Rita, il giudice e il vento

La storia di Rita Atria, testimone di giustizia e vittima di mafia, morta a diciassette anni a pochi giorni dalla strage di via D'Amelio. "Volevo nascere vento", un libro di Andrea Gentile. Per ragazzi, anche.

 “Anche tu hai conosciuto il Mostro da piccolo?”. “Non così bene come te, Rita. Però in qualche modo sì”. Le parole del dialogo sono immaginarie, la storia, vera, è quella di Rita Atria, cresciuta in una famiglia mafiosa, diventata la prima testimone di giustizia minorenne e morta suicida il 26 luglio 1992, una settimana dopo la strage di via D'Amelio nella quale muore Paolo Borsellino, l'altro protagonista del dialogo e punto di riferimento di Rita. Che, dopo l'uccisione per mano di mafia del padre Vito e del fratello Nicola che aveva cercato di vendicarlo, lascia tutto e comincia una vita nascosta, segreta e nuova. Non aveva ancora diciassette anni, età in cui è normale immaginare vite nuove, a volte anche segrete – meno normale è precipitarci dentro, per scelta eroica ma drammatica, nella lacerazione di tutti gli affetti familiari. E' ai coetanei di Rita, alle ragazze e ai ragazzi che avrebbero potuto incrociarla all'uscita di scuola, che si rivolge il libro “Volevo nascere vento”, scritto da Andrea Gentile; il quale dichiara subito l'intenzione (“raccontare ai ragazzi storie di mafia”), il metodo (i fatti sono tutti veri, “la fantasia del romanziere è intervenuta sul come”) e anche i timori e le cautele, nel prestare le sue parole – di giovane autore nato dieci anni dopo Rita, che già può guardare ai diciassette anni della protagonista con uno sguardo maturo – a un'altra persona, un'altra vita: cercando di farlo “con rispetto”, di certo “con passione”, sperando “di averlo fatto anche con dignità”.

Non sono molti, i ragazzi che hanno rinunciato alla famiglia mafiosa quando è doppiamente famiglia: di appartenenza, clan, protezione, e anche di sangue. Il più famoso è Peppino Impastato, la cui biografia ribelle continua a colpire e a incantare generazione dopo generazione: ma erano gli anni '70, e la ribellione si respirava nell'aria. Più difficile per una ragazza, la piccola di casa, nei più conformi anni '80, resi in pochi tratti nel libro, dalle canzoni alla tv all'arredamento marrone di casa Atria. Quando il mafioso è il papà buono – quello che ti ha regalato una pianola coi tasti gialli e rossi, assai più umano della mamma taciturna e dura, che invece pretende che si mangi in silenzio; e il fratello – quello che ti faceva volare come un aeroplanino. Dopo il doppio dramma delle morti di Vito e Nicola, la ragazza Rita poteva sprofondare in un abisso senza fine. La tira fuori, e determina la sua scelta di raccontare al processo tutto quel che sa, un'altra donna, Piera Aiello, moglie del fratello ucciso: che per prima decide di collaborare e diventa il tramite per la scelta di Rita.

Questa la storia, raccontata e sceneggiata nel libro (Andrea Gentile ne conosce bene dati, tratti dettagli, ha lavorato a lungo su storie di mafia per altri libri, ultimo dei quali, con Maddalena Rostagno, “Il suono di una sola mano”, Il Saggiatore 2011) e documentata anche in due precedenti saggi (di Sandra Rizza e Petra Reski). La storia più grande, il lato esterno della matrioska; dentro la quale c'era la storia “da raccontare ai ragazzi” e non solo a loro: cosa succede a una adolescente di Partanna, che a malapena è stata qualche volta a Palermo, quando il mondo le casca addosso e si trova da sola in una città nuova, a cercare di vivere, studiare, prendersi un diploma, facendo la spola con processi e caserme; di cosa parla con il giudice che potrebbe essere suo padre, e con quali parole e gesti; come arriva a fidarsi di lui; come racconta di sé al ragazzo appena conosciuto, al primo grande amore; cosa succede quando accende la tv e vede il baratro di Capaci; fino a quell'ultima settimana, dalla telefonata che annuncia la strage di via D'Amelio al suicidio, dal balcone della nuova casa che a Rita hanno appena assegnato, ed è in una via al quartiere Tuscolano che si chiama Amelia. Non era facile scriverlo, saltando retorica, atti giudiziari e pietismi; cercando uno stile che può parlare ai coetanei di Rita; ed evitando il peso di citazioni e documenti. Tranne quello, basilare, dei diari di Rita Atria. “Tutti ora hanno paura ma io l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo di comportarci. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi. Ma io senza di te sono morta”.

Andrea Gentile, Volevo nascere vento, Mondadori 2012, 14 euro

altri libri sulla storia di Rita Atria:

Sandra Rizza, Una ragazza contro la mafia (La Luna, 1993)

Petra Reski, Rita Atria (Nuovi mondi, 2011).

Inoltre...

Sulle donne vittime di mafia l'Associazione DaSud ha realizzato un dossier, intitolato "Sdisonorate". Scrivono le autrici: "La prima assassinata è del 1896, le ultime di pochi mesi fa. Sono le donne ammazzate dalle mafie. Le abbiamo volute raccogliere tutte dentro questa pubblicazione. È la prima volta che accade. Una ricerca, certamente parziale, che tuttavia vuole essere uno stimolo per una discussione pubblica e una mappa conoscitiva su un tema difficile e contraddittorio come quello del rapporto tra donne e mafia. Che diventa sempre più centrale, che troppo poco finora è stato indagato".  Ne pubblichiamo qui in allegato alcuni estratti: Sdisonorate.pdf

 

P.S. (scritto il 25/7/2012): nel ventennale della morte di Rita Atria, l'associazione antimafie che ne porta il nome organizza un presidio a Roma, in via Amelia (il luogo in cui è morta Rita), in collegamento con Partanna (dove è vissuta). Tutti i dettagli sul sito dell'associazione.