Nel suo Riappropriarsi di sé, Rose-Marie Lagrave trasforma la propria storia personale, da una famiglia povera all'élite intellettuale parigina, in uno strumento di indagine sociologica e femminista. Una lettura, passando per le pagine di Ego-storiche - raccolta di saggi a cura di Raffaella Sarti - per riflettere su come le narrazioni di sé abbiano il potere di cambiare il modo in cui costruiamo il sapere

Indagare la storia 
attraverso di sé

di Marcella Corsi

Due libri mi hanno appassionata quest'estate: Riappropriarsi di sé. Inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista di Rose-Marie Lagrave, pubblicato da Edizioni Alegre, ed Ego-storiche. Percorsi di ricerca e narrazioni di sé, curato da Raffella Sarti per Viella.

Riappropriarsi di sé

La condizione di transfuga di classe, su cui Lagrave fa perno, mi affascina e mi appartiene anche per traiettoria personale. Descrive una mobilità sociale ascendente tale da collocare chi la compie in una classe diversa da quella d'origine, con tutti i segni che questo spostamento comporta: non solo un cambio di posizione, ma un cambio di mondo – di lingua, di corpo, di gusti, di appartenenze – mai del tutto compiuto.

Le parole contano. Transfuge, non è un termine neutro, in francese come in italiano, viene dal lessico militare: indica il disertore, chi passa dall'altra parte. L'ascesa sociale è così definita fin dal nome come un abbandono, e implicitamente come un tradimento.[1]

Lagrave ricostruisce il proprio percorso di "transfuga di classe" – da una famiglia povera e numerosa in un piccolo paese rurale (la Normandia) fino all'élite intellettuale parigina – ma anziché scrivere un semplice memoir trasforma la propria vita in un'inchiesta sociologica vera e propria, con interviste e comparazioni ai percorsi di ascesa sociale, riusciti o falliti, di sorelle e fratelli.

Tre sono, a mio modo di vedere, i nodi centrali della trattazione di Lagrave.

Il primo, l'ascesa ha un suo prezzo. La vita l’ha portata fino al ruolo prestigioso di direzione dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales, ma con un costo emotivo: la sensazione costante di essere un'intrusa in un mondo di eredi, in cui si entra portando sempre "del fango sui tacchi delle scarpe".

Il secondo, il rifiuto del merito. Esaltare il proprio merito servirebbe a pulire la coscienza di chi invoca le eccezioni per confermare la regola. Lagrave si dichiara quindi "non meritevole" e rivendica per sé il termine "assistita", perché senza borse di studio e solidarietà quella traiettoria non sarebbe stata possibile.

Il terzo, la lente femminista. Nel percorso hanno un peso decisivo la militanza sindacale e femminista, e l'esperienza personale si fa strumento di lotta collettiva.

In sintesi, transfuga di classe non è chi ha compiuto una salita nella scala sociale, ma chi porta iscritta nel corpo la distanza fra due mondi, e la cui esistenza serve, se analizzata bene, a mostrare come funziona la riproduzione delle disuguaglianze, non a dimostrare che si può sfuggirle.

Dopo aver letto il libro curato da Raffaella Sarti, mi sono chiesta se Riappropriarsi di sé possa essere considerato un'ego-storia nel senso formale: mi sono risposta di sì per struttura, di no per intenzione dichiarata.

La distanza dall'ego-storia è il punto politico del libro: Lagrave prende esplicitamente le distanze. Il risvolto dell'edizione francese – Se ressaisir, pubblicata da La Découverte nel 2021 – oppone il suo lavoro alle "ego-storie dei grandi uomini" e ai racconti autobiografici senza inchiesta, e lo presenta invece come un nuovo tipo di socio-analisi: l'inchiesta autobiografica (enquête autobiographique). La differenza non è di etichetta.

C'è un apparato di verifica. Il libro si regge su archivi familiari e interviste ai fratelli, alle sorelle e ai figli, per ricostruire su più generazioni "i piccoli snodi che disegnano le curve sociali ascendenti". L'ego-storia è, tipicamente, introspezione retrospettiva senza contro-inchiesta: l'io si racconta e basta.

L'io è un caso, non l'oggetto. Il confronto con i fratelli e le sorelle serve a produrre un campione interno alla famiglia: perché lei sì e loro no. Questo trasforma la biografia in variabile e neutralizza il racconto dell'eccezionalità, che è invece il carburante implicito dell'ego-storia.

La posta in gioco è opposta. L'ego-storia consacra una traiettoria già consacrata, mentre qui la rivendicazione di essere "assistita" e non "meritevole" smonta esattamente quel dispositivo. Il "riappropriarsi" del titolo è inteso come acquisizione di un potere d'agire comune a transfughi di classe e femministe, non come bilancio di una carriera.

Perché però , in senso ampio. La definizione minima di ego-histoire – una studiosa o uno studioso che applica a sé stessa/o gli strumenti della propria disciplina – le si attaglia perfettamente. Diciamo: non un rifiuto dell'ego-storia, ma la sua versione riflessiva e disciplinata.

Un elemento che spesso sfugge all’attenzione: in Francia l'ego-storia non è solo un genere, è un adempimento. Nell'habilitation à diriger des recherches, l’abilitazione alla direzione della ricerca, si raccomanda – a volte si impone – di produrre un volume sulla propria traiettoria. Lo storico dell'educazione Xavier Riondet nota che la tentazione dell'auto-consacrazione ("la mia vita, la mia opera") è reale, mentre altri per pudore faticano a scrivere di sé; il passaggio dal noi della tesi all’io dell'abilitazione non è casuale.

