Pensavamo di più. Pillole dal censimento

Alcune sorprese e alcune conferme dalle anticipazioni Istat sul censimento dell'ottobre 2011. Intanto, a 60 milioni non ci siamo ancora. Conti che non tornano sugli stranieri e le straniere. Donne che vivono molto. E famiglie sempre più piccole

Prima sorpresa: ci avevano detto già dal 2008, a noi – italiani e stranieri - che abitiamo in questo paese, di aver superato la soglia critica dei 60 milioni, e invece l’Istat a ottobre 2011 nel censimento ha trovato solo 59.464.644 residenti.

Anzi, nell’ultimo bilancio demografico pubblicato quasi un anno fa (il 24 maggio 2011) e riferito al 31 dicembre 2010, i residenti erano ben 60.626.442, e avrebbero dovuto essere ormai 61 milioni, aggiungendo il normale incremento di questi anni. Infatti il contatore di www.neodemos.it ne conta 61 milioni 650 mila, aggiungendo forse anche un po’ dei cosiddetti “clandestini”. L’Istat sostiene che si tratta di una differenza riscontrabile abitualmente in tutti i censimenti, ma essa appare oggi fortemente concentrata nella popolazione straniera, soprattutto nelle grandi città, e stranamente non ne parla nessuno.

Per il 96% della popolazione è già stato fatto il confronto fra anagrafe e censimento, e sono stati trovati 590 mila residenti “in più” che non risultavano all’anagrafe, ma anche 1 milione 370 mila “in meno”, registrati all’anagrafe e assenti al censimento. Mancano all’appello le grandi città, dove lo scostamento dovrebbe essere molto maggiore. La causa più rilevante della differenza fra le due popolazioni è ovviamente il conteggio degli stranieri. Chi di loro è iscritto all’anagrafe, difficilmente se ne cancella, se gli capita di tornare a casa per un periodo, anche se il periodo magari si prolunga, soprattutto in questo tempo di crisi. Come scrive l’Istat “molti cittadini (sarebbe meglio dire: residenti) hanno cambiato la dimora abituale senza comunicarlo all’anagrafe. Quest’ultimo caso è molto diffuso fra la popolazione non italiana: a livello nazionale il 40 per cento degli stranieri risulta iscritto in anagrafe e dichiarato irreperibile al censimento, raggiunge il 48 per cento nelle regioni del Centro e supera il 50 per cento in quelle del Nord”. Il risultato è che, nel bilancio demografico, gli stranieri rappresentavano il 7,5% della popolazione residente (alla fine del 2010), nel censimento solo il 6,3% (quasi un anno dopo).

Quindi è legittimo chiedersi se, ad un controllo successivo, almeno una parte di questi stranieri riemergerà, oppure se essi, pur continuando ad essere iscritti in anagrafe, sono ormai assenti dal nostro paese. E quali conseguenze questo potrebbe avere sulle politiche, di integrazione o di coltivazione della paura, con cui in questi anni abbiamo impostato il nostro stile di convivenza.

Che le donne superino gli uomini (1.962.760 in più) invece non è una novità. In parte anche in questo conta l’immigrazione: secondo il citato bilancio demografico, le donne rappresentano il 54,7% degli immigrati che si sono iscritti all’anagrafe nel 2010, e possiamo immaginare che molte di queste lavorino come badanti. Ma soprattutto, le donne ovunque nascono un po’ di meno (anche se in misura molto variabile, con alcuni paesi dove si va molto oltre lo squilibrio “naturale”, come in Cina, India, ma anche in Armenia, Albania, ecc.) e vivono invece un po’ di più. Per la combinazione dei due fattori, è solo a partire da una certa età che le donne cominciano a rappresentare una quota maggioritaria, sia delle classi di età più anziane, sia della popolazione in generale.

Semmai, c’è da chiedersi perché l’aumento della vita media sia oggi minore per le donne rispetto agli uomini (in molti paesi europei), e perché, soprattutto, l’Italia rappresenti un caso anomalo di gender gap al contrario per la speranza di vita in buona salute, in cui le donne sono sfavorite rispetto agli uomini, laddove di regola avviene l’opposto, circostanza che ci penalizza molto nelle classifiche del Global Gender Gap. Ma su questo, il censimento ha poco da dirci, almeno direttamente.

Infine, abbiamo saputo che la dimensione media della famiglia italiana è diminuita in dieci anni da 2,6 a 2,4 componenti. “Going solo” anche in Italia, quindi?

La sintesi dei risultati principale è disponibile qui

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