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"We just need to pee"
Corpi scomodi nei bagni pubblici

foto Flickr/melanie cook

Perché una donna transessuale nei bagni delle donne viene percepita come una violenza? Alla vigilia della giornata mondiale contro le omotransfobie, un'analisi sul potere normativo degli spazi rispetto ai corpi

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Era il 2006 quando l'onorevole Elisabetta Gardini dichiarava di essere rimasta traumatizzata dall'incontro nei bagni della Camera con Vladimir Luxuria. La notizia arrivò allora fino a BBC News che, dopo aver ricordato i momenti salienti della vicenda, citava queste parole della Gardini: "L'ho vissuta come una violenza sessuale, mi sono veramente sentita male".

Perché una donna transessuale nei bagni delle donne viene sentita come una minaccia di violenza sessuale? Perché fa così paura la discordanza tra il genere con il quale una persona si identifica e quello con il quale viene riconosciuta dagli altri? Perché la transfobia si manifesta in modo violento sul piano morale, e, talvolta persino fisico, quando l'incontro con il corpo trans avviene in un bagno pubblico? Si ricorderà la grave aggressione avvenuta ai danni di una transessuale da parte di due adolescenti afro-americane nelle toilet di un McDonald a Baltimora nel 2011, diventata virale su Youtube.

Ci spinge a tornare a riflettere su toilet e transessualismo ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi in Canada e in diversi stati degli Stati Uniti d'America, dove è in corso una vera e propria battaglia legale per cacciare i transessuali dai bagni degli uomini e le transessuali dai bagni delle donne. In Arizona, in un parlamento dominato dai repubblicani, il 21 marzo è stata presentata una proposta di legge per riconoscere come reato l'uso di bagni, docce, toilet e spogliatoi riservati a un sesso da parte di persone di sesso diverso da quanto indicato nel certificato di nascita: le pene  suggerite arrivano fino a sei mesi di carcere. Analoghe proposte di legge sono state presentate in Kentucky, Florida, California, Nevada e Texas. Gli oppositori della proposta di legge avanzata in Kentucky, che riguarda persino i bagni scolastici, parlano di bathroom bully bill, ovvero di un progetto di legge che favorirebbe il bullismo, abituando i bambini a giudicarsi sulla base del sesso biologico e delle discrepanze rispetto al modo, percepito come “normale”, di esprimere il genere sentito. Teagan Widmer – una donna transessuale amministratrice di una app che ha lo scopo di fornire una mappa dei bagni unisex in tutto il mondo – sostiene che dietro queste iniziative legislative c'è una vera e propria cultura della paura rispetto all'uso del bagno pubblico, una paura ricondotta al pericolo della violenza sessuale in modo irrealistico e pregiudiziale, in quanto non è di certo un cartello con l'indicazione “uomini” o “donne” ad allontanare eventuali aggressori. 

Prendendo spunto da queste ultime osservazioni vorremmo soffermarci prima sulle particolari caratteristiche di quello spazio che è la toilet pubblica e quindi tornare a riflettere sulla natura delle paure suscitate dalle persone non conformi al binarismo di genere. 

Le toilet pubbliche sono luoghi dove pubblico e privato si intersecano e si sovrappongono, luoghi immaginati per corpi segregati dal punto di vista biologico in maschi e femmine, e adibiti, nel rispetto di precise norme di privacy, all'esercizio di quelle funzioni escrementizie intorno alla cui regolazione ruota una parte importante dei processi di disciplinamento e controllo sociale. La trasgressione dei confini di genere potrebbe, allora, risultare ancora meno accettabile nei bagni, per due ordini di motivi: da una parte, perché questa mette “in discussione l’applicazione di genere sull’/uso/dei genitali”; dall'altra, perché mette in discussione i confini stessi del corpo[1].

Poiché dai saperi medici deriva la consuetudine di sovrapporre l’identità individuale con la forma dei genitali, e poiché l’uso che dei genitali si fa seguire un preciso copione di genere, l’ingresso di persone dal genere (e dai genitali) indefiniti, è foriero di sensazioni di disordine e ansia in uno degli spazi dove convenzionalmente l’ordine discorsivo e corporeo eterosessuale è affermato con più forza. Inoltre, qui la perdita dei fluidi corporei è già di per sé percepita come una minaccia ai confini stessi del corpo: “In altri termini, laddove i corpi si mostrano come instabili e porosi, la fluidità tra i generi può essere più minacciosa; quando un confine (quello corporeo) viene contravvenuto, altri (uomo/donna) devono essere più intensamente protetti”[2].

