Giovani imprenditrici. Una cronaca semiseria/1

Si apre qui la saga "fare impresa in Italia, cronaca semiseria di un'azienda realmente avvenuta" in cui seguiremo due giovani donne che hanno deciso di mettersi in proprio. E, visto che si fa un gran parlare della micro e piccola impresa, seguiremo da vicino cosa significa provare a farne una. Questo è il primo capitolo, ne seguiranno altri...

Questa storia ha inizio nel non troppo lontano 2006, quando la signorina P. e la signorina L. decisero di partecipare a un bando per imprenditoria femminile. Le signorine erano amiche e condividevano il desiderio di aprire un’attività che gli permettesse di trasformare i contratti a progetto in un “progetto tutto loro”. Fu così che chiesero un finanziamento pubblico per aprire un bar-libreria. Ora, è vero che le signorine non avevano alcuna idea di quanto poco si guadagna con la vendita di libri (ne avevano però letti tantissimi) e che erano due dilettanti allo sbaraglio, ma è vero anche che nessuno le scoraggiò. La mamma della signorina L. azzardò un “commercianti non ci si improvvisa, è un mestiere” ma venne classificata come mammacattivachenondàfiduciaaiproprifigli e le sue critiche archiviate. Le signorine seguirono diligentemente l’iter di preparazione al bando, frequentarono assiduamente l’assistenza tecnica e sei mesi dopo vinsero 35.000 euro a fondo perduto per un totale del 75% delle spese ammissibili iva esclusa. 

Il giorno in cui arrivò la notizia della vincita la signorina L. era, come al solito, in ufficio e si chiuse nello stanzino della fotocopiatrice per esultare in privato. Le signorine festeggiarono con gli amici, brindarono, si vestirono carine e andarono all’ufficio dell’associazione X che per conto della regione che per conto dell’Europa gestiva il fondo per l’imprenditoria femminile. Alle signorine venne data:

-          Una tabella dei tempi a cui avrebbero dovuto attenersi per poter avere i soldi

-          Un assistente alla burocrazia del progetto facente parte di un’altra associazione (Y) che per conto dell’ associazione X (che per conto della regione che per conto dell’Europa gestiva il bando) faceva le consulenze alle vincitrici e che le avrebbe ricevute in un ufficio dentro un convento

-          La notifica che i soldi li avrebbero visti solo una volta che li avessero spesi (spesi davvero: dimostrando di aver fatto bonifici a tutti i fornitori a saldo delle fatture).

Le signorine avevano poco tempo per capire dove avrebbero trovato i 35.000 euro da anticipare. In partenza avevano calcolato che avrebbero dovuto comunque: coprire il 25% delle spese ammissibili = 15.000 euro, l’IVA sulle spese ammissibili (ai tempi al 20%) = 10.000 euro, più tutte le spese non ammissibili stimate in ulteriori 40.000 euro.

Apriamo una parentesi per spiegare cosa cuol dire “spese ammissibili” oppure “non ammissibili”;    vengono vagliate  tutte le spese che si fanno una volta nell’avvio di un’impresa: la costituzione dell’impresa (da leggersi notaio), la ristrutturazione e messa a norma del locale, l’acquisto di macchinari. Non sono ammissibili le spese considerate correnti eppure più che necessarie all’avvio di una attività, spese che, peraltro, si fanno una sola volta: i costi burocratici legati all’apertura dell’impresa, l’allaccio alle utenze, la caparra, l’acquisto delle merci, la formazione (corsi obbligatori su: antincendio, pronto soccorso, sicurezza sul lavoro e, nel nostro caso sicurezza alimentare per un totale di quasi 1000 euro a lavoratrice). Alcuni di questi sono molto difficili da stimare quando progetti di aprire un’attività, soprattutto perché li scopri un po’ alla volta a mano a mano che ci si confronta con i diversi livelli di controllo che sono fortemente punitivi da una parte, per niente chiari e trasparenti dall’altra. Della serie: le norme e gli obblighi sono molti ma da nessuna parte trovi un regolamento dove siano elencati tutti.

 

Chiusa la parentesi e tornando alle nostre signorine: 40.000 euro sono di per sé una bella cifra, per i 35.000 finanziati,  ma disponibili solo a rimborso, avevano bisogno di credito. 

