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Reviewscienza - storie

Da Ipazia alle precarie sui tetti:
la difficile via delle scienziate

"Scienziate d'Italia": in diciannove ritratti di donne ingiustamente dimenticate  dalla storia della scienza un libro di Elisabetta Strickland ricostruisce il loro apporto allo sviluppo e alla ricerca del nostro paese, e indaga sulle ragioni strutturali e culturali di un gap ancora da colmare

Per secoli le donne non hanno avuto accesso all’istruzione e ancora all’inizio del secolo scorso, in molti paesi europei, alle donne era precluso l’accesso alle università. Non meraviglia, quindi, che il numero delle donne scienziate presenti nei diversi periodi storici risulti insignificante, se confrontato con quello degli uomini. Nell’antichità sono state individuate circa venti donne scienziate, una decina nel Medioevo, nessuna dal 1400 al 1500, una ventina nel 1600 e nel 1700, poco più di un centinaio nel 1800”.

Con queste considerazioni su una millenaria storia di difficili rapporti fra la scienza e il genere femminile, Elisabetta Strickland presenta il suo tributo alle donne e alla sua stessa professione scientifica, scegliendo il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia per affermare il valore incontestabile, seppur quasi sconosciuto, dell’apporto delle scienziate allo sviluppo e alla ricerca del nostro paese.

In realtà, il problema dell’affermazione del talento femminile nella scienza è diffuso anche nelle altre società, come dimostra un indicatore significativo quali sono i premi internazionali assegnati alle donne: nel 2010, ad esempio, nessuna donna ha ricevuto il premio Nobel, riequilibrando, così, la media di questa prestigiosa onorificenza dopo i tre conferimenti a scienziate avvenuto nel 2009 (si veda http://www.ingenere.it/articoli/donne-e-scienza-non-basta-un-nobel ).

Se nel passato la quasi completa esclusione delle donne dai percorsi formativi non ha consentito a molti talenti di emergere, specie nelle discipline scientifiche, negli ultimi decenni è progressivamente aumentato il numero delle ragazze che proseguono gli studi dopo la scuola dell’obbligo e i dati sui risultati ottenuti al livello di istruzione più elevato, quello universitario,[1] dimostrano che le ragazze ottengono i voti più promettenti, oltre a popolare in maggioranza anche le facoltà scientifiche. Persistono, però, una vasta gamma di ostacoli che non permettono a queste studentesse di trasformare in un adeguato riconoscimento professionale la loro preparazione e che contribuiscono a grafici come quello che segue, nel quale al 55% di donne laureate corrisponde il 18% di docenti universitarie ordinarie, giunte al massimo livello della carriera accademica – a fronte del 45% di laureati che arrivano a coprire per l’82% a coprire ruoli di prima fascia.

 

Fig. 1 Percorsi di formazione e professionali nella ricerca nell’EU 27 per genere

 

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Fonte: Elaborazione Observa su dati della Commissione Europea, She Figures 2009. Statistics and Indicators on Gender Equality in Science, Luxembourg, Pubblications Office of the European Union, 2009.

 

 

Questo dato, che è simile anche per altri titoli apicali nella ricerca, sarebbe tendenzialmente orientato a riequilibrarsi fra i generi con le nuove leve di laureate, se queste ultime non dovessero lottare ancora oggi contro forme di segregazione di tipo verticale, ma anche orizzontale, nell’intraprendere la professione di scienziate. Non soltanto, infatti, le più tenaci ricercatrici non riescono ad ottenere riconoscimenti ai vertici della ricerca, ma spesso trovano maggiormente accessibili solo alcuni settori scientifici. In entrambi i casi, puntualmente documentati nel libro, l’autrice sottolinea la perdita in termini di qualità della ricerca, ma anche l’ingiustizia sociale che si consuma nei confronti di individui che non hanno pari opportunità di accesso ai diritti di formazione e professione, senza contare i diritti lesi di beneficio dei prodotti della scienza della collettività.

Quali sono i principali ostacoli che ancora oggi si frappongono ad un equo riconoscimento del talento e della professionalità delle scienziate rispetto ai loro colleghi uomini?

Nella sua introduzione l’autrice sottolinea, oltre ai fenomeni fin qui descritti, le disparità contrattuali cui le donne sono sottoposte sia con impieghi meno stabili dei loro colleghi, sia con trattamenti inferiori a parità di incarico. Ma le sperequazioni di risorse economiche avvengono anche a livello di attribuzione di finanziamenti alla ricerca, quindi di opportunità di pubblicazione e di produzione scientifica, con le conseguenze sulla carriera e il progresso della società cui si è già fatto riferimento e che fanno anche del riconoscimento nella scienza un processo affatto neutro in termini di genere.