Persone intersessuali, transessuali, transgender e in generale tutte le persone la cui immagine di genere appare come non conforme alla norma, hanno difficile accesso a questo spazio per il loro destabilizzare il binarismo sessuale e la corrispondenza sesso/genere. Per esempio, come l’accesso di un corpo femminile al bagno delle donne costruisce, attraverso la sua ripetizione, una relazione di potere socio-spaziale che conferma il binarismo sessuale, così l'ingresso di lesbiche butch mascoline o donne transessuali viene percepito come una trasgressione che mette in pericolo il regime che sostiene e struttura la finzione naturalizzata della distinzione maschi/femmine. Parliamo di finzione perché anche dal punto di vista strettamente biologico – come da tempo riconosce la scienza – la naturalità della distinzione maschio/femmina non è solo negata dall'esistenza delle persone intersessuali, ma dalla stessa incertezza sul criterio ultimo in base al quale viene stabilito e assegnato il sesso “naturale” (cromosomi, anatomia, ormoni, gonadi).

Le omo-lesbo-trans-fobie non agiscono dunque solo per escludere. L'esclusione è l'effetto più immediato ed evidente dell’esercizio di controllo e disciplinamento dei corpi su cui si fonda l'eteronormatività e il binarismo sessuale. La paura della perdita di tale esercizio si costituisce come la prova dell’instabilità di quelle stesse norme. Mettendo in dubbio con la propria presenza la naturalità della distinzione maschio/femmina, mascolinità/femminilità il corpo trans diventa (s)oggetto di violenza fisica, commenti aggressivi e atteggiamenti di disgusto. 

Le omo-lesbo-trans-fobie, come sottolinea Lingiardi, presentano caratteristiche particolari rispetto ad altre forme diffuse di fobia (come, per esempio, la paura degli spazi aperti o chiusi o la paura dei ragni). Chi è affetto da questo genere di paura fobica, infatti, non ha dubbi sulla normalità della propria reazione, non prova disagio e non sente bisogno di liberarsi da questa paura. Se chi ha paura degli spazi aperti o dei ragni reagisce attraverso una reazione di evitamento, nel caso delle omotransfobie la reazione può consistere nell'evitamento o in comportamenti deliberatamente aggressivi. Considerate queste differenze, si può dire che dietro la transnegatività, così come dietro l'omonegatività, non si dia solo la paura, ma anche un giudizio negativo fondato sul pregiudizio e sulla disapprovazione. Il corpo trans o il corpo dell'omosessuale (che non riesce o non vuole  nascondere il proprio orientamento sessuale) vengono investiti di accuse di perversione, sporcizia e persino immoralità, che la loro presenza nello spazio della toilet pubblica sembra evocare anche per la stessa collocazione di questo spazio all'intersezione di discorsi che hanno a che fare con la sessualità, la moralità, il corpo e l'igiene. 

Se le proposte di legge avanzate in molti stati americani chiedono un uso del bagno pubblico segregato sulla base del sesso indicato sul certificato di nascita, possiamo bene immaginare quali conseguenze ciò avrebbe per i/le persone trans. Del resto, lo ha mostrato in modo eloquente Brae Carnes, una ragazza canadese transessuale di 23 anni, che ha dato il via a una protesta a colpi di  autoscatti postati sui social media, che la ritraggono mentre si trucca nel bagno dei maschi, per dimostrare quanto il suo corpo sia fuori luogo e, potenzialmente, in pericolo, in quello spazio tanto quanto nel bagno delle donne. Dopo di lei, persone trans in tutti gli Stati Uniti hanno iniziato a  postare – con il tweet #WeJustNeedToPee – immagini di sé nei bagni del genere loro assegnato alla nascita, per mettere in evidenza non solo le ragioni della loro presenza in quel luogo (“Abbiamo solo bisogno di pisciare”), ma anche e soprattutto il paradosso rappresentato dalla loro immagine riflessa negli specchi dei bagni per “donne” o per “uomini”.