 

Le signorine andarono a parlare con le banche mostrando la lettera di assegnazione del bando e chiesero se era possibile avere un prestito per coprire i 35.000 euro. I  signori delle banche prima sorrisero e chiesero “che contratto avete signorine?”, poi si misero a ridere quando videro i  loro CO.CO.PRO.

Le signorine decisero di rivolgersi all’associazione X che le rassicurò dicendo loro che fortunatamente la Banca UC aveva a cuore le giovani donne che volevano fare impresa ed era disposta ad accettare minori garanzie. Loro dovevano solo andare nella sede della regione a un incontro, nel corso del quale avrebbero scoperto di doversi sorbire  tre orette di pubblicità della buona e generosa Banca UC. L’associazione X si raccomandò: dovevano partecipare tutte le signorine vincitrici, altrimenti... niente clemenza!  Fu così che la signorina P. e la signorina L. si ritrovarono in una stanza gremita di altre signorine bisognose di credito a sentire un signore in giacca e cravatta che spiegava loro che se, quando le loro imprese fossero avviate, avessero deciso di investire più di 40.000 euro di utili in un fondo vincolato per cinque anni la banca avrebbe regalato loro la carta di credito. Le signorine si guardavano le une alle altre perplesse, non capivano bene il linguaggio banchese del Signor Banca UC e non capivano neanche il nesso tra la loro presenza e quello che diceva. Di quali utili parlava che ancora le loro imprese non erano neanche nate? Alcune signorine si erano arrabbiate, altre addormentate. Alla fine delle tre ore, una rappresentante dell’associazione X ringraziò pomposamente, poi venne portato un foglio pergamena che firmarono annunciando: la Convenzione! e invitandole ad applaudire. Per quelle che ancora non avessero capito i benefici della Grande Occasione venne di seguito annunciato che in un atto di magnaminità il signor Banca UC aveva deciso di dare udienza privata ad ognuna delle imprese, non quel giorno però, un altro giorno perchéora bisognava che si andasse a pranzo.

Arrivò il giorno dell’incontro, la signorina L., speranzosa, uscì prima dall’ufficio e si recò nella sede della regione dove avrebbe incontrato il Signore della Banca UC. Venne accolta da un giovanotto che la introdusse in una stanza dove erano seduti otto uomini in semicerchio: il Signore dell’associazione X, il Signore della regione, il Signore della Banca UC, il Signore della regione anche lui ma di un’altra cosa, il Signore dell’associazione Y, il Signor politico, due Signori che non si ricorda. La signorina L. dovette fare il giro del tavolo stringendo la mano a uno per uno e, mentre prendeva posto al centro di fronte ai Signori, si sentì come all’esame. Su richiesta la signorina espose sinteticamente il suo caso e il Signore della Banca UC, dopo aver tossito leggermente ed assunto un’aria solenne da oracolo, guardò gli altri Signori e disse:

“signorina L., non ho dubbi sul fatto che i suoi genitori le faranno una fideiussione, bloccando in banca dei soldi, tra pratica di apertura, interessi epratica di chiusura la fideiussione che fa al caso vostro costa solo 6.000 euro”

“Signor Banca UC, ho trent’anni, ho risparmiato tanto per aprire il mio bar libreria, vorrei poterlo fare senza dover ricorrere ai miei genitori e poi, darle 6.000 euro per avere 35.000 euro che dovrò restituirle entro breve... non mi sembra un affare”

“Ma signorina, lei ha un contratto atipico come pensa che...”

“Mi scusi Signor Banca UC, ma lei non ha una convenzione con la regione per agevolare il credito alle signorine vincitrici di bando?”

“signorina L. non capisco perché è così recalcitrante: lei è palesemente figlia unica di due professionisti, potranno ben fare questo investimento sul suo futuro. I suoi genitori danno i soldi alla nostra banca e lei fa la sua attività”

La signorina uscì dalla stanza seguita dagli sguardi di biasimo dei Signori con la sensazione di essere stata bocciata. Trangugiò un caffè al bar e prese una decisione: telefonò alla mammacattivachenondàfiduciaaiproprifigli, le spiegò la situazione e la mamma disse “ti dò io i soldi senza nessuna fideiussione”. Fu così che la signorina ottenne un prestito a interessi 0.

Morale del capitolo 1: lo Stato con i bandi per l’imprenditoria femminile finanzia solo giovani signorine figlie di genitori pronti a finanziarle e che magari pur di non fare una fideiussione danno loro i soldi a interessi 0.

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