Questo cambia il contesto: Lagrave scrive da settantenne, dopo la pensione, cioè fuori dal momento in cui il racconto di sé serve a capitalizzare i successi. È una differenza di sostanza, non solo di metodo.

Parlando di illusione biografica, il sociologo francese Pierre Bourdieu contesta la biografia come racconto di una vita costruita secondo un ordine, una logica, una coerenza, un inizio e una fine che "fanno senso", e assume invece come alternativa l'analisi delle traiettorie: se la biografia tradizionale descrive viaggi senza dire i paesi attraversati, la traiettoria esige la conoscenza preliminare degli spazi e dei campi in gioco, per vedere come alcuni si chiudono mentre altri si aprono.

Lagrave costruisce il libro esattamente così. La prima parte si apre con una smentita – non tutto si gioca prima dei sei anni – e annuncia che sono servite quattro istituzioni per modellare il suo essere sociale: famiglia, chiesa, scuola, stato, esplorate una per una. Non è un io che ricorda: è un io scomposto in dispositivi di socializzazione. Da qui il ricorso a dossier di carriera, interviste, fotografie – per esempio per ricostruire l'itinerario delle due coppie di maestri che furono i suoi "primi alleati d'ascesa". Lagrave afferma poi che in nessun momento la sua traiettoria si discosta da quelle dei fratelli e delle sorelle: a ogni sequenza è stata portata e trascinata da un'onda di fondo plurale.

Il pezzo più interessante, secondo me, è quello che riguarda il paradosso dell'oblata. Lagrave descrive la persistenza della distinzione tra "eredi", che investono capitale simbolico, e "oblati", che compensano una carenza; racconta di aver rinunciato a cercare legittimità nello sguardo dei colleghi scegliendo una via di salvezza alternativa, cioè identificarsi con l'istituzione. Scrivere la propria ego-storia è un atto di oblazione: si consegna la propria vita all'archivio dell'istituzione. Il libro di Lagrave è quell'atto reso riflessivo su di sé  – e la terza parte del libro lo mostra bene, perché prende la vecchiaia come occasione e analizza la violenza simbolica del dossier di pensionamento e i riti di omaggio organizzati per la propria uscita dal mercato del lavoro. Trasformare la cerimonia di consacrazione in oggetto d'analisi è allora il gesto più anti-egostorico possibile – e insieme quello che solo un'ego-storia consente.

Ego-storiche

Il libro curato Raffaella Sarti per Viella nasce dalla collaborazione tra la Società italiana delle storiche e la Giunta storica nazionale, in occasione del convegno tenutosi a Roma il 15-16 dicembre 2022. Già il titolo del suo saggio introduttivo è una presa di posizione: Soggettività, autobiografia, ego-storia. Riflessioni e pratiche storiografiche. Tre termini distinti, non sinonimi, ma da parte storica.

La tesi del volume è molto chiara: per secoli a scrivere di storia sono stati soprattutto uomini, mentre le storiche hanno faticato e faticano a vedere riconosciute competenze e sguardo. Se i generi autobiografico ed ego-storico paiono praticati dalle donne meno che dagli uomini, le ricerche raccolte rivelano una varietà di narrazioni di sé che complica il quadro epistemologico "tradizionale", confermando la fecondità di un approccio di genere.

La premessa del volume – l'ego-storia come pratica maschile che lascia fuori le donne – è in linea con quanto affermato da Lagrave: significativo che nel volume il contributo di Luisa Passerini si intitoli Ego-storiche?, con quel punto interrogativo a mostrare la stessa esitazione di Lagrave davanti all'etichetta.

Una sezione del volume si intitola Racconti di sé sollecitati, racconti di sé analizzati, e comprende, fra l'altro, una riflessione di Malena e Noce su come le storiche si raccontano tra autobiografia ed ego-storia. È una distinzione che manca del tutto nel dibattito francese e che, applicata a Lagrave, produce un risultato curioso: il suo libro non è né sollecitato né analizzato da terzi, ma sollecita gli altri. È lei a intervistare fratelli e sorelle. Ribalta così la categoria: l'ego-storica diventa la ricercatrice che raccoglie le testimonianze altrui per triangolare la propria.

Sulla definizione stretta (autobiografia dello storico che ricostruisce con metodo storico la genesi della propria opera), Riappropriarsi di sé non è un'ego-storia: cambia disciplina e cambia oggetto.

Sulla definizione allargata che il volume di Sarti costruisce – narrazioni di sé di studiose, prodotte contro o accanto a un canone maschile, che meritano di essere lette come pratiche epistemologiche e non come confessioni – Lagrave è un caso quasi esemplare. Anzi: sarebbe il capitolo francese e sociologico mancante di quel libro.

Note

[1] Il concetto ha avuto un tempo letterario, che lo ha reso popolare: Annie Ernaux, Didier Eribon, e prima di loro Richard Hoggart, che in 33 Newport Street si autodefiniva "intellettuale proveniente dalle classi popolari inglesi". Questi libri hanno il merito di aver dato spessore sensibile all'esperienza, e il difetto di averla trasformata in genere editoriale, con il rischio che la persona transfuga diventi un personaggio – commovente, singolare, esemplare – invece che un caso analitico.

Per approfondire

Rose-Marie Lagrave, Riappropriarsi di sé. Inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista, traduzione di Annalisa Romani, Edizioni Alegre, 2026

Raffaella Sarti (a cura di), Ego-storiche. Percorsi di ricerca e narrazioni di sé, Viella, 2026


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