Allattare meno, vivere di più

Prosegue il dibattito sulle super-mamme, tra ansie da perfettismo e emancipazione. Qui un racconto personale che sfata il mito dell'allattamento naturale a ogni costo. 

Lo dico. Non sono una fan dell’allattamento al seno. Ho due figli, uno a distanza dall’altra di circa 15 mesi, e li ho allattatati entrambi per quei 7/8 mesi ritenuti dai pediatri fondamentali per una crescita sana.

Alla comparsa dei primi dentini sono però stata ben felice di mettere le tette a riposo, dare il benvenuto alle pappette, recuperare la mia autonomia e liberarmi da quell’odore di latte addosso, a me che poi il latte neanche piace.

“Non ti manca l’allattamento? – mi ha chiesto un giorno un’amica sulla spiaggia – E’ stato uno dei momenti più belli della mia vita. Quasi quasi faccio un terzo figlio (che poi ha fatto davvero) per provare di nuovo quelle sensazioni”. No, a me non manca. Avere dei figli è una cosa meravigliosa, i bambini sono degli esseri incredibili e più crescono e più è bello interagire con loro. Ma l’allattamento proprio non mi manca.

Soprattutto non mi manca quella sensazione di dipendenza totale, di tuo figlio da te e di te da lui, così fisica, così stringente, così ineluttabile. E opprimente. Quel dover essere sempre lì senza poterti allontanare per più di due ore (e, in una città come Roma, in due ore neanche riesci a uscire dal quartiere) pena l’irreparabile: il neonato affamato che urla, che emette suoni che sembrano impossibili per una cassa toracica così piccola e che denunciano una sofferenza atroce di cui tu e la tua tetta-che-non c’è siete la causa.

Che poi è solo una storia per spaventare le povere puerpere e tenerle relegate in casa, visto che il giorno in cui il padre si è trovato da solo in emergenza e ha rifilato al piccolo di tre mesi un biberon di latte della Centrale non è successo niente di davvero serio.

Io ho allattato cercando di mantenere una vita “mia”. Ho portato i miei figli ovunque, piccoli canguri nel loro marsupio, appendici di una mamma (e di un papà) in movimento.

Siamo stati tanto in giro per Roma, tette al vento sul muretto del Pantheon, loro mangiavano da me mentre io mangiavo un gelato;  in trasferta a Messina, io a fare lezione, mia madre a dare a mia figlia il biberon con il mio latte munto per l’occasione, eppoi insieme nel pomeriggio a visitare Taormina; Barcellona e Parigi, con appuntamenti volanti ogni 3 ore, tra una coffe break e l’altro. Persino al colloquio per un nuovo lavoro sono andata con la piccola nel marsupio e sì, mi hanno anche presa.

Certo ho avuto bisogno di creare una rete e di coinvolgere tutti.

Innanzitutto il padre, perché una delle cose più importanti per i miei figli è stato senza dubbio trovargli un gran buon padre e sono una convinta assertrice della necessità di inserire il requisito “attitudine alla genitorialità” nella scelta di un padre per i propri figli. Poi le nonne, le incredibili nonne. E persino il nonno, cioè mio padre, che credo abbia scoperto per l’occasione che esistono biberon e pannolini, e a cosa servono.

Ho allattato dormendo, con il padre che mi portava il piccolo o la piccola a letto eppoi lo riportava nella culla. Ho tirato latte di notte per lasciarlo alle nonne di giorno e ricavarmi spazi di autonomia. E qualche volta, durante l’allattamento, mi sono persino ritrovata a leggere sul divano mentre il padre dava al piccolo di turno il biberon con il mio latte. Mi sembrava avesse senso, che fosse giusto che anche lui fosse coinvolto nella dinamica di accudimento primario di suo figlio. Gli altri ci guardavano perplessi (sei qui, darglielo tu no?) e solo quando ho letto il libro di Elisabeth Badinter “il conflitto tra la donna e la madre” (tradotto in italiano con il fuorviante “Mamme cattivissime”) ho finalmente trovato qualcuna che dicesse quello che a me sembrava evidente e cioè che questa storia dell’allattamento al seno esclusivo e ad oltranza rischia di tagliare fuori i padri dall’accudimento primario dei primi mesi, impedendo loro di prendere le misure con i piccoli, di creare un rapporto intenso e rafforzando l’idea che la madre sia il genitore principale di riferimento.

