Abbiamo bisogno delle quote rosa?

Archivio forum

Alle ultime regionali sono state elette 13 donne su 100 posti. Servirebbero, in via transitoria, le quote di genere? E cosa direbbero i nostri capitani d'azienda del modello norvegese, dove le società che non rispettano le quote chiudono? L'articolo di Maria Laura Di Tommaso dà conto dell'efficacia delle quote, dove vengono prese sul serio. Ma ci piacciono e ci servono davvero? Parliamone

Commenti

donne manager

Un'ulteriore testimonianza di cosa voglia dire vivere in un mondo maschilista

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_19/iodonna_terragni_donne_58...

Le quote forse non bastano, ma possono aiutare!

Quote rosa.

Ho finora pensato che le quote panda fossero utili, perchè lo sono state in altri Paesi, molto vicini alla parità assoluta.
Poichè ho vissuto in un grande sindacato italiano (pioniere delle quote rosa) ed ho visto che le donne in quota erano sempre scelte o cooptate, ho compreso che questo sistema ha una declinazione italiana che non va.
Aspetto, invece, di vedere i risultati della nuova Legge Elettorale della Regione Campania: se si esprimono due preferenza, una deve essere per una donna, pena nullità del voto.

compensi dei manager

Dal Sole 24 Ore di oggi: tra i primi 50 manager più pagati in Italia, ci sono solo due donne. E che donne: si chiamano Giulia Maria Ligresti e Jonella Ligresti, 14° e 15° posto. Quote familiari, più che quote femminili.

Non solo politica

Certo, con una politica che fa così schifo la semplice idea di entrarci dentro - con le quote o con altri mezzi - ripugna. E gli esempi fatti da alcuni in questo forum confermano (se le donne sono cooptate dagli uomini, è chiaro che spuntano fuori certi casi). Però quando non parliamo solo di parlamentari, consigliere etc. Il vero scandalo è il mondo del lavoro, con le donne più qualificate e meno pagate - e soprattutto, come dice l'articolo della Palomba, meno presenti nei luoghi decisionali. In questo campo, siamo sicure che le "azioni positive" siano le quote (nei cda, nei consigli accademici, nei board, etc) e non altre?

Due pesi due misure

Gentile Signor Michele,

anche se sono d'accordo su molti punti che lei solleva, pure il suo tono rivela tutto il problema che c'è dietro il discorso sulla rappresentanza.
Ci apostrofa come "ragazze", non pienamente donne, non ancora adulte.
Il suo post ci invita ad aprire gli occhi in un modo che forse vuol essere provocatorio, ma che risulta infantilizzante.

Lei parla della mancata trasparenza e merito nei meccanismi di promozione delle donne verso l'alto, critica i gruppettarismi e chi si autonomina leader senza nessuna legittimazione "dal basso", ma questi sono i vizi del potere tutto, ed è il potere politico tutto, in netta prevalenza maschile, che andrebbe messo in discussione, non solo il suo lato piccolo e "rosa".

Lei parla di dubbi meriti di donne attualmente al potere (e possiamo essere anche d'accordo) ma vogliamo nominare i dubbi meriti di uomini al potere che non sono come dice lei "manageriali o intellettuali" ma clientelari, familiari o, peggio, mafiosi.

Ancora una volta, due pesi e due misure: le donne devono fare uno sforzo in più, dimostrare il doppio.

Le quote non sono solo rosa, le quote servono a creare un' equa rappresentanza rispetto al genere, quindi anche rispetto al maschile.

Quote rosa, ma come?

