Le polemiche sollevate dalle destre in seguito alla decisione del gestore del Lido di Salorno, località di meno di 4mila abitanti a sud di Bolzano, di dedicare un’ora a settimana all’utilizzo del lido per sole donne, rendono ancora più necessaria una riflessione femminista su come il nazionalismo europeo stia promuovendo retoriche xenofobe in nome della parità. Un percorso tra le pagine di teoriche che da anni ci aiutano a interpretare il presente
Pratiche di
femonazionalismo
Nel 2017 Sara R. Farris ha pubblicato un libro fondamentale in cui teorizza il femonazionalismo. Nell’introduzione al testo, l’autrice spiega che una peculiarità dell’attuale destra nazionalista europea, diversamente da quanto accaduto in passato, è richiamare la parità di genere nel contesto di retoriche per lo più xenofobe. Femonazionalismo sta infatti per nazionalismo femminista e per lo più femocratico – riferendosi alle femocrate, cioè alle donne impegnate in queste forze politiche – e descrive la strumentalizzazione dei temi dei diritti delle donne (e in alcuni casi delle persone Lgbtqia+) da parte di forze politiche nazionaliste e neoliberiste nell’ambito di cornici discorsive xenofobe, soprattutto di matrice islamofobica.
Ci si può chiedere se questa definizione aiuti a comprendere le polemiche sollevate da alcune/i esponenti delle destre altoatesine e nazionali in seguito alla decisione del gestore del Lido di Salorno, località di meno di 4.000 abitanti a sud di Bolzano, di dedicare un’ora del lunedì, dopo la consueta chiusura della struttura, all’utilizzo del lido per sole donne.
L’iniziativa, richiesta dal centro interculturale locale Armonia, intendeva favorire l’accesso del lido “a tutte quelle donne che, per motivi personali, culturali, religiosi, di privacy o semplicemente perché desiderano sentirsi maggiormente a proprio agio, non frequentano normalmente la piscina”, come si legge nel post di Armonia Salorno del 23 luglio 2026. Forse perché il volantino riportava la foto di una donna che indossa il cosiddetto burkini o per come ne è stata data notizia sui giornali locali, l’iniziativa ha suscitato diverse reazioni.
Dalle dichiarazioni di tali esponenti apparse su un giornale locale, su testate nazionali e su altri siti di informazione, sono emerse una serie di preoccupazioni: che l’attività proposta potesse rappresentare una pratica segregativa e compromettere l’inclusione delle donne anziché promuoverla, riprodurre forme di patriarcato religioso e favorire un arretramento nei diritti delle donne; infine che il permesso di indossare il cosiddetto costume integrale costituisse una forma di oppressione dei corpi femminili, oltre che una possibile criticità igienico-sanitaria.[1]
Avendo appreso la notizia dai giornali, e non attraverso un’indagine sul campo, più che affermare, posso ipotizzare che l’analisi di Farris sia adeguata ad interpretare la natura di queste reazioni. Sicuramente può offrire spunti di riflessione sia agli esponenti dei partiti sia a tutte le persone coinvolte. Di fatto, accanto alla comunità di Salorno, che sin dall’inizio ha mostrato la propria distanza dalle retoriche utilizzate, impegnandosi piuttosto in pratiche situate di cittadinanza, si sono espresse a sostegno dell’iniziativa anche altre forze politiche locali e il Comitato Pari Opportunità della Provincia di Bolzano, ribadendo l’importanza di garantire alle donne autonomia nelle decisioni sui propri corpi e su ciò che scelgono di indossare.
La polemica sul burkini non è nuova alla provincia di Bolzano, né al dibattito pubblico europeo. La letteratura critica sul tema chiarisce che la questione non può essere letta esclusivamente attraverso le categorie della laicità, della sicurezza o della libertà delle donne; al contrario, la retorica della liberazione delle donne musulmane può trasformarsi in una pratica di controllo dei loro corpi e della loro presenza nello spazio pubblico, occultando il peso delle eredità coloniali e dell’islamofobia.
