Le infrastrutture digitali non sono neutre, ma progettate e governate dentro assetti economici e culturali che riproducono gerarchie di genere, razza e classe. Se da una parte intervengono rapidamente su contenuti legati a sessualità, aborto ed educazione di genere, dall'altra risultano lente o inefficaci nel contrastare campagne misogine coordinate, e spesso facilitano l'espansione di credenze e modalità patriarcali. Un progetto di ricerca si propone di approfondire il ruolo dei centri antiviolenza nel contrasto alle molestie digitali e di riformulare buone pratiche al passo con i tempi

La violenza
senza fili

La violenza digitale di genere è ancora spesso descritta come un'emergenza improvvisa o un “effetto collaterale” della modernità tecnologica. Le evidenze empiriche e le teorie femministe mostrano invece che costituisce una dimensione strutturale della violenza patriarcale contemporanea, profondamente intrecciata alle sue manifestazioni offline.

Casi emblematici come il "GamerGate" del 2014 non rappresentano un semplice episodio mediatico, ma l’emersione pubblica di un fenomeno strutturale.[1] In quell’occasione, la sviluppatrice Zoé Quinn fu colpita da una campagna globale di molestie, minacce e diffamazione, innescata dall’ex partner Eron Gjoni e amplificata da community online organizzate. Furono coinvolte anche giornaliste e altre sviluppatrici, mostrando come le piattaforme possano trasformarsi in strumenti di attacco coordinato contro donne presenti in ambiti percepiti come maschili.

Tali episodi confermano che la violenza online non è un’estensione marginale di quella offline, ma parte di un continuum – concetto elaborato nell’analisi della violenza sessuale dalla sociologa britannica Liz Kelly nel suo libro Surviving sexual violence (University of Minnesota Press, 1988) – che attraversa relazioni, istituzioni e tecnologie. Le infrastrutture digitali non sono neutre: sono progettate e governate entro assetti economici e culturali che riproducono gerarchie di genere, razza e classe. Ne deriva un paradosso strutturale: le piattaforme intervengono rapidamente su contenuti legati a sessualità, aborto o educazione di genere, ma risultano lente o inefficaci nel contrastare campagne misogine coordinate. Questa asimmetria riflette priorità economiche e culturali incorporate nei sistemi di moderazione.

In Italia, prima dell’intervento legislativo, attiviste femministe e transfemministe, reti di autodifesa digitale e realtà come Chayn Italia hanno nominato la violenza online come violenza digitale di genere, evidenziando come l’atto di nominare produca intelligibilità politica e spazi di riconoscimento. Le pratiche di autodifesa digitale femminista, radicate nelle genealogie del cyberfemminismo e del mutualismo transfemminista, non si limitano a strumenti tecnici, ma propongono una visione politica dell’infrastruttura digitale come terreno di conflitto.

Successivamente, i centri antiviolenza hanno integrato la violenza digitale nelle pratiche di accoglienza e accompagnamento, riconoscendola come parte del continuum della violenza di genere: non un’eccezione, ma una dimensione strutturale. In questa prospettiva, l’autodifesa digitale è intesa non solo come competenza tecnica, bensì come pratica politica di restituzione di agency e autodeterminazione.

La voce di tutte le persone che operano nel contrasto alla violenza di genere diventa quindi fondamentale per restituire un quadro esaustivo del fenomeno.

In questa cornice si colloca il progetto Gendering Internet: violence, resilience and empowerment in digital spaces (Givre). Coordinato da Sapienza Università di Roma, in collaborazione con l’Università di Padova e la Link Campus University, il progetto si fonda sull’assunto che le piattaforme digitali non si limitino a ospitare singoli atti di aggressione, ma contribuiscano attivamente, attraverso affordance tecnologiche, algoritmi e logiche di visibilità ed engagement, alla produzione e all’espansione di dinamiche di violenza, sia esplicite – come molestie e stalking – sia più indirette, connesse a processi di polarizzazione e normalizzazione dell’aggressività. 

L'obiettivo di Givre è quello di approfondire il ruolo dei centri antiviolenza nel contrasto alla violenza digitale di genere e alla riformulazione di buone pratiche, partendo da alcune domande di ricerca, ad esempio: a che punto siamo rispetto al riconoscimento della violenza digitale come dimensione strutturale dei e nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza? Come attribuirle maggiore rilevanza nell’ascolto, nella valutazione del rischio e nella costruzione di progetti personalizzati?

Questi interrogativi sono stati approfonditi attraverso due focus group con attiviste e operatrici della rete antiviolenza che si sono svolti il 3 e il 6 marzo 2025, durante i quali si è riflettuto su pratiche, criticità e trasformazioni in atto nei centri per fronteggiare la violenza digitale di genere.

Dai focus group è emerso con forza che la violenza digitale è una dimensione sistemica della violenza patriarcale. La distinzione tra spazio fisico e virtuale si dissolve: "non c'è più una frattura tra violenza online e violenza offline, ma è tutto uno stesso filo" ha affermato una delle partecipanti.

