La maggioranza di governo, minoranza nel paese, punta a consolidare il proprio potere con la nuova legge elettorale, ribattezzata Stabilicum. Mentre sono già pronti i ricorsi, che verranno presentati in una conferenza stampa il prossimo 12 ottobre, la rappresentanza democratica e il riequilibrio di genere appaiono sempre più fragili. Il commento
Stabilizzare
il comando
La maggioranza al governo ha approvato, da sola e contro tutte le contestazioni dell’opposizione parlamentare, una nuova legge elettorale, cambiando, a pochi mesi dalle prossime elezioni, le regole per la formazione delle assemblee rappresentative. Tale sprezzo per le condotte ritenute imprescindibili per un ordinamento democratico trova una conferma sostanziale nel principio politico sottostante alla nuova legge: è stato dichiarato espressamente alla Camera che "in Italia comanda chi prende un voto in più degli italiani".
Sia chiaro che “un voto un più” non significa ottenere la maggioranza dei voti come prevedeva la “legge truffa” del 1953 e, quindi, rappresentare più del 50% dell’elettorato, bensì riuscire semplicemente a divenire la minoranza più votata: raggiunto il 42% dei voti espressi, ci pensa la legge a regalare alla minoranza più forte ben 70 seggi sui 400 totali della Camera dei deputati e ben 35 sui 200 scranni del Senato.
A titolo esemplificativo, se si dovesse confermare la stessa affluenza alle urne del settembre 2022, vale a dire circa il 64% delle persone aventi diritto, basterebbe ottenere il voto di meno di un terzo del corpo elettorale (il 42 del 64%) per controllare il 55% dei seggi della rappresentanza. Questa esemplificazione dovrebbe rendere palese quanto l’uguaglianza del voto sia una prescrizione costituzionale del tutto indifferente all’attuale legislatore: se ogni voto ha lo stesso valore, non si giustifica che una minoranza del 42% possa sottrarre il 17,5 dei seggi alle altre minoranze che, messe insieme, costituiscono però la maggioranza della rappresentanza.
Chi ha approvato questa legge, infatti, rivendica il comando, non la rappresentanza democratica. Il comando rivendicato mira, anzi, a non incontrare, in futuro, gli ostacoli di ordine costituzionale che finora hanno impedito di portare a termine alcuni obiettivi politici considerati nevralgici. Con la percentuale di seggi regalatisi per legge, la futura maggioranza parlamentare, seppur non corrispondente all’orientamento politico della maggioranza del corpo elettorale, potrebbe decidere sulla composizione di tutti gli istituti di garanzia: a cominciare dal Presidente della Repubblica, passando per l’elezione dei giudici costituzionali e dei componenti laici del Consiglio superiore della magistratura, per arrivare molto vicino alla revisione costituzionale senza referendum.
Tale è la consapevolezza di essere una minoranza nel paese che la maggioranza al governo non intende perdere proprio un altro referendum costituzionale. Per questo è stato interrotto il percorso verso la “madre di tutte le riforme” che prende il nome di “premierato”, preferendo ottenere un risultato molto simile con una legge ordinaria come quella elettorale a Costituzione invariata. Così come il disegno di legge sul premierato toglieva al Presidente della Repubblica poteri fondamentali come quello di nomina del governo e di scioglimento del Parlamento, ora il Presidente della Repubblica è colpito dalla legge appena approvata ancor prima che questa possa dispiegare i suoi effetti sull’elezione della prossima presidenza: la legge impone alle liste elettorali di indicare la persona da candidare alla Presidenza del Consiglio, la cui nomina spetta invece, secondo la Costituzione, proprio al Presidente della Repubblica.
Si tratta oggettivamente di un restringimento del ruolo di garanzia e mediazione della presidenza della Repubblica e di un rafforzamento della figura dell’altra presidenza, quella del Consiglio: rafforzamento non virtuoso ma scivoloso, perché basato sulla personalizzazione del potere esecutivo e sulla sua verticalizzazione in una sola persona, minando anche il principio di collegialità del Consiglio dei ministri. Prima ancora, però, chi viene candidato o candidata a essere “l’Eletto/a”, controlla le altre candidature selezionando chi ricoprirà i seggi della rappresentanza: se le preferenze espresse dalle persone votanti potranno, secondo i calcoli ufficiali, valere al massimo per il 10% dei seggi, l’equilibrio di genere riguarderà solo quella lista di 70 e 35 “miracolate dall’unto del signore” che scatta con il cosiddetto premio al miglior perdente e che non riguarderà i “capilista”, a cui un seggio sarà garantito anche senza premio.
Per tutte queste ragioni e altre ancora che saranno esposte in una conferenza stampa il 12 ottobre 2026, sono già pronti i ricorsi da presentare contro questa legge elettorale su tutto il territorio nazionale, per arrivare a una pronuncia della Corte costituzionale. L’obiettivo è impedire che la maggioranza per legge comandi sul Parlamento così come che il Presidente del Consiglio comandi sul potere esecutivo e, ancor prima, sul suo partito e le liste collegate.
Lo chiamano Stabilicum. Bisogna chiedersi la stabilità di cosa venga perseguita: della nostra Costituzione, con la sua separazione dei poteri posta a garanzia dell’uguaglianza politica e sociale di ciascuna e ciascuno di noi, o di chi vuole comandare? Il come già preoccupa, ma dopo l’interrogativo potrebbe diventare: quanto stabilmente?