Obama, l'America, le donne. Note da un diario politico

"America in bianco e nero", di Giovanna Pajetta: un libro-diario sul tempo di Obama da leggere in questi giorni. Ripensando ai primi quattro anni di Barack, ma anche alle "diciotto milioni di crepe" di Hillary

“America in bianco e nero”, sottotitolo “un diario ai tempi di Obama”, autrice Giovanna Pajetta, editore “manifesto libri”, è un lavoro da prendere fra le mani adesso. Ora che la campagna elettorale negli Usa si conclude e che l'autrice non nasconde il suo tifo: malgrado il fulgente 2008 sia lontano, malgrado le elezioni di mezzo termine siano costate al presidente ben 63 deputati perduti, malgrado si sia scesi a compromessi sulla riforma sanitaria, votare per Obama continua a essere una scelta antropologica, una scelta di civiltà.

E' passato il tempo, nel bene e nel male, del grande conflitto etnico: fra il bianco e il nero si collocano cinquanta sfumature di grigio. Bianchi incattiviti dall'impoverimento, ispanici che cercano la loro fisionomia, neri irrobustiti da nuovo orgoglio e da qualche insperato benessere. Ma è proprio per tenere insieme questo coacervo di differenze che il presidente sembra l'uomo giusto.

Diario da Manhattan

Il libro, pur ancorato alle febbri e alle attese dell'oggi, è anche il diario di una semi-cittadina americana e si srotola fin dagli anni Ottanta. Pajetta, infatti, ha vissuto a lungo a New York, precisamente nell'Upper West Side di Manhattan: lo ha fatto da giornalista, ma anche da appassionata comprimaria della comunità democratica americana.

Dunque le note di vita quotidiana sono squarci da non perdere. Le feste nelle case, a patatine e tramezzini modesti, per raccogliere i fondi per i democratici, le liste degli elettori incerti, da iscrivere alle primarie o da accompagnare al seggio, che vengono consegnate ai diligenti volontari che - come Giovanna stessa - passano dalla frustrazione al sollievo: Tizio ti sbatte la porta in faccia, Sempronio non si trova, ma Caio ti accoglie entusiasta e il quarto della lista si mette in strada anche lui a cercare nuovi adepti. E' un mondo di relazioni che appare (complice la distanza?) infinitamente più semplice ed entusiasta rispetto all'acquario rarefatto della nostra politica. Ma anche soggetto a fiammate e inabissamenti come i nostri movimenti in rete: il network “Obama for America” passò da milioni di contatti a soli miseri 30.000 nel giro di un mese dopo l'elezione del presidente.

La salute, l'aborto, le donne

“Qui la salute - scrive Pajetta - è un bene materiale. Ogni volta che sali un gradino della scala sociale, come ti compri una macchina più potente, puoi avere una migliore assicurazione”. Eppure nel 2009 gli americani a favore della “public option” (assicurazione sanitaria pubblica) erano il 76%.

Va tenuto a mente, tuttavia, anche se i “Tea party” negano di avere un grande interesse al tema, che, tra la riforma sanitaria e la questione dell'interruzione di gravidanza, c'è un nesso assai stretto. Infatti, nel libro viene spiegato con chiarezza che, in materia di aborto, negli Usa c'è qualcosa di simile a ciò che da noi verrebbe chiamato vuoto legislativo. Nel 1973 la Corte Suprema ha sancito la legalità dell'interruzione di gravidanza, ma il Congresso non ha mai trasformato in legge il giudizio dei nove giudici costituzionali, e solo nel 1989 è stato dato mandato formale ai singoli stati di legiferare. Anche di qui, dall'incertezza del diritto, le sadiche scorribande del movimento della vita ai tempi di Reagan (29 attacchi alle cliniche con bombe e bottiglie molotov nel 1983 e venticinque attentati dell'Armata di Dio nel 1984), di qui l'azzeramento formalmente legittimo di tutti i fondi federali da parte dell'allora Presidente Reagan.

Ma – attenzione – sostiene Pajetta – di qui anche un immenso semplicismo militante del movimento femminista americano. Nel generale scandalo, alla fine degli anni Ottanta, l'ex presidente del Now Eleanor Smeal dichiarò senza freni in tv: “in fondo quello che volete con tanta determinazione difendere non sono che due cucchiai da tavola di materia organica”. Insomma un corpo a corpo tra pro choice e pro life, senza spessore né profondità, che avrebbe ormai spostato il 51% dell'opinione pubblica americana sul fronte avverso, malgrado gli immensi sforzi di Obama e dei suoi collaboratori di trovare terreni di dialogo, di rispetto reciproco, almeno sui valori di fondo. Già questa – secondo l'autrice – sarebbe una sconfitta culturale che potrebbe produrre frutti avvelenati, assai più del conflitto, tutto sommato (al paragone) felpato, che si svolge nel nostro paese.

Di tutt'altro tenore l'elogio che, invece, il libro fa della vitalità, anche conflittuale, nel rapporto fra le diverse generazioni femminili. Ricorda che, fin dal 1988, nacque a Washington “La prima conferenza organizzata da e a proposito delle donne che hanno vent'anni”, che a Pajetta – reduce dalla lettura di Speculum e dai dibattiti alla Libreria delle donne di Milano ? fece un'immensa impressione. Segnala che a tutt'oggi un sito molto visitato dalle giovani femministe è www.feministing.org , fondato nel 2004 dalla ventiseienne Jessica Valente.

Ma soprattutto celebra il bellissimo discorso di addio alla competizione pronunciato da Hillary Clinton alla fine delle primarie del 2008: «Non siamo ancora riuscite a spezzare il tetto di cristallo, ma ora ci sono diciotto milioni di crepe (i voti raccolti da Hillary nelle primarie, ndr): io ho potuto fare ciò che mia madre non avrebbe nemmeno potuto sognare e ho combattuto per il futuro di mia figlia».

Un segnale e un'attesa. Quando ne sentiremo di analoghi nel nostro paese?

Giovanna Pajetta, America in bianco e nero. Un diario dei tempi di Obama. Manifestolibri, 2012, 16 euro