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Divorzi all'italiana, oggi si decide

Foto: Flickr/ Kendra

A maggio 2017 la Cassazione civile ha emesso una sentenza che ha rivoluzionato il post-divorzio, annullando il tenore di vita matrimoniale come criterio regolatore dell'assegno di mantenimento. Una decisione che, se vivessimo in un mondo perfetto, andrebbe a eliminare una protezione paternalistica riconoscendo una parità sostanziale, ma che nei fatti, nell'Italia del 2018, dove il 78% delle dimissioni volontarie riguarda le lavoratrici madri, non fa che acuire per le donne il rischio di povertà.

Oggi le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si esprimeranno sul parametro del tenore di vita matrimoniale a cui per più di trent'anni la giurisprudenza italiana ha fatto riferimento in relazione all'assegno di mantenimento post-divorzio e che è stato messo fortemente in discussione con la sentenza di maggio che lo sostituisce con il principio di autosufficienza economica. 

"La rappresentazione delle relazioni personali proposta non considera però che in Italia l’esperienza femminile è ancora connotata da un forte squilibrio di potere sia nella dimensione privata delle relazioni familiari, sia nella dimensione pubblica, a partire da quella lavorativa" scrivono in un appello ai giudici decine di donne e associazioni femministe. "Questo squilibrio si riflette sulla condizione reddituale delle donne ed è destinato ad accentuarsi con il divorzio laddove il giudice, in relazione alla richiesta di assegno, non riconoscesse anche il valore economico del lavoro riproduttivo che concorre alla ricchezza familiare".

Il tasso di occupazione femminile resta infatti tra i più bassi in Europa, dove l’Italia è al penultimo posto, prima solo alla Grecia. "Tra le donne occupate con figli, il 67% del lavoro familiare prodotto dalla coppia è a carico delle donne per la cura dei figli, delle persone anziane e di eventuali componenti disabili della famiglia, mancando in Italia un welfare che le sostenga" continua l'appello. "1 milione 170 mila donne ha subito ricatti sessuali sul lavoro nel corso della vita, il 26,4% delle donne subisce violenza psicologica o economica dal partner attuale, intendendo per violenza economica, tra l’altro, l'impedimento alla donna di lavorare o di conoscere il reddito familiare e decidere le spese familiari, di avere una carta di credito o un bancomat, di usare il proprio denaro e il costante controllo sulle spese di lei".

Al centro della lettera ai giudici c'è la richiesta di promuovere l’effettiva indipendenza e autonomia delle donne dentro e fuori dalle relazioni familiari: "il concetto di autosufficienza economica non può essere 'decontestualizzato', ma caso per caso deve essere necessariamente ancorato alle perdite di opportunità e rinunce, nella sfera pubblica e lavorativa, che le donne accumulano nel corso del proprio vissuto familiare e relazionale. Riteniamo indispensabile, inoltre" concludono le firmatarie "superare la natura assistenziale dell’assegno divorzile, per attribuirvi invece una finalità redistributiva, funzionale al riconoscimento del valore dell’apporto di ciascuno/a alla vita condivisa, e confidiamo in un rafforzamento di parametri di giudizio che siano di presidio dell’uguaglianza sostanziale nelle relazioni familiari e post-coniugali, in attuazione degli artt. 2 e 3 della Costituzione".

Leggi l'appello delle donne e delle associazioni femministe