Nel bene (senso di gratificazione, riconoscimento familiare e sociale del ruolo…) e nel male (solitudine, sovraccarico dei compiti di cura, e qualche volta persino delirio di onnipotenza).

Per me tutta questa ricerca di micro-equilibri ha avuto senso. È una questione zodiacale, dice un mio amico che ne sa, segno triplo, cuspide Gemelli e Cancro. Forse. Di certo avevo bisogno di dimostrare a me stessa, sin da subito, che con l’arrivo dei figli la mia vita sarebbe rimasta a più dimensioni, si sarebbe arricchita e complicata ma avrebbe continuato a essere in movimento. Piena di cose interessanti e divertenti, a cui avrei aggiunto i miei figli.

Altro aspetto importante è che tutto questo equilibrismo sembra aver avuto un senso anche per loro, i miei figli: sono cresciuti chiamando “mammapapà”, hanno un rapporto molto forte con entrambi, sono sereni a scuola, con gli amichetti e felici con il padre quando parto (per lavoro viaggio spesso e non ho mai smesso di farlo).

Detto tutto ciò, sono d’accordo con Alessandra Di Pietro: che ognuna, meglio laddove possibile condividendo la scelta nella coppia di genitori, faccia quello che crede più opportuno, che sente più vicino a sé e ai suoi bisogni, portando avanti la scelta che crede migliore per i suoi figli, per la sua situazione familiare (quale che sia) senza dimenticarsi di sé.

Senza fanatismi e, possibilmente, con un po’ di leggerezza. Scegliendo una pediatra attenta e scrupolosa ma non fondamentalista (come la nostra). E concedendosi qualche eccezione. Mollare per un week end il pargolo ai nonni o alla babysitter può essere un bene per i genitori ma anche  per il/la neonato/a che il lunedì percepirà nell’aria meno stress e più energie positive (che non necessariamente si trovano belle e pronte nel latte materno).

Per concludere vorrei aggiungere che mi sembra giusto partire dall’allattamento per parlare di “superdonnismo”, identità, modelli di vita e società e per mettere in discussione un po’ di miti e stereotipi, che condizionano al peggio la vita delle donne ma fanno del  male non soltanto a loro.

Ad esempio la convinzione diffusa che le donne debbano naturalmente essere madri, dove “naturalmente” significa che se decidi di non far figli ti guardano come se ti mancasse, fisicamente, un pezzo.

Oppure l’idea che l’istinto materno sia naturale e indispensabile per la crescita dei figli, il che fa sentire inadeguate le madri che non  si sentono di dedicare la totalità del proprio tempo all’accudimento dei figli e al contempo relega i padri ad un inevitabile ruolo secondario e comprimario (da un punto di vista sociale, culturale ed economico) anche quando vorrebbero essere più presenti. Oltre a portare all’esclusione a priori delle scelte di omogenitorialità, ma questa è un’altra storia.

Infine, il fatto che per una madre sia istintivo e naturale creare un legame fisico con i propri figli (l’allattamento) che duri il più a lungo possibile, facendole naturalmente mettere in secondo piano qualsiasi interesse lavorativo, sociale o politico.

Insomma, partire dall’allattamento mi sembra un buon inizio per, come direbbe Francesca Molfino, provare a riconoscere e “decostruire” gli stereotipi di genere e permettere alle persone (perché anche le madri sono prima di tutto persone) di esprimere più liberamente le proprie identità e le propri scelte.