Il mancato raggiungimento degli obiettivi di genere dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è il risultato di scelte politiche e finanziarie precise che possono essere invertite. Investire nella parità significa investire negli strumenti che consentono di monitorarla e realizzarla. Un commento ai dati dell'ultimo rapporto delle Nazioni Unite
La parità
da lontano
L’uguaglianza di genere è ben lontana dalla sua realizzazione, come mostra l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, Gender Snapshot 2026, dedicato ai progressi dell’Agenda 2030 e ai suoi Obiettivi di sviluppo sostenibile. Il sistema di monitoraggio, che valuta i progressi relativi ai 9 traguardi e ai 18 indicatori e sottoindicatori dell’Obiettivo 5 – che si propone di "raggiungere l’uguaglianza di genere e l'empowerment per tutte le donne e le ragazze" – evidenzia come, sulla base dei dati disponibili, nessuno presenti la condizione di "traguardo raggiunto o quasi raggiunto".
La valutazione comprende inoltre due misure del progresso: una valutazione del livello, che rileva il grado di conseguimento di un determinato traguardo o indicatore, e una valutazione dell’andamento, che misura il ritmo dei progressi compiuti dall’anno di riferimento fino al livello attuale e, dove applicabile, la distanza dal traguardo. Tra questi ultimi c’è, ad esempio, l’eliminazione della violenza di genere e delle pratiche dannose come i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili. Eppure, ancora oggi, sono milioni le donne e le ragazze in tutto il mondo che subiscono forme estremamente gravi di violenza e discriminazione. Una donna su tre ha vissuto violenza fisica e/o sessuale da parte del partner (316 milioni soltanto negli ultimi dodici mesi) o violenza sessuale da parte di altri soggetti nel corso della propria vita. Quasi una ragazza su cinque si sposa prima dei 18 anni e si stima che, a livello globale, 230 milioni di donne e ragazze abbiano subito mutilazioni genitali. Anche altri traguardi, come la promozione e la tutela dei diritti economici, non mostrano avanzamenti sostanziali per conseguire una effettiva uguaglianza di genere.
Le donne rimangono inoltre fortemente sottorappresentate, quando non quasi assenti, nei ruoli decisionali in grado di promuovere il cambiamento. Il rapporto evidenzia infatti la persistente concentrazione del potere politico nelle mani degli uomini, rilevando che attualmente sono alla guida di sei paesi su sette. Dal 2015, i progressi registrati sono stati disomogenei, fragili e non sostanziali; in molti paesi stanno rallentando, o addirittura regredendo. Trentasei paesi registrano una diminuzione della rappresentanza delle donne nei parlamenti nazionali – indicatore 5.5.1(a) –, 27 nelle amministrazioni locali – indicatore 5.5.1(b) – e 34 nelle posizioni dirigenziali.
Eppure, la leadership delle donne rafforza la democrazia e produce risultati sostanziali, poiché quando le posizioni di potere sono nelle loro mani tendono maggiormente a promuovere politiche attente al genere, difendere i diritti conquistati e chiedere conto alle istituzioni del loro operato. Questa partecipazione ai processi politici, economici e pubblici contribuisce inoltre a definire leggi e politiche capaci di integrare una prospettiva di genere e di incidere concretamente sulle vite delle altre donne, ma anche sulle famiglie e sulle comunità di riferimento. La partecipazione costituisce quindi sia un obiettivo di equità che una garanzia democratica: i paesi con livelli più elevati di uguaglianza di genere e di partecipazione civica e politica delle donne tendono infatti a essere più democratici e rappresentativi.
Il contributo delle donne al cambiamento, tuttavia, non si esaurisce nella loro presenza all’interno delle istituzioni e nei ruoli formali di potere: l’attivismo collettivo e la leadership femminile sono stati tra le forze più potenti nella promozione dell’uguaglianza di genere e del cambiamento sociale. I dati globali relativi a 126 paesi nel periodo compreso tra il 1975 e il 2015, raccolti nel Feminist Mobilization Index, mostrano come i movimenti delle donne e femministi si siano diffusi in un numero crescente di paesi, diventando una forza sempre più rilevante per la promozione dei diritti.
Il loro contributo si è tradotto anche nell’adozione di politiche volte a contrastare la violenza di genere, tutelare i diritti economici e di proprietà, garantire protezioni sul luogo di lavoro e rafforzare le politiche sociali. Questa capacità di mobilitazione si confronta, tuttavia, con ostacoli strutturali sempre più gravi. L’aumento dei conflitti, le crisi climatiche, l’insicurezza economica e la reazione contro l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne continuano a limitarne l’autodeterminazione. Queste tendenze si inseriscono in un più ampio arretramento della democrazia e dei diritti umani, caratterizzato dalla riduzione dello spazio civico e delle opportunità di partecipazione, dallo smantellamento delle istituzioni dedicate all’uguaglianza di genere, dalla drastica diminuzione dei finanziamenti e dall’aumento della violenza contro le donne nella vita politica e pubblica, comprese nuove forme di abuso come la violenza facilitata dalle tecnologie.
Anche le conquiste politiche e giuridiche che hanno sostenuto decenni di progressi vengono rimesse in discussione. In particolare, i dati globali indicano nel restringimento dello spazio di azione della società civile e nei tagli ai finanziamenti due delle principali minacce per le organizzazioni. Quelle che si occupano di diritti delle donne, che storicamente hanno ricevuto meno dell’1% dell’aiuto pubblico allo sviluppo destinato all’uguaglianza di genere, stanno raggiungendo un punto critico che ne mette a rischio la stessa sopravvivenza. I finanziamenti destinati a queste organizzazioni sono diminuiti del 28% tra il 2023 e il 2024 e si prevedono ulteriori riduzioni. Le realtà maggiormente colpite sono quelle che operano nei contesti umanitari, nei quali spesso intervengono per prime e rimangono le ultime presenze attive quando le crisi si aggravano. Privare queste organizzazioni dei finanziamenti non rappresenta soltanto un fallimento sul piano dell’uguaglianza di genere, ma contraddice direttamente gli impegni assunti dai donatori internazionali in materia di localizzazione degli aiuti.
Un’indagine condotta nel 2026 su 855 organizzazioni che lavorano per i diritti delle donne e per la giustizia di genere, attive in 52 paesi e contesti colpiti da crisi, ha rilevato che l’88% di queste non era più in grado di rispondere agli attuali livelli di bisogno, lasciando quasi 1 milione di donne e ragazze prive dei servizi che ricevevano in precedenza. Quasi la metà delle organizzazioni disponeva di finanziamenti sufficienti a garantire la propria operatività soltanto per sei mesi o meno, e due organizzazioni su cinque ritenevano probabile la sospensione delle attività o la chiusura entro l’anno successivo. Le attività di advocacy e di responsabilizzazione delle istituzioni sono tra le prime a essere abbandonate: secondo i dati di UN Women, il 31% delle organizzazioni ha segnalato una riduzione della propria capacità di svolgere attività di questo tipo, il 21% ha ridimensionato il lavoro di più lungo periodo per l’uguaglianza di genere, e il 58% ha registrato una diminuzione della partecipazione delle donne ai processi decisionali nelle comunità.
Nel loro insieme, i dati restituiscono un quadro nel quale le difficoltà, gli stalli e gli arretramenti registrati non possono essere ricondotti soltanto alla lentezza dei processi di cambiamento. Quello che emerge dal rapporto è, sostanzialmente, che la soluzione di questi problemi non è una priorità delle agende politiche nazionali e internazionali. Il progressivo indebolimento degli strumenti istituzionali, politici ed economici destinati all’uguaglianza di genere segnala infatti una precisa ridefinizione di obiettivi che, oltre a interrompere i progressi compiuti, rischia anche di compromettere la capacità delle istituzioni, delle organizzazioni e dei movimenti di contrastare le disuguaglianze esistenti.
Nel quadro dei sempre più ampi tagli ai finanziamenti destinati agli aiuti allo sviluppo, i programmi volti a contrastare le disuguaglianze di genere sono tra quelli maggiormente colpiti: i relativi finanziamenti sono scesi al livello più basso dal 2021. Negli ultimi due anni, un meccanismo istituzionale per l’uguaglianza di genere su quattro ha subito tagli al proprio bilancio operativo, mentre uno su tre ha visto ridursi il proprio potere istituzionale. Parallelamente, il 42% degli enti delle Nazioni Unite segnala un indebolimento del proprio impegno per l’uguaglianza di genere. Questi dati mostrano come la contrazione delle risorse produca conseguenze economiche, riducendo al contempo l’autonomia, la capacità di intervento e il peso politico dei soggetti chiamati a promuovere la giustizia di genere.
Il mancato raggiungimento dell’Obiettivo 5 non appare, dunque, come un esito inevitabile, ma come il risultato di decisioni politiche e finanziarie che possono essere modificate. Come ha dichiarato Li Junhua, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali "il Gender Snapshot 2026 dimostra che tutto questo non è inevitabile, ma il risultato di scelte rese visibili dai dati".
Così come "investire nell’uguaglianza di genere, nelle istituzioni e nei sistemi statistici che consentono di valutarne l’operato non è un costo, ma la via più rapida per tornare a realizzare la promessa dell’Agenda 2030: un potere equamente condiviso da tutte e tutti".
La questione centrale non riguarda quindi soltanto la disponibilità di risorse, ma la volontà politica di riconoscere l’uguaglianza di genere come condizione indispensabile per la democrazia, la giustizia sociale e lo sviluppo sostenibile. Invertire la tendenza richiede di restituire centralità alle politiche di genere, rafforzare le istituzioni incaricate di attuarle, garantire finanziamenti stabili alle organizzazioni di donne e femministe, dotandosi di sistemi capaci di misurare responsabilità e risultati. Solo così sarà possibile trasformare gli impegni dell’Agenda 2030 da promesse disattese in strumenti effettivi di azione, mobilitazione e cambiamento.