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Diritto all'aborto, approvata la risoluzione Tarabella

foto Flickr/Kalliop3

Con 441 voti favorevoli, 205 contrari e 52 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato la Risoluzione dedicata alla Parità tra donne e uomini all'interno dell'Unione europea e redatta dall'eurodeputato belga Marc Tarabella, del Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici. La risoluzione (che aveva già ricevuto l'approvazione della Commissione sui diritti delle donne del Parlamento europeo a fine gennaio) si rivolge alla Commissione e agli Stati membri con una serie di disposizioni generali relative a diverse questioni inaggirabili per il raggiungimento di una parità di diritti tra i sessi, e propone un avanzamento in tema di diritto alla salute sessuale e riproduttiva rispetto a quanto già avanzato dalla Risoluzione Estrela, bocciata in Parlamento europeo a fine 2013. In particolare il testo insiste sul fatto che "le donne debbano avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l'accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare".

Un passo importante, che dovrebbe tradursi per l'Italia nella piena applicazione della legge 194 del 1978, definendo l'illegalità di un fenomeno dilagante nel nostro paese, quello dell'obiezione di coscienza tra medici e ginecologi. In Italia, infatti, il numero di medici obiettori è altissimo (secondo le ultime indagini diffuse dal Ministero della Salute si parla di più di 2 ginecologi su 3, e di 7 medici su 10 solo nel sistema sanitario pubblico). E in alcune regioni la questione diventa più grave. Lazio, Molise, Campania, Sicilia, Basilicata, Abruzzio, quelle dove l'obiezione è più alta (tra l'80 e il 90 per cento). In alcuni casi sono le strutture stesse ad obiettare, nonostante la legge in vigore escluda questa possibilità.

Purtroppo, poco dopo l'approvazione della risoluzione, da un tweet dell'europarlamentare Silvia Costa si è appreso che è passato un emendamento che ristabilisce il principio di sussidiarietà in materia di libertà riproduttiva. Ciò significa, nello specifico, che “l'elaborazione e l'applicazione delle politiche in materia di salute e diritti sessuali e riproduttivi nonché in materia di educazione sessuale sono di competenza degli Stati membri”, come recita l'art.46 del testo finale approvato il 10 marzo (p.234). Questo non lascia ben sperare sul fatto che la risoluzione si traduca in qualcosa di concreto per l'Italia, ma anche per altri paesi in cui l'interruzione volontaria di gravidanza è ostacolata dalle stesse normative. ll rischio, quasi una certezza, è quello che nei paesi di tradizione "antiabortista" tutto resti immutato, e che le cittadine europee di questi stati si ritrovino con in mano un pugno di mosche.

Quello del diritto alla salute sessuale e riproduttiva, e quindi a un aborto non clandestino, è stato, e non a caso, il punto della risoluzione che nei mesi scorsi ha fatto più discutere nel nostro paese. Per l'ennesima volta, in Italia sono state sollevate polemiche dai movimenti pro-life e dalle associazioni antiabortiste riunite nella Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche (FAFCE), che in pochi hanno raccolto 50mila firme in una petizione contro la risoluzione e il diritto ad abortire in sicurezza. Per scongiurare quanto già accaduto per la risoluzione Estrela, la LAIGA (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l'applicazione della legge 194) insieme all'associazione Vita di Donna avevano lanciato una petizione rivolta principalmente ai deputati del Partito Democratico, invitandoli a non astenersi, come già accaduto nel 2013. Un appello a "non tradire le donne" che aveva raggiunto poco più di 1800 firmatari.

La risoluzione approvata in parlamento include disposizioni anche su altre questioni fondamentali per il raggiungimento di una parità tra i generi. Tra queste, la parità retributiva e la lotta alla povertà, il raggiungimento di una sempre più piena occupazione femminile, l'investimento pubblico in infrastrutture sociali per la cura dei figli e degli anziani, la valorizzazione dei congedi di paternità e la conciliazione maschile, e poi politiche efficaci e misure più concrete contro la violenza di genere, in base anche a quanto già previsto dalla convenzione di Istanbul. (Claudia Bruno)