Negli Stati Uniti l'amministrazione Trump propone il matrimonio come prerequisito per i sussidi alla cura di figli e figlie, premiando un modello di famiglia patriarcale, fondato sulla divisione dei ruoli. Ma pagare la cura non basta a sostenerla, e le campagne femministe per il salario al lavoro domestico negli anni 70 lo mostravano chiaramente
La casa
come fabbrica
Pagare chi si prende cura di figli e figlie rappresenta una condizione materiale per cambiare il rapporto tra chi cura, chi beneficia della cura e le istituzioni che scaricano il costo sulle famiglie. Ma che cosa accade se il sostegno pubblico va soltanto alle coppie sposate e viene finanziato con risorse oggi destinate soprattutto ai genitori soli che lavorano?
La bozza di riforma del Fondo per l'assistenza e lo sviluppo dell'infanzia (Child Care and Development Fund, CCDF) negli Stati Uniti, proposta dall’amministrazione Trump, rende questa domanda urgente.
Secondo una bozza descritta sul New York Times da Coral Davenport il 5 settembre 2026, l’amministrazione Trump vorrebbe introdurre nel fondo una nuova categoria di parent-based child care: una coppia sposata – il matrimonio è un requisito – potrebbe ricevere un sussidio quando un coniuge lavora almeno 35 ore alla settimana e l’altro accudisce figli o figlie a casa. Oggi il Child Care and Development Fund aiuta le famiglie a basso reddito a pagare l’assistenza all’infanzia mentre i genitori lavorano, studiano o seguono una formazione. Nel 2023 il programma ha sostenuto, in media, circa 994.000 famiglie e oltre 1,6 milioni di bambini e bambine; secondo i dati disponibili, l’82% delle famiglie che hanno beneficiato del CCDF era composto da un solo genitore.
Il testo integrale della nuova proposta non è stato ancora pubblicato, ma la bozza di riforma esaminata dal quotidiano ci permette una riflessione: riconoscere la cura non basta, se il modo in cui la si finanzia non porta con sé una riduzione e una redistribuzione in grado di emancipare dal lavoro di cura non retribuito.
Commentando la bozza di riforma dalle pagine di The Boston Globe, l'economista Nancy Folbre ha sottolineato che il problema non è decidere in astratto se la cura meriti denaro: occorre infatti chiedersi a chi appartenga il diritto, da dove arrivino le risorse, chi resta fuori dal beneficio e chi ne paga il costo.
Se una parte delle risorse destinate soprattutto a madri sole occupate passa alle coppie sposate con un genitore a casa, il riconoscimento di una cura avviene a spese di un’altra. E se il matrimonio finisce, la persona che ha lasciato il lavoro retribuito può perdere, insieme, il sussidio, il reddito del partner e anni di continuità professionale. Aprire il programma alle coppie sposate monoreddito, senza aumentarne le risorse, significherebbe quindi far concorrere nuove famiglie con quelle già assistite. Saremmo così davanti alla costruzione pubblica di una gerarchia tra famiglie e forme di cura.
Da economista femminista, questo dibattito mi ha riportata alla campagna per il salario al lavoro domestico. La sua storia aiