Ogni ora dedicata a cucinare, pulire, prendersi cura, accompagnare e assistere è un’ora sottratta alla formazione, al lavoro retribuito, al riposo, alla partecipazione politica, al tempo libero, alla cura di sé. Uno studio condotto a Buenos Aires mostra perché per colmare il divario e rendere più affidabili le statistiche è importante affinare strumenti per misurare il tempo delle donne
Quanto valgono
le nostre ore
Per decenni le economie nazionali hanno misurato con precisione la produzione di beni e servizi, l’andamento dell’occupazione o la crescita del Prodotto interno lordo (Pil). Tuttavia, una parte sostanziale del lavoro che rende possibile il funzionamento delle società e dell’economia è rimasta al di fuori delle statistiche ufficiali. Cucinare, pulire, prendersi cura dei bambini, assistere le persone anziane, gestire una casa o assistere le persone con disabilità sono attività indispensabili per la riproduzione quotidiana della vita, ma non rientrano negli indicatori tradizionali utilizzati per descrivere l’economia.
Questa omissione non è semplicemente un problema statistico; riflette infatti una determinata concezione di quali attività siano considerate "produttive" e quali rimangano invece invisibili. Da diversi decenni, l’economia femminista mette in discussione questa visione e promuove strumenti in grado di misurare il contributo economico del lavoro domestico e di cura non retribuito.
Si inserisce in questo contesto la recente pubblicazione del primo Conto satellite del lavoro non retribuito della provincia di Buenos Aires, elaborato dall’Unità di genere del Ministero dell’Economia della provincia di Buenos Aires.
L’importanza di questo esercizio va oltre il caso argentino. Già nel 1995, in occasione della quarta Conferenza mondiale sulle donne organizzata dall'Organizzazione delle Nazioni Unite a Pechino, era stata esplicitamente sottolineata la necessità che i paesi sviluppassero sistemi statistici con una prospettiva di genere e, in particolare, integrassero indagini sull’impiego del tempo. Negli ultimi anni, diversi paesi dell’America Latina hanno compiuto progressi nell’elaborazione di conti satellite del lavoro non retribuito, spinti dalle raccomandazioni degli organismi internazionali e dallo sviluppo di queste indagini. In un contesto internazionale caratterizzato dall’invecchiamento demografico, dalla crescente domanda di assistenza e dalle tensioni che attraversano i sistemi di welfare, questo tipo di strumenti acquisisce una rilevanza che supera ampiamente i confini nazionali.
L’esperienza di Buenos Aires risulta particolarmente interessante perché trasferisce questa discussione a livello subnazionale, consentendo di osservare con maggior precisione l’organizzazione dell’assistenza in uno dei territori più popolati dell’America Latina.
Il conto satellite costituisce uno strumento complementare al sistema di contabilità nazionale. Mentre quest’ultimo registra solo le attività che si svolgono sul mercato, il conto satellite permette di stimare il valore economico di quei beni e servizi prodotti all’interno delle famiglie. In altre parole, non modifica il calcolo tradizionale del prodotto, ma amplia la nostra comprensione dell’economia incorporando una dimensione storicamente invisibilizzata.
Per effettuare la stima, lo studio ha utilizzato l’Indagine nazionale sull’uso del tempo (Enut) del 2021, il censimento nazionale della popolazione del 2022 e l’indagine permanente sulle famiglie. La metodologia adottata corrisponde al cosiddetto metodo "input" basato sul costo di sostituzione ibrido, ampiamente raccomandato dagli organismi internazionali. La procedura consiste nel calcolare quante ore le persone dedicano alle faccende domestiche e alle attività di assistenza e nella stima di quanto costerebbe assumere gli stessi servizi sul mercato del lavoro. Non si tratta di attribuire un prezzo ai legami affettivi, ma di fornire una misura comparabile del contributo economico delle attività che sostengono quotidianamente la riproduzione sociale.
Seguendo la metodologia dell’Enut, il rapporto tiene conto anche della simultaneità nel tempo, partendo dal presupposto che molte attività di cura vengono svolte contemporaneamente ad altre. Così, una persona può cucinare mentre controlla i compiti scolastici del proprio figlio o figlia, o prendersi cura di un familiare mentre svolge altre attività di organizzazione e gestione della casa. Per questo motivo, il rapporto presenta stime sia con che senza simultaneità, mettendo in evidenza la complessità del lavoro quotidiano di cura, che raramente può essere frammentato in attività indipendenti.
I risultati sono inequivocabili. Il valore economico del lavoro non retribuito nella provincia di Buenos Aires ammonta all’equivalente del 29,3% del prodotto lordo geografico, superando il contributo di settori economici tradizionalmente considerati strategici, come l’industria manifatturiera o il commercio. Circa il 70% di tale valore è generato dalle donne, il che conferma che l’organizzazione sociale dell’assistenza continua a ricadere su di loro in modo profondamente diseguale. Inoltre, le faccende domestiche rappresentano circa la metà del valore economico totale del lavoro non retribuito, seguite dall’assistenza alle persone e dalla preparazione dei pasti.
Come evidenziato da tutte le indagini sull’uso del tempo condotte in Argentina negli ultimi tempi, sono le donne a dedicare molte più ore al lavoro domestico e di cura rispetto agli uomini. Nella provincia di Buenos Aires, ad esempio, le donne dedicano in media più di sei ore e mezza al giorno al lavoro non retribuito, mentre gli uomini vi dedicano meno di quattro ore. Quando in casa vivono bambine o bambini piccoli, tale divario si amplia ulteriormente.
Il principale contributo di questo rapporto del Ministero dell’Economia non risiede solo nel dimostrare che il lavoro domestico e di cura possiede un enorme valore economico. La monetizzazione costituisce uno strumento potente per rendere visibile ciò che rimaneva nascosto, ma la scoperta più significativa dello studio non è espressa in pesos, bensì in ore. In realtà, il conto satellite sta misurando il tempo di vita.
Ogni ora dedicata a cucinare, pulire, prendersi cura, accompagnare o soddisfare le molteplici esigenze di una famiglia è un’ora che non può essere destinata contemporaneamente alla formazione, al lavoro retribuito, al riposo, alla partecipazione politica, al tempo libero o, semplicemente, alla cura di sé. Tradurre quelle ore in valore monetario permette di quantificarne il contributo all’economia, ma è solo un modo per rendere visibile questa disuguaglianza. Non si tratta unicamente di denaro, ma di rendere visibile la povertà di tempo. Da questa prospettiva, la disuguaglianza di genere può essere intesa anche come una disuguaglianza nella distribuzione del tempo. Mentre le statistiche sul lavoro tendono a concentrarsi sulle differenze di reddito o sui tassi di partecipazione al mercato del lavoro, la distribuzione del tempo rimane una dimensione meno visibile, sebbene altrettanto decisiva per comprendere le opportunità che le persone hanno a disposizione.
Le donne non partecipano meno al mondo del lavoro. Al contrario, se si considerano congiuntamente il lavoro retribuito e quello non retribuito, lavorano tanto quanto o più degli uomini. La differenza sta nel fatto che una parte sostanziale di tale impegno rimane al di fuori del mercato e, di conseguenza, al di fuori delle statistiche economiche convenzionali. Il rapporto mostra che quasi due terzi del tempo totale di lavoro delle donne corrispondono ad attività non retribuite. Tale distribuzione condiziona i loro percorsi lavorativi, i loro redditi futuri, il loro accesso alla protezione sociale e anche la loro possibilità di disporre liberamente del proprio tempo. E, in termini di organizzazione sociale dell’assistenza, evidenzia come siano ancora le famiglie, e in particolare le donne, ad assumersi la responsabilità principale dell’assistenza: la "familizzazione" dell’assistenza.
In questo senso, il principale insegnamento dello studio forse non è quanto valga il lavoro di cura, ma quanto tempo richieda sostenere la vita e chi si assuma prevalentemente tale responsabilità. Finché le donne continueranno a dedicare a queste attività una porzione sproporzionata di quel tempo, difficilmente si potrà raggiungere la parità solo attraverso politiche occupazionali o di reddito. Sarà necessario progredire verso un’organizzazione sociale dell’assistenza basata sulla corresponsabilità tra stato, mercato, comunità e famiglie, nonché tra donne e uomini.
Misurare il lavoro di cura costituisce, senza dubbio, un progresso metodologico e politico. Tuttavia, il suo vero potenziale risiede nel fatto che ci obbliga a porci una domanda più profonda: non solo quanto produce un’economia, ma chi dispone del tempo necessario per rendere possibile tale produzione.