Non vi offendete, ragazze, ma francamente il modo in cui è stato posto il problema nell'articolo della Di Tommaso mi sembra un tantino arretrato per un paese che ha come Ministra la Carfagna, e dove cioè si sospetta che la via d'accesso delle donne al potere non sia quella del merito intellettuale o manageriale ma quella del merito estetico, sessuale, o anche familiare. Oltre che sparare numeri, dovreste forse riflettere sul problema del tokenismo, cioè sul fatto che le donne scelte non sono le leader delle donne, ma quelle scelte dai leader maschi (e non solo a destra, anche se in forma meno grave: vi dice niente Marianna Maida?).
Bisognerebbe proporre qualcosa di nuovo circa i meccanismi con i quali verranno scelte queste donne che vanno nei posti di potere. Fino a quando non si afferma un meccanismo più equo e trasparente della formazione delle leadership femminile, le donne cooptate dai capi saranno raramente appoggiate dalle altre donne, e con qualche ragione credo. E le donne hanno dato spesso prova di non avere migliori capacità: formando gruppi chiusi di amichette e autonominandosi leader piuttosto che aprendo un discorso serio sui meccanismi di promozione verso l'alto.
Vabbè che in Italia ormai è opaco e inquinato anche il modo in cui sono scelti i maschi nelle liste...Ma forse proprio per questo una proposta in merito avrebbe forse anche seguito...
Quote si, ma diciamo anche quote come!
Comunque complimenti per l'iniziativa di ingenere.

Abbiamo bisogno delle quote rosa?

Sappiamo che molte sono le barriere che impediscono alle donne di condividere il potere.
Le quote possono essere considerate un mezzo che può stimolare il cambiamento in molti ambiti, nella poliica, nella carriera lavorativa,...
Ma nessun sistema di quote( costituzionali, volontaristiche dei partiti politici,..) può risultare veramente efficace se non si sviluppa la capacità, nelle istituzioni pubbliche di farsi garanti di una vera parità nel tessuto sociale e nelle stesse strutture istituzionali.
Così, se in uno Stato sono presenti forti implementazioni di politiche pubbliche paritarie, l'equità di genere nella rappresentanza potrebbe anche attuarsi senza l'applicazione delle quote di qualunque tipologia esse siano.
Al tempo stesso, esse sono ben poco funzionali in un Paese dove sono presenti ma che è mancante di politiche pubbliche tali da poter mettere in atto sistemi di eliminazione delle diseguaglianze di genere.
Inoltre può essere interessante constatare come si possa raggiungere con il sistema delle quote un maggior numero di donne in politica, nei consigli di amministrazione come il caso norvegese, ma una mera crescita numerica significa ben poco se poi non avviene davvero un cambiamento nel modo di gestire le politiche pubbliche con ricadute nel tessuto sociale ed economico in un'ottica di vero gender mainstreaming.

qualche dubbio

Io al contrario di Francesca avrei qualche dubbio sul battermi per le quote di genere. Ora vi dico quali sono i miei dubbi, ma prima - tranquille - se volete fare una campagna per le quote di genere o le norme antidiscriminatorie, vi appoggio. Il fatto è che non mi entusiasmano. Ho un timore: che le donne entrino troppo lentamente negli organi elettivi e in parlamento e senza una forte consapevolezza di genere. Le analisi di Maria Laura e dei suoi colleghi mostrano che ci sarebbe un incremento di probabilità di essere elette solo dal 12% al 36%. Il livello di probabilità di essere eletta rimarrebbe piuttosto basso, se interpreto bene i dati. Il mio timore è che la cultura maschilista che media le pratiche nei partiti sia troppo estesa e forte, e che una minoranza di donne non ce la faccia a contrastare tale cultura. Anzi, peggio, ho timore che i rapporti troppo sbilanciati portino alcune di queste donne ad omologarsi a questi ambienti.
Questo rischio di omologazione è tanto più forte quando non abbiamo - come donne e come persone - una chiara visione del cambiamento di cui farci portatrici. Io più che un dibattito sulle quote di genere, vorrei un dibattito per capire che politica vogliamo. Non mi riferisco tanto ai contenuti della politica - anche se certo sono importanti - ma alle modalità di fare politica, ai principi che vogliamo che regolino la politica. Stiamo vivendo tempi da basso impero, di profondo degrado della politica cosidetta istituzionale. Davvero pensiamo che dire donna significhi dire cambiamento? insieme ad un maggior numero di donne in parlamento o nei consigli regionali, vorrei una politica diversa. Sarebbe una grande sconfitta avere solo più donne, magari raggiungere - che so - quota 35%, e poi non assistere ad un nuovo modo di fare politica.