In quanto studiosa del fenomeno della violenza di genere in chiave femminista, intersezionale e antirazzista, sottolineo che il dispositivo femonazionalista riguarda anche le strumentalizzazioni della lotta contro la violenza sulle donne al fine di stigmatizzare specifiche provenienze e religioni per raccogliere consenso verso politiche migratorie sempre più stringenti. Farris parla di razzismo sessuato che in relazione al genere, per lo più sulla base del colore della pelle e della religione, definisce l’uomo altro come simbolo dell’oppressione, oltre che minaccioso per le donne europee; la donna altra come vittima emblematica di questa rappresentazione razzializzata del patriarcato.
È mio dovere ricordare, come fa la stessa Farris, che le narrazioni che alimentano le istanze femonazionaliste si ritrovano anche nel femminismo liberale ed emancipazionista. Già nel 1986 Chandra Talpade Mohanty ha analizzato la natura coloniale dello sguardo femminista occidentale sulle donne altre, o meglio, rese tali da quello stesso sguardo. Ne parla l’antropologa Lila Abu-Lughod quando analizza il sostegno di alcune realtà femministe statunitensi all’intervento militare in Afghanistan.
Numerosi studi hanno proseguito e ampliato questa critica, intrecciandola con un attivismo intersezionale e decoloniale che da decenni attraversa il dibattito femminista e le lotte per la giustizia sociale. Anche la letteratura italiana recente ci invita a riflettere: si pensi a Quello che abbiamo in testa di Sumaya Abdel Qader, a Il corpo nero di Anna Maria Gehnyei e ai romanzi di Igiaba Scego. Questi contributi alimentano un pensiero critico sull’eredità coloniale e sui femminismi stessi. Tali prospettive offrono strumenti utili per riflettere non solo sulle possibili matrici delle retoriche femonazionaliste ma anche sulle loro conseguenze. Per esempio, anche quando non volute, possono innescare forme di violenza, soprattutto digitale, contro le donne che prendono posizione su questi temi, come è accaduto in questo caso verso coloro che si sono esposte a favore dell’iniziativa.
A queste derive discorsive hanno risposto le molte donne che si sono riversate al Lido di Salorno e alcune realtà dell’attivismo locale, in primis (trans-)femminista, con un appello sui social contro le polemiche e le manifestazioni d’odio che ne sono seguite. Il comunicato parla di “bisogno collettivo [delle donne] di avere spazi separati per sentirci più libere e sicure. Crearli non sottrae diritti ad altri, ma amplia l’accesso allo spazio pubblico a chi non ne usufruirebbe facilmente altrimenti”. Queste parole richiamano il pensiero femminista critico sugli spazi urbani, sui modi in cui i corpi li abitano e sulle condizioni del loro accesso in base al genere, alla razza — intesa come costrutto sociale — e alla classe sociale.
Mi rifaccio, in questo senso, alle parole di Leslie Kern in La città femminista, quando parla di “vite limitate da quelle stesse norme sociali che sono incorporate nelle nostre città”. Uno sguardo che ci permette di considerare la proposta dell’associazione Armonia come la creazione di uno spazio sicuro per le donne e non solo come a un progetto di convivenza culturale e religiosa, prospettiva che rischia spesso di generare interpretazioni paternalistiche. Bisognerebbe quindi chiedersi che cosa renda necessario questo spazio libero e sicuro, come attuarlo e come abitarlo. Domande che consentirebbero di sottrarre i discorsi sulla cosiddetta emancipazione alle retoriche che, come precisa il comunicato delle attiviste locali, finiscono per riprodurre il controllo sui corpi delle donne - e “le donne razzializzate ne pagano il prezzo più alto” - orientando invece lo sguardo verso le condizioni concrete e situate della loro autodeterminazione.
Note
[1] Tra le testate che hanno ospitato queste dichiarazioni ci sono le pagine online de: La Stampa, la Repubblica, il Sole 24 ore, Fanpage.it., thesocialpost.it.
Riferimenti
Farris, S. R., In the name of women’s rights. The rise of femonationalism. Duke University Press, 2017. In Italiano Femonazionalismo . Il razzismo nel nome delle donne, Alegre, 2019
Brayson, K., Of bodies and burkinis: Institutional Islamophobia, Islamic dress, and the colonial condition. Journal of Law and Society, 46(1), 55-82, 2019
Mohanty, C. T., Under Western eyes: Feminist scholarship and colonial discourses. Boundary 2, 12(3), 333–358, 1984
Abu Lughod, L., Do Muslim Women Need Saving? Harvard University Press, 2013
Kern, L., La città femminista. Treccani, 2021