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Donne di carta

La ricerca tra le carte dell'Archivio di Stato e le interviste ad alcune donne che hanno lavorato nello stabilimento dell’Istituto Poligrafico di Foggia, rappresentano lo spunto per fare emergere un passato che sembrava dimenticato e che, grazie al datajournalism e al lavoro di una giornalista, riemerge

Centoquarantesei operaie e sei impiegate. E’ questa la presenza femminile che viene registrata nell’agosto 1946 nello stabilimento foggiano dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Il dato, tratto dall’elenco dipendenti conservato in un fascicolo dell’Archivio di Stato di Foggia, è uno dei due percorsi che ho seguito per www.viadelmareracconta.it, un progetto web dedicato allo stabilimento foggiano. Da un lato, dunque, la ricerca tra le carte dell’Archivio di Stato di Foggia, dall’altro le interviste ad alcune donne che hanno lavorato in Cartiera.

Ventiquattro grandi fogli battuti a macchina nel 1946 restituiscono la situazione occupazionale dello stabilimento all’indomani della guerra. Colpiscono alcuni dati che ho avuto modo di mettere in evidenza grazie agli strumenti del datajournalism.

Per quanto riguarda le 146 operaie soltanto quattro hanno la qualifica di capo operaio (contro i 53 uomini), le rimanenti 142 sono manodopera semplice. Non c’è nessuna donna apprendista, mentre se ne registrano 23 fra gli uomini.

Sul fronte degli impiegati, invece, l’elenco restituisce una più dettagliata rilevazione delle qualifiche che, però, sono quasi esclusivamente appannaggio degli uomini.
In particolare su 76 impiegati, solo 6 sono donne e queste sono tutte computiste. Tutte le altre qualifiche sono assegnate agli uomini:capo computista, capo officina, capo officina principale, capo servizio, capo ufficio, computista capo, impiegato di concetto, ingegnere, ingegnere capo e vice capo officina.

Le visualizzazioni che ho elaborato si riferiscono soltanto all’elenco operai e a quello degli impiegati perché nel foglio dei lavoratori dell’azienda agricola, che risulta danneggiato al punto da non riuscire a leggere bene alcuni cognomi, non compaiono donne.

Altro campo di indagine che ho approfondito è quello del rapporto lavoratrici-guerra. In quei fogli d’Archivio sono indicate anche le qualifiche combattentistiche. Mentre per gli uomini la cosa è abbastanza scontata e ci restituisce un universo che va dalle guerre coloniali alla seconda guerra mondiale, non si può dire lo stesso per le donne. Delle 146 operaie sono 144 quelle che non risultano avere la qualifica combattentistica, mentre sono 2 quelle indicate come reduci. Purtroppo non ci sono altre notizie se non queste semplici annotazioni. Delle 6 impiegate, invece, soltanto una la qualifica combattentistica di perseguitata politica e le rimanenti cinque risultano senza qualifica.

Alla ricerca d’Archivio ho affiancato la raccolta di testimonianze di donne che hanno lavorato tra gli anni ‘60 ed il 2000. Sia nella ricerca d’Archivio che nelle interviste ho scelto la lettura di genere perché non esiste per la Cartiera di Foggia un racconto al femminile e questo progetto.

Delle interviste con le donne mi piace sottolineare il fatto che tendono sempre a raccontarti la relazione tra lavoratori. Parlano poco dei meccanismi della fabbrica, del funzionamento delle macchine, cose che invece gli uomini amano raccontare di più.

Un ulteriore spunto è venuto dalla lettura di “Lotte operaie nella Cartiera di Foggia”, libro scritto nel 1976 da Lorenzo Ventrudo, operaio della Cartiera che scelse quell’argomento per la sua tesi di laurea. A proposito della Prima Conferenza della filpc-Cgil “Per la difesa e lo sviluppo della Cartiera di Foggia”, che si tenne il 14 maggio 1953, Ventrudo ricorda che la Conferenza esaminò, tra le altre cose, “la tutela della donna lavoratrice, della salubrità ed igiene del lavoro, dell’adeguamento delle “capacità degli spogliatoi al numero dei dipendenti” e a questo proposito in una nota del suo libro Ventrudo commenta e riporta che: “Non era certamente decoroso ed igienico far viaggiare dalla fabbrica alla città – si affermò – su di un autocarro malamente coperto da un tendone, le madri lavoratrici con i figlioli lattanti al seno, esposte con loro all’inclemenza del tempo ed alla polvere della strada, essendo il veicolo aperto posteriormente”.

Le donne intervistate mi hanno raccontato come l’azienda si occupasse delle madri lavoratrici e dei servizi che erano offerti. C’era addirittura un nido aziendale, esterno allo stabilimento, e le donne, attorno alle 11 del mattino, venivano accompagnate per poter allattare. Sono dettagli di vita di fabbrica emersi durante le interviste che, spesso, sono diventate occasione per raccontarmi episodi che avevano dimenticato. Spero che questo lavoro possa diventare da lavoro giornalistico un racconto collettivo per fare memoria.  

Mara Cinquepalmi