Le "pratiche di conversione" sono interventi privi di fondamento scientifico per "correggere" l’orientamento sessuale e l’identità di genere delle persone Lgbtqia+. A che punto siamo in Europa sulla messa al bando dopo che una mobilitazione della cittadinanza per vietarle ha raccolto oltre 1 milione di firme

 

Niente da
convertire

di Matteo Di Maio

Sulla tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, l’Unione europea – con le dovute differenze tra i singoli stati membri – rappresenta da anni uno spazio all’avanguardia a livello globale.

Nel 1989, fu la Danimarca il primo stato al mondo a riconoscere le unioni tra coppie omosessuali. Nel 2001, invece, i Paesi Bassi diventarono il primo paese al mondo a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, seguiti dal Belgio (2003) e dalla Spagna (2005).

La tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+ a livello europeo ha seguito anche altre traiettorie, influenzate soprattutto dagli ambiti di competenza del diritto comunitario. Già nel lontano 2000, con la Direttiva 2000/78/CE, venne vietata la discriminazione in ambito lavorativo basata sull’orientamento sessuale (insieme ad altre caratteristiche e dimensioni di ogni individuo). Oggi può sembrare una posizione abbastanza scontata, ma all’epoca non fu così: questo principio basilare, affermato in sede comunitaria, si è rivelato molto utile e prezioso nello sviluppo di una fitta giurisprudenza sul tema, dando all’attivismo per i diritti Lgbtqia+ una preziosa “scatola degli attrezzi” per lavorare soprattutto negli stati membri meno avanzati nell’inclusione delle persone queer.

I livelli di tutela dei diritti Lgbtqia+ in Europa (e nei 27 stati dell’Ue) restituiscono ancora oggi un mosaico assai composito. Il Rainbow Index di Ilga Europe fornisce ogni anno dati preziosi, produce una classifica con punteggi complessivi, ma anche suddivisi per macro-aree. Accanto a esempi decisamente positivi come la Spagna, che negli ultimi anni ha scalato la classifica grazie a nuove leggi a tutela delle persone transgender e provvedimenti per sviluppare le politiche di diversità e inclusione nelle aziende, troviamo paesi un tempo all’avanguardia che hanno visto un netto arretramento (come il Regno Unito), e contesti in cui la tutela delle persone queer si scontra con un clima politico piuttosto ostile, come l’Ungheria.

Tra gli aspetti in cui la maggior parte dei paesi europei risulta ancora manchevole c’è il tema della messa al bando delle cosiddette “pratiche di conversione”, note anche come “terapie riparative”. Si tratta di interventi psicologici, religiosi, medici o di altro tipo che mirano a cambiare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere di una persona. Nessuna istituzione scientifica al mondo le riconosce come valide: sono a tutti gli effetti pratiche prive di qualsiasi fondamento, capaci di causare danni molto gravi per chi le subisce. Attualmente, la maggior parte dei paesi dell’Unione europea non le vieta esplicitamente.

Per provare a cambiare questo stato delle cose, nel maggio 2024 è partita un’Iniziativa dei cittadini europei (Ice), uno strumento previsto dal Trattato di Lisbona che permette ai cittadini e alle cittadine europee di chiedere direttamente alla Commissione di agire su un determinato tema. L’iniziativa Ban on conversion practices in the European Union – promossa dall’associazione Against Conversion Therapy (ACT) – ha chiesto alla Commissione di proporre un divieto giuridico vincolante a livello dei 27 paesi dell’Ue. In un anno, dal 17 maggio 2024 al 17 maggio 2025, questa iniziativa ha raccolto più di un milione e 120.000 firme valide, di cui più di 60.000 provenienti dall’Italia, superando la soglia minima di firme richieste in 11 stati membri su 27. Il 17 novembre 2025, l'Ice è stata formalmente consegnata alla Commissione, diventando la quattordicesima iniziativa di successo nella storia dello strumento.

Il 29 aprile scorso, il Parlamento europeo si è espresso a favore del divieto delle “pratiche di conversione”, sostenendo l’Iniziativa dei cittadini europei e chiedendo alla Commissione di agire. Un parere simile, orientato a favore della messa al bando, è arrivato nello stesso periodo anche dal Comitato economico e sociale europeo. La risposta della Commissione è arrivata il 13 maggio, pochi giorni prima della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. La Commissione non metterà sul tavolo una direttiva vincolante per imporre un divieto a livello Ue, ma una raccomandazione per esortare i singoli stati membri a vietare le “pratiche di conversione”.