Da un sondaggio condotto a Washington D.C. nel 2013 emergeva che al 18% dei transessuali intervistati era stato negato almeno una volta l'accesso ai bagni pubblici, il 68% aveva sperimentato almeno una volta aggressioni verbali e il 9% almeno una volta aggressioni fisiche. Date queste difficoltà ad usare le toilet pubbliche, molti transessuali confessano di cercare di evitarle il più possibile e alcuni hanno persino dichiarato di soffrire di problemi ai reni o di infezioni urinarie derivanti dal trovarsi spesso a non poter ricorrere al bagno pubblico (si veda anche il film documentario di Sylvia Rivera, del 2010). Oltre che un comportamento che alla lunga crea anche possibili danni alla salute, l'uso dei bagni pubblici è quindi un fattore importante dello “stress da minoranza” e l'impossibilità di ricorrervi per evitare aggressioni verbali e fisiche può costituire una limitazione nella libertà di movimento nei luoghi pubblici e nel posto di lavoro e, in altre parole, nell’accesso ad una piena cittadinanza.

Sally R. Munt scrive che, nella sua esperienza di lesbica butch, le toilet pubbliche sono diventate “uno spazio di disagio”, un luogo da evitare cercando rifugio nelle toilet per disabili, “uno spazio queer e privo di stress”[3]. In questa prospettiva è chiaro che la diffusione di toilet unisex, neutre rispetto al genere, può essere ritenuta sempre più una questione di equità dalle persone che si collocano al di fuori del binarismo di genere. Considerato che il nostro paese si conferma in Europa in fondo a tutte le classifiche in tema di atti di intimidazione, bullismo e intolleranza verso le persone lgbtqi - secondo l'ultimo rapporto ILGA trentaquattresimo su quarantanove paesi rispetto alla categoria "hatecrime e hatespeech"[4] - parlare di queste cose, e ricordare che esistono anche buone pratiche consigliate per le aziende in materia di bagni pubblici, non è affatto superfluo.

Le toilet unisex, d'altra parte, potrebbero essere un modo per superare un’altra evidente discriminazione connessa alla rappresentazione dei bagni pubblici: quella dei bagni riservati alle persone disabili, dal punto di vista iconografico ridotte all’immagine di una carrozzina. Come se la disabilità fosse un tratto talmente potente da obliterare genere, sesso e sessualità, escludendo a priori chi ne usufruisce delle questioni sopra discusse.  

NOTE

[1] Crocetti 2012: 296

[2] Browne 2004: 338

[3] Munt 2001: 102-103

[4] Per un approfondimento sulla situazione delle persone trans, si veda anche il sito Trans Respect versus Transphobia

 

Bibliografia

Browne Kath 2004, Genderism and the Bathroom Problem: (re)materialisting sexed sites, (re)creating sexed bodies, in “Gender, Place, Culture”, 11, 3, pp. 332-346.

Butler Judith 2013, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Laterza, Bari.

Clarke-Billing Lucy 2015, Brae Carnes: Trans woman launches protest over law that would force her to use men's bathrooms – 'It's disgusting and dangerous', Indipendent, 9 March: 

Crocetti Daniela 2012, Che cosa fanno realmente i genitali?, in E. Bellè, B. Poggio, G. Selmi, Attraverso i confini del genere. Atti del Convegno, Centro di Studi Interdisciplinari di Genere, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento.

Di Pietro Lorenzo 2014, "Omofobia, la mappa dell'odio in Europa. E l'Italia è il paese che discrimina di più", L'Espresso, 28 luglio

Fausto-Sterling Anne 1993, The Five Sexes: Why Male and Female are Not Enough, in “The Sciences”, March/April, pp. 20-25.

Herman Jody L. 2013, Gendered Restrooms and Minority Stress: The Public Regulation of Gender and its Impact on Transgender People’s Lives

Holliday Ruth e Hasard John 2001, "Contested Bodies. An Introduction", in R. Holliday e J. Hasard (a c. di), Contested Bodies, Routledge, London-New York, pp. 1-17.

Lingiardi Vittorio, 2007, Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, il Saggiatore, Milano.

Munt, Sally R. 2001 "The butch body". In: Holliday, Ruth and Hassard, John (eds.) Contested bodies. Routledge, London and New York, pp. 95-106

Taylor Marisa 2015, "The growing trend of transgender ‘bathroom bully’ bill", Aljazeera America, 1 April