un "vuoto di genere" tutto da colmare

In una ricerca condotta nel 2007, ASDO ha prodotto un ampio repertorio e poi una più ragionata tassonomia di fattori imputati di condurre all’esclusione delle donne dalla vita pubblica (rapporto RADEP). Tali fattori sono, nell’ordine di importanza che è risultato dalla ricerca,:
— la disarmonia, o dissonanza, tra i generi rispetto all’esercizio del potere, riportata ai diversi livelli, dalle ministre, dalle parlamentari, dalle sindacaliste di livello nazionale, dalle amministratrici locali, ma anche dalle sindacaliste e dalle militanti al livello di base;
— la frammentarietà della mobilitazione per promuovere la presenza delle donne, spesso occasionale e raramente adeguatamente coesa;
— la questione delle risorse e dei vincoli materiali che limitano tale presenza (risorse economiche, ma anche di tempo e di organizzazione);
— l’inerzia normativa e comportamentale che rifiuta, ritarda oppure piega e snatura le normative sulla parità;
— i nodi biografici e le diversità curriculari delle donne, caratterizzati da dilemmi e scelte che non si pongono con la stessa forza per gli uomini, e quindi da ritardi, ritorni, diversioni, ecc.;
— l’ambiguità dell’opinione pubblica, tra consenso diffuso alla presenza delle donne ed effettivo comportamento di voto;
— l’incertezza della volontà politica dei leader, nei momenti cruciali, di mandare avanti le donne, o a volte – da parte di alcune – di promuovere con forza la propria candidatura.
Ma di che natura è allora questo blocco, questa malattia di cui i fattori di esclusione sono il sintomo? Si tratta di una malattia di natura sociale, un difetto di socializzazione del genere nei livelli più profondi del tessuto sociale. Il che vuol dire che la realtà politica e sindacale si presenta “vuota” di regole, significati, relazioni, istituzioni e anche consuetudini, conoscenza tacita, ecc., relativa alla presenza di due generi, anziché di uno solo, al suo interno.
L’aumento della presenza delle donne nella sfera pubblica tende a riempire il “vuoto di genere”, ma non necessariamente in misura proporzionale al numero di donne che entrano. I risultati della ricerca, anzi, tendono a dimostrare che ciò che conta di più è l’orientamento al cambiamento di volta in volta insito nella presenza delle donne, orientamento che può comunque naturalmente risultare facilitato, nella sua espressione, da numeri più consistenti.
A mio avviso, ogni politica che vada a colmare il “vuoto di genere” deve essere bene accetta. Tuttavia le questioni di genere nelle politiche pubbliche vanno trattate senza cadere in due frequenti equivoci: quello per cui le donne rappresentano una specie di categoria da tutelare o promuovere, come se le differenze tra le donne non fossero nella realtà ampie come quelle tra i generi, e quello opposto, per cui si nega la stessa questione, e il problema del genere non esiste.
Il processo che ASDO ha chiamato di socializzazione del genere nella sfera pubblica deve rappresentare un vero e proprio processo di apprendimento per la società politica, la cui posta in gioco non è l’inclusione delle donne tout court, quanto l’inclusione di caratteristiche, conoscenze, know-how e attitudini, storicamente collegate alle donne, solo marginalmente integrate, quando non del tutto assenti, fino ad ora, nella sfera pubblica.

quote rosa

Innanzitutto basta con questa orrenda espressione "quote rosa". Si tratta di norme antidiscriminatorie. Inoltre sarebbe ora di smetterla di storcere la bocca davanti a politiche che puntano a vincere svantaggi ideali e materiali che datano secoli se non millenni. Da più di vent'anni in Italia le culture egemoni tra le donne hanno dato una mano, con le tirate "le donne non sono una categoria" oppure "le donne non sono panda" e via con queste amenità, a legittimare e sostenere le posizioni più chiuse e arretrate, tra le più maschiliste in Europa. Non solo ma in questo modo si è dato un ulteriore contributo allo smantellamento delle culture welfaristiche. Bisognerebbe lanciare un grande movimento di opinione a favore di norme antidiscriminatorie.