In assenza di una spinta forte e vincolante da parte della Commissione, almeno nel breve periodo, negli ultimi mesi si sono comunque registrate novità in alcuni paesi. Il 16 giugno 2026, la Eerste Kamer dei Paesi Bassi ha approvato una legge che vieta le pratiche di conversione. Anche in Lussemburgo è stata presentata di recente una proposta di legge analoga. Il 25 giugno, invece, il Congresso dei Deputati in Spagna ha approvato una legge per rendere le “pratiche di conversione” un reato perseguibile penalmente: il paese aveva già proibito tali pratiche con la Ley Trans, prevedendo all’epoca esclusivamente sanzioni economiche di natura amministrativa.

Nella stessa giornata è arrivato un segnale molto atteso dal Regno Unito: il governo laburista del dimissionario Keir Starmer ha pubblicato una bozza del Conversion Practices Bill. Il dibattito su questa legge sarà probabilmente molto acceso, soprattutto relativamente alle tutele per le persone transgender, drasticamente calate negli ultimi anni nel Regno Unito.

Da quanto è stato brevemente descritto in questo articolo, emerge chiaramente quanto sia complesso mettere al bando le “pratiche di conversione”. I principali nodi che ogni legislatore, nazionale e comunitario, deve affrontare riguardano diversi aspetti. Dal punto di vista scientifico non vi è alcun dubbio sulla dannosità e sulla pericolosità di queste pratiche, ma non vi è ancora un consenso unanime sulla definizione giuridica delle stesse: questo aspetto è particolarmente delicato, soprattutto quando ci approcciamo a strumenti di diritto penale. Al contempo, chi legifera spesso trova difficoltà nel differenziare i livelli di tutela tra persone minorenni e maggiorenni, oppure nel capire come intercettare queste pratiche quando avvengono (anche) online o attraverso i social media. Un ulteriore aspetto che spesso rallenta la discussione legislativa riguarda tutti quegli ambiti in cui le "pratiche di conversione” vengono agite da membri di una comunità religiosa.

In Italia, purtroppo, siamo ancora piuttosto lontani da una presa in carico della questione da parte della politica nazionale. È opportuno citare un disegno di legge presentato in Senato ormai 10 anni fa, che non è mai arrivato neanche vicino all’approvazione. Più di recente, a partire dal 2024, circa 30 associazioni Lgbtqia+ italiane hanno lanciato la campagna Meglio a colori, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, di sostenere attività di ricerca e raccolta dati sulle “pratiche di conversione” e di proporre una legge a livello nazionale sul tema. Parallelamente, Meglio a colori ha sostenuto l’Ice di cui si è parlato nei paragrafi precedenti.

La richiesta di intervenire contro le “pratiche di conversione” in Italia è pervenuta anche in sede Onu, nell’ambito della Revisione periodica universale (Upr) del 2025.[1] L’Italia, infatti, ha ricevuto più di 300 raccomandazioni, inclusa quella di vietare le “terapie riparative”. La risposta del Governo italiano è stata negativa: l’esecutivo ha ritenuto di non dover intervenire con un divieto ad hoc, poiché tali pratiche non vengono erogate dal Servizio sanitario nazionale, suscitando forte sdegno tra le associazioni Lgbtqia+ italiane.

Ma il ritardo italiano nel farsi carico di vietare queste pratiche si inserisce in un ritardo complessivo sulla tutela dei diritti Lgbtqia+: nel nostro paese manca una normativa capace di riconoscere omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia come aggravanti nei crimini d’odio, siamo l’ultimo paese fondatore dell’Unione europea senza una legge sul matrimonio egualitario e la normativa che consente alle persone transgender di affermare il proprio genere sui documenti risale al 1982, costringendo le persone interessate a percorsi lunghi, incerti, costosi e appesantiti da molti passaggi burocratici e medici inutili.

Né la situazione a livello italiano né le molte differenze – e reticenze – a livello europeo possono impedirci di riconoscere la pericolosità delle “pratiche di conversione”: non c’è nulla da guarire o da convertire nelle persone Lgbtqia+ ed è tempo che la politica si faccia carico di questo tema, fornendo risposte adeguate a tutela delle vittime.

Note

[1] La Upr è il meccanismo con cui il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite valuta periodicamente lo stato di tutela e avanzamento dei diritti umani nei singoli paesi. Uno stato membro dell'Onu viene sottoposto a un esame complessivo, gli altri paesi possono formulare raccomandazioni su vari temi che possono essere accettate o respinte.


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