Le donne e l'antifascismo

Per festeggiare il 25 aprile, una recensione de "Le donne nel regime fascista", per non dimenticare. Il fascismo parlava di modernità ma il ruolo che attribuiva alle donne era unicamente di madri e mogli, poi la guerra rovesciò questa prospettiva perché innestò un percorso dal quale le donne emersero come elementi essenziali della iniziazione antifascista, in prima fila nelle lotte per la Resistenza.

Uno degli studi più penetranti sulla realtà della condizione femminile nella dittatura fascista fu pubblicato negli anni ’90 da Victoria de Grazia, ed ora viene ripreso dall’editore Marsilio che ne aveva subito curato l’edizione italiana (Le donne nel regime fascista, Marsilio).

Sin dalle prime pagine viene evidenziato un elemento fondamentale, cioè la differenza di classe tra le donne benestanti rispetto a quelle di famiglie operaie e contadine, e da queste precise connotazioni si passa ad analizzare le ragioni per le quali quell’esperienza si presentò in forme contraddittorie tra l’esaltazione della modernità, che favoriva comportamenti emancipati nella organizzazione del tempo libero, e l’impegno nell’attività fisica. Mentre nel contempo si procedeva ad una mobilitazione di massa che di fatto limitava il ruolo della femmina, richiamandola alla sua tradizionale funzione familiare. Non il voto (anche se – ricordiamo – prima di abolire tutte le possibilità di partecipazione politica Mussolini aveva riconosciuto alle madri e vedove di guerra quel diritto che ben presto invece eliminerà per tutti gli italiani), non le libertà ma l’inserimento in pratiche doverose che ne limitava fondamentalmente la specifica identità, in un sistema autoritario che mostrava la propria natura antidemocratica proprio mentre in altri paesi come la Svezia, negli anni ’30, si sviluppavano innovazioni emancipatorie. In sostanza in Italia la donna veniva inserita in un sistema statuale che ne comprimeva sostanzialmente i diritti.

Vennero create istituzioni che miravano a dare l’impressione di un interesse a tutelare le madri ed i bambini nell’ambito di una impostazione moderna, mentre la politica industriale ed agricola tendeva a ridurre qualsiasi possibilità di riconoscimento dell’autonomia femminile di fronte alla necessità totalitaria d’imporre una uniformità di consenso ed atteggiamento. D’altronde il compromesso con la Chiesa costituì in maniera determinante il sostegno ad un “modello” che imponeva discriminazioni proprio dirette ad assicurare una rigidità di fondo, tesa a confermare la “subordinazione”, quella “soggezione della donna” che nell’Inghilterra dell’Ottocento John Stuart Mill aveva chiaramente spiegato. Le distanze di classe si ripercuotevano sulla realtà quotidiana nella vita familiare e di lavoro, accentuando lo sfruttamento.

L’autrice, tuttavia, mette in rilievo come, per certi versi, proprio da molte donne, soprattutto giovani, venne un “consenso” ampio al regime, di cui la propaganda illustrava specificità tali da far sembrare quel regime aperto alle novità della cultura di massa, propria del totalitarismo. Vengono quindi sottolineate le mutazioni intervenute nel corso di un ventennio, caratterizzate comunque, in maniera costante, dalla preoccupazione “dogmatica” che per sé rendeva necessaria l’esistenza della “maternità” come punto centrale delle scelte economiche nel contesto del mercato del lavoro. Di contro all’eredità liberale tuttavia l’allevamento dei figli veniva a costituire un asse portante delle preferenze istituzionali e di costume, mentre la manodopera femminile manteneva una presenza minore nell’industria per trasferirsi nei servizi. La guerra rovesciò del tutto la prospettiva indicata dal fascismo perché innestò un percorso bellico, dal quale emergeranno addirittura le donne come elementi essenziali della iniziazione antifascista, sino alla presenza in prima fila nelle lotte per la Resistenza.

Infatti la guerra, continuamente evocata per incitare donne ed uomini a seguire le direttive del regime, si trasformò, all’opposto, nella rivendicazione in tutte le classi sociali, del diritto all’impegno diretto per scegliere il proprio destino.

Molto particolareggiato nella rilettura critica della stampa e dell’intero armamentario propagandista, il libro segue, anno per anno, lo sviluppo delle organizzazioni fasciste nelle sue molteplici forme. La concezione fascista del dovere delle donne verso lo Stato conduce ad una “normalizzazione” della sessualità, vista come strumento di fecondità utile per le prove a cui famiglie e madri erano particolarmente sollecitate. L’ “Opera per la maternità e l’infanzia” fu un perno per realizzare la pretesa modernità sotto l’aspetto del salvataggio degli “esposti” e delle altre misure appositamente predisposte dal governo. Rispetto al liberalismo, la famiglia veniva riportata al suo ruolo di risorsa produttiva. Dalla crescita dei bambini alle iniziative per insegnamento e per lo sport, l’apparenza dei vantaggi propagandati venne a scontrarsi con i dati obiettivi delle “privazioni” sostanziali alle quali i singoli venivano sottoposti. L’assistenza “morale e sociale” a favore delle madri lavoratrici, delle giovani avviate ai corsi per assicurare ad esse un lavoro specifico consono alle loro attitudini naturali, rientrava nella assunzione di formule che irretivano pervasivamente la mentalità di tante donne, ma sarà poi al contrario ad emergere il conflitto di classe, proprio della stessa dittatura, e di un conflitto mondiale svoltosi ben diversamente da come prognosticava l’evento la litania della propaganda, così contrastante con la realtà, sì da rivelare infine – come avvenne specificamente anche per l’intero universo giovanile – la natura autentica di un “inganno” dal quale uscì travolta proprio quella pretesa emancipazione. Né va’ trascurata – osserviamo – la presenza, nell’esperienza conclusiva del regime, di un numero di donne che volle ostinatamente sostenere il dittatore nella sua fase finale. La lettura di questo libro favorisce quindi la lettura del dualismo, delle contraddizioni di fondo. Il bellicismo decantato quando si tramuta in guerra vera provocherà il disfacimento del regime, al quale le donne hanno contribuito certamente in maniera specifica e storicamente constatabile. Le militanti fasciste, divenute ausiliarie della RSI, scoprirono infine come quella diseguaglianza di cui avevano subito tutti gli effetti negativi, avrebbero finito per capovolgere le sorti dell’intero regime.