Le conseguenze dell'entrata in vigore dei nuovi dazi globali del 10% imposti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in risposta alla sentenza della Corte Suprema del 20 febbraio 2026 stanno generando una grande confusione a livello internazionale. L'analisi di un'economista

Un mondo
di dazi

di Annamaria Simonazzi

Il 20 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato una parte rilevante dei dazi imposti da Trump perché costituzionalmente illegittimi. Ne è seguito un copione già visto: la minaccia di nuovi dazi urbi et orbi da parte del presidente degli Stati Uniti - prima al 10, poi al 15, e alla fine ancora al 10%; l’incertezza creata dalla rimessa in discussione degli accordi internazionali e le conseguenti reazioni negative delle borse e del dollaro e l’aumento del prezzo dell’oro; lo sconcerto dei partner commerciali degli Stati Uniti. Viene alla mente l’osservazione compiaciuta di Mao Zedong: "Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente", una frase che potrebbe far propria il suo attuale successore, Xi Jinping.

Vediamo come gli avvenimenti di questi giorni abbiano creato un clima di enorme incertezza e le possibili conseguenze, cominciando dagli effetti interni agli Stati Uniti.

Un primo elemento riguarda le aspettative sulla stabilità dei nuovi provvedimenti tariffari. In risposta alla sentenza della Corte Suprema, Trump ha annunciato nuovi dazi che si rifanno a una legge diversa, la Sezione 122 dello US Trade Act del 1974. Questa norma prevede un’aliquota massima del 15% e un periodo massimo di applicabilità di 150 giorni, un termine che può essere esteso solo dal Congresso. L’approvazione di una eventuale estensione da parte del Congresso dovrebbe avvenire entro la fine di luglio, cioè molto vicino alle elezioni di mid-term di novembre. Considerando anche l’avversione crescente dell’elettorato americano ai dazi, la sua approvazione non può esser data per scontata.

Il secondo problema riguarda i risultati prodotti finora sull’economia americana dalla politica dei dazi e le conseguenze dei recenti cambiamenti. Nelle intenzioni di Trump i dazi avevano tre obiettivi principali: eliminare lo “scandaloso sfruttamento” degli Stati Uniti ad opera dei produttori esteri, migliorare il saldo dei conti con l’estero, finanziare il bilancio pubblico. 

Rispetto al primo obiettivo, contrariamente a quanto affermato dal presidente, secondo cui i costi dei dazi sarebbero ricaduti sulle imprese estere, studi recenti stimano che siano state le imprese e i consumatori statunitensi a sopportare la maggior parte dell'onere economico dei dazi imposti nel 2025. La Federal Reserve Bank di New York, per esempio, ha stimato che, nei primi otto mesi del 2025, circa il 94% dei dazi sono stati sostenuti dagli Stati Uniti. L’aumento dei prezzi delle importazioni è stato inizialmente assorbito dai margini di profitto delle imprese statunitensi, per poi essere parzialmente trasferito ai consumatori. Un documento recente del think-tank apartitico Tax Foundation ha stimato che i dazi abbiano comportato un aumento medio delle tasse per le famiglie statunitensi di 1.000 dollari nel 2025. Infine, si stima che i dazi abbiano contribuito per poco più di mezzo punto percentuale all’inflazione, che a gennaio era pari al 2,4%, superiore all’obiettivo della Federal Reserve. Questi dati spiegano perché anche i repubblicani inizino a essere preoccupati.

Per quanto riguarda gli altri due obiettivi, i dazi non hanno portato a un miglioramento del saldo commerciale delle merci, che è rimasto pesantemente negativo, compensato in parte dal saldo molto positivo dei servizi, mentre hanno invece contribuito al finanziamento del disavanzo pubblico.[1] 

L’amministrazione americana aveva stimato che il complesso dei dazi avrebbe prodotto un gettito di 3.000 miliardi di dollari nel decennio 2025-2035. Nel 2025 i dazi ora cancellati dalla Corte Suprema avevano fruttato circa 130 miliardi di dollari, e altri 30 miliardi nel solo gennaio 2026.[2] 

L’annullamento di una parte dei dazi aggrava il problema di come coprire l’enorme disavanzo del bilancio pubblico (il “One Big Beautiful Bill” di Trump), problema reso più complesso dall’incertezza e dalla confusione causate dall’ondata di ricorsi intentati da imprese e cittadini per ottenere il rimborso dei dazi già pagati, ma ora non più dovuti: si parla di più di 1.500 casi. Si annuncia un vero vespaio di cause legali dall’esito incerto.

