condizione; a quello che siamo abituate/i a considerare come generosità meridionale e latina rispetto a quella nordica e protestante; ma anche, per esempio: al tempo delle donne e al tempo degli uomini su cui tanto si è discusso; il tempo dell’autocoscienza rispetto a quello del gruppo maschile che commenta la partita di calcio; i tempi diversi della maternità e della paternità; del lavoro domestico e di quello extracasalingo svolto da maschi e/o da femmine; di quello passato a giocare con i figli misurato come diverso o coincidente con il cosiddetto tempo libero; ecc.  Telefilm (italiani, americani, francesi o latinoamericani) tra quelli più popolari, mostrano numerosi esempi di questa differenza. E anche del diverso valore attribuito alle une o agli altri.   

Gli studi femministi degli ultimi decenni ci vengono qui in aiuto. Analizzando il contesto e i dettagli delle prestazioni sessuali in società africane e non, Paola Tabet ha scritto saggi importanti sulla impossibilità di stabilire distinzioni chiare tra sessualità e prostituzione in Africa come in Italia e altrove. A sua volta, Joan Scott è ricorsa al concetto di ‘supplemento’, ispirato alla filosofia di Derrida – un pensatore che ha dedicato pagine importanti al dono. Scrivendo su quanto e come la storia delle donne abbia dato alla storiografia, Scott ha sostenuto che il contributo delle donne ai processi storici può essere valutato in termini di quel ‘di più’ tradizionalmente assente nella storia e nelle scienze sociali in generale. L’apporto supplementare non ha soltanto i caratteri di una performance aggiuntiva o meramente sostitutiva; piuttosto, si tratta di una operazione ambigua e potenzialmente sovvertitrice: aggiungere significa anche creare degli squilibri, mettere a soqquadro l’ordine precedente. Non ci si limita a riempire le caselle vuote femminili accanto a quelle piene maschili; la logica paritaria, da questo punto di vista, è del tutto insufficiente. Il supplemento ha una funzione destabilizzante, che non si identifica con la mera sostituzione. Esso mostra l’esistenza di contraddizioni interne fondamentali; è una spia accesa in permanenza contro pareggi e avvicendamenti troppo facili.

Viene voglia di ragionare in termini di geometrie non euclidee messe a confronto con l’aritmetica pitagorica. Quest’ultima somma e sottrae, moltiplica e divide; l’altra descrive topologie, la cui misurazione non osserva le stesse regole che valgono per l’aritmetica. La vita quotidiana, il senso comune, spesso li combinano entrambi; li mescolano e sistemano secondo un ordine di grandezza modificabile. Una si applica a far di conto e a tracciare carte geografiche disegnate con meticolosa esattezza; la seconda si apre all’immaginario eterotopico, e descrive spazi non misurabili con precisione. Nei rapporti affettivi e sessuali, tra madri e figli, a trionfare è sempre una logica paradossale e supplementare: si dà e nel contempo si trattiene per sé; si aggiunge qualcosa, e il quadretto familiare con le gerarchie sistemate in bell’ordine, invece di rimanere fissato sopra il caminetto, comincia a oscillare pericolosamente, e le figure dipinte si spostano in tante direzioni diverse, la crepa dietro il muro si allarga….

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