La tecnologia potenzia il controllo tradizionale attraverso sorveglianza e invasione costante: "si passa da un ‘banale’ controllo fino alla localizzazione GPS, accesso ai social e alle app bancarie" ha raccontato un'altra. Anche dopo la separazione dalla persona maltrattante, "chi ha agito violenza dal vivo continua ad agire anche digitalmente". Per questo è necessario nominare correttamente il fenomeno: "non è solo violenza psicologica o economica: è violenza digitale".

La violenza digitale produce un trauma persistente, segnato dall’iper-attivazione: "è come se venisse agita 24 ore su 24" ha sottolineato una delle partecipanti al focus group. Le tracce online risultano spesso indelebili: "le prove della violenza subita non si cancellano". "Questa cerchia è potenzialmente infinita" ha affermato un'altra. "Puoi anche spostarti di città, ma è come se quella cosa ti rincorresse".

Le ripercussioni investono la vita sociale e professionale: la paura del controllo – "molte hanno proprio il terrore di avere un'app sul cellulare" –, la modifica di abitudini quotidiane – "devo cambiare questa abitudine, perché so che in un qualche modo, l’altra persona ci arriva sempre" – e l’impatto su studio e lavoro – "arrivi su Teams a lezione… non posso togliere il nome". Anche strumenti ordinari come SPID, email e cloud possono diventare dispositivi di controllo.

Cresce la consapevolezza delle donne, che chiedono verifiche dirette – "non è che ho il telefono sotto controllo?" è diventata una domanda diffusa. Indicatori precoci della violenza digitale si manifestano quando compaiono anomalie tecniche e richieste di verifica dell’account che vengono da banche, poste o altre app.

I centri antiviolenza agiscono, quindi. Si configurano come laboratori di innovazione (ad esempio con l’organizzazione di cassette di sicurezza per cellulari o di toolkit transfemministi di autodifesa e di autodeterminazione digitale), ma l’asimmetria tecnologica resta evidente: "il GPS non si trova, bisognerebbe rottamare la macchina!" si è sfogata una delle partecipanti, perché "è praticamente impossibile cancellare quello che mettiamo dentro la rete".

Il divario presentato richiede un impegno collettivo e politico, inclusa la pressione sulle piattaforme affinché assumano più responsabilità – per costringerle "a raddrizzare il tiro", come ha messo in evidenza una delle partecipanti.

Le evidenze confermano che la violenza digitale di genere è un elemento strutturale del continuum patriarcale. Le risposte più innovative provengono dalle pratiche transfemministe e dall’esperienza dei centri antiviolenza. La rete è un’infrastruttura fondamentale della vita contemporanea: limitarne l’accesso sicuro significa limitare la libertà delle donne.

Non basta delegare la sicurezza alla prudenza individuale: occorre una responsabilizzazione radicale delle piattaforme e una trasformazione delle infrastrutture tecnologiche, intervenendo sulle logiche economiche degli algoritmi e promuovendo misure giuridiche e tecniche tempestive. Contrastare la violenza digitale implica un cambiamento multilivello – tecnico, politico, educativo e istituzionale – capace di integrare competenze operative e critica culturale, per trasformare la rete da spazio di sorveglianza e controllo a luogo di reale autodeterminazione e libertà.

Note

[1] Il Gamer Gate è stata una campagna di molestie online avvenuta negli Stati Uniti tra il 2014 e il 2015 che ha preso di mira le donne nell'industria dei videogiochi, i cui attacchi sono stati attribuiti principalmente a maschi bianchi delle nuove destre accomunati da un forte sentimento di misoginia e intolleranza nei confronti delle posizioni femministe.

Riferimenti

J. Butler, Undoing gender, London, Routledge, 2004.

S. Federici, Revolution at point zero: Housework, reproduction, and feminist struggle, Oakland, PM Press, 2012.

D.J. Haraway, A cyborg manifesto: Science, technology, and socialist-feminism in the late twentieth century, in D.J. Haraway, Simians, cyborgs, and women: The reinvention of nature, London, Routledge, 1991, pp. 149-181.

E.A. Jane, “You’re a ugly, whorish, slut”: Post-feminist hostility and online misogyny, in Feminist Media Studies, 14, 4, 2014, pp. 531-546.

L. Kelly, Surviving sexual violence, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1988.

A. Massanari, #Gamergate and The Fappening: How Reddit’s algorithm, governance, and culture support toxic technocultures, in New Media & Society, 19, 3, 2017, pp. 329–346.

S.U. Noble, Algorithms of oppression: How search engines reinforce racism, New York, New York University Press, 2018.

S. Plant, Zeros + ones: Digital women and the new technoculture, London, Doubleday, 1997.

N. Srnicek, Platform capitalism, Cambridge, Polity Press, 2017.


Source URL: http://www.ingenere.it/prossima/la-violenza-senza-fili