Ugualmente caotico è il contesto internazionale. La Corte Suprema ha dichiarato illegittimi solo i dazi che si rifanno all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977. Sono invece ancora in vigore i dazi settoriali, dazi cioè che colpiscono alcuni settori specifici, come l’automobile, l’acciaio, l’alluminio, i chip di silicio, imposti in base ad altre normative commerciali. Poiché i nuovi dazi imposti da Trump andranno a sommarsi ai dazi settoriali tuttora in vigore, saranno colpiti più duramente quei paesi, come Giappone, Corea del Sud o Unione europea, più specializzati nell’esportazione di acciaio, alluminio, automobili e altri beni soggetti ai dazi settoriali. Specularmente, saranno meno colpiti altri paesi, come il Vietnam o l'Indonesia, che esportano principalmente beni che non rientrano nelle categorie soggette ai dazi settoriali. Inoltre, paesi amici che avevano negoziato dazi più ridotti (si pensi all’Inghilterra) finiscono per essere relativamente svantaggiati rispetto a paesi “nemici”, come Cina e Brasile, che Trump aveva colpito con dazi più elevati (18-20% e più).

Si comprende pertanto come la sentenza della Corte e i successivi nuovi dazi imposti da Trump abbiano creato lo sconcerto fra i partner commerciali, molti dei quali avevano negoziato onerosi accordi bilaterali. Le risposte sono state diverse. Il Regno Unito ha minacciato ritorsioni. Altri governi hanno chiesto una revisione degli accordi. È questo il caso del Giappone, che aveva negoziato una riduzione dei dazi sulle auto dal 27,5 al 15% in cambio di 550 miliardi di dollari di investimenti giapponesi negli Stati Uniti, e che ora si vedrebbe colpito con un dazio supplementare. L’Unione europea ha sospeso la ratifica dell’accordo raggiunto nell’estate scorsa, ma è ancora sotto ricatto (Ucraina, Nato), e dunque si muove con cautela. In più, i paesi membri dell’Unione sono ancora una volta divisi; la Francia invoca il "bazooka commerciale", uno strumento anti-coercitivo (ACI) che può essere usato contro le imprese statunitensi, mentre il governo italiano suggerisce prudenza.[3]

Per concludere, la conseguenza di gran lunga più rilevante della sentenza della Corte Suprema e della risposta di Trump è l’enorme aumento dell’incertezza. Pessimo segnale per gli investimenti in generale, ma anche per gli investimenti diretti verso gli Stati Uniti e per la rilocalizzazione della produzione (il cosiddetto “reshoring”) negli Usa.  L’incertezza causata dai dazi va ad aggiungersi all’incertezza generata dalle altre politiche di Trump, per esempio le politiche per l’ambiente. È notizia recente che la Ford ha chiuso un importante stabilimento di batterie per veicoli elettrici a Glendale, Kentucky, nel dicembre 2025, appena quattro mesi dopo l'apertura, causando 1.600 licenziamenti. Le ragioni: calo della domanda di veicoli elettrici, riduzione del sostegno federale e l’inversione della politica energetica verso le fonti tradizionali di energia. Altro che Make America Great Again.

Note

[1] Va notato come Trump si concentri ossessivamente sul saldo della bilancia commerciale. Alla riduzione del saldo negativo nello scambio di merci verrebbe attribuita la capacità di rilanciare la produzione e l’occupazione industriale. Si tace invece sull’enorme saldo positivo dei servizi – si pensi per esempio agli enormi introiti derivanti dai servizi digitali, originati dallo strapotere globale delle Big Tech.

[2] Nel 2025, il complesso dei dazi aveva fruttato 264 miliardi di dollari.

[3] L'ACI ha un'ampia gamma di poteri, dai controlli sulle esportazioni alle tariffe sui servizi, oltre all'esclusione delle aziende statunitensi dagli appalti dell'Unione europea. Quets'ultima ha inoltre previsto un pacchetto di dazi di ritorsione su oltre 90 miliardi di euro di beni statunitensi, al momento sospeso, ma che potrebbe essere applicato.

Questo articolo è tratto dall'intervento tenuto dall'autrice ai microfoni de Il Mondo, podcast di Internazionale


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