Si tratta, nell’insieme, di alcuni fra gli elementi che contribuiscono ad alimentare un altro fattore ostacolante l’affermazione delle scienziate, ossia quell’attitudine che connota molte aspiranti studiose a ritenersi non adatte a questo specifico percorso professionale. La difficoltà del cammino di studio, l’alta concorrenzialità per la propria affermazione, l’assoluto impegno richiesto anche a costo di sacrifici spinge molte donne ad interrompere – se non a rinunciare – alla carriera scientifica, contribuendo ad alimentare quegli stereotipi contro le donne nelle scienze, il vero ultimo baluardo che l’autrice segnala per offrire alla scienza il necessario talento femminile.

Avvenuta la confutazione della tesi “scientifica” per la quale il sesso femminile sarebbe svantaggiato in termini di capacità analitica per la conformazione del loro cervello, il richiamo che lancia il libro è alla valorizzazione delle specificità dell’intelligenza femminile – il lavoro in team, il senso di condivisione del lavoro e dei risultati, la capacità sincretica nelle discipline ecc. – da affiancare a quella maschile nella scienza verso traguardi costruttivi. Se ne è accorto il legislatore europeo che ha investito negli ultimi anni ingenti risorse per avvicinare le giovani studentesse alle materie scientifiche e farne anche la loro professione, ce lo dicono le diciannove storie prescelte da Elisabetta Strickland per raccontare l’impegno coraggioso e ostinato che queste italiane, non sempre note, hanno profuso per mettere a frutto il loro talento con insindacabile beneficio per il nostro paese.[2]

Nelle loro appassionanti storie, riportate alla luce dall’autrice dalla loro custodia presso gli archivi dell’Accademia dei Lincei, matematiche, chimiche, fisiche e, persino una limnologa, studiosa dei laghi come Giuseppina Aliverti (1894-1982) sono finalmente presentate come “italiane che hanno dato, indistintamente, un esempio di coraggio, tenacia e forza di volontà nell’imporre le proprie idee, le proprie certezze, in un contesto spesso non favorevole all’ingresso femminile nel sociale e, quindi, nel mondo della scienza” (p. 23).

Chi ha prodotto volumi fondamentali di scienza a lume di candela, di notte e senza vesti perché impedita allo studio dai propri genitori; chi ha lavorato essendo al contempo mamma di cinque figli; chi confida le proprie debolezze al professore di riferimento dimostrando una profonda umanità; chi, ancora, costruisce il proprio laboratorio di ricerca sotto i bombardamenti e fuggendo dalla repressione nazista, quest’ultimo episodio tratto dalla vita di una delle due scienziate narrate e ancora in vita, il premio Nobel Rita Levi Montalcini.

Le pagine scritte dalla Strickland potranno appassionare ogni lettore per la loro estrema accessibilità e chiarezza, ma anche per la personale partecipazione, come illustre matematica che lotta ogni giorno per l’affermazione delle donne nella scienza. Ci si deve soprattutto augurare, però, che raggiungano due interlocutori fondamentali per il nostro paese. Da una parte i nostri governanti, affinché comprendano dall’esperienza e ricchezza scientifica del passato il valore dell’investimento nella ricerca e contro gli stereotipi di genere per lo sviluppo dell’Italia da qui, per esempio, ai prossimi centocinquanta anni di storia. Dall’altra, i giovani studenti italiani perché si appassionino alle vicende di scienziati e, anche, scienziate che li hanno preceduti ritenendosi investiti orgogliosamente di un immenso patrimonio. Chissà che riscoprendo un certo numero di importanti scienziate che nell’ombra hanno dato molto alle scienze, siano proprio le nuove generazioni, le studentesse in particolare, a vincere l’ultimo grande ostacolo all’affermazione delle scienziate, ossia gli stereotipi culturali su donne e scienze?

 

Elisabetta Strickland, Scienziate d’Italia, Donzelli Editore - Collana: virgola, Roma, 2011, pp. 112, € 16,00.

 

 

 


 

[1]           Cfr. Rapporto AlmaLaurea 2010, www.almalaurea.it; ma anche Observa, Donne e scienza. L’Italia e il contesto internazionale, 2010, www.observa.it.

[2] Le donne, alcune ingiustamente dimenticate dalla storia, di cui si parla nel libro sono: Giuseppina Aliverti, Massimilla Baldo Ceolin, Margherita Beloch Piazzolla, Giuseppina Biggiogero Masotti, Rita Brunetti, Enrica Calabresi, Maria Cibrario Cinquini, Maria Bianca Cita Sironi, Cornelia Fabri, Elena Freda, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Eva Giuliana Mameli Calvino, Lydia Monti, Pia Nalli, Filomena Nitti Bovet, Maria Pastori, Livia Pirocchi Tonolli, Pierina Scaramella.

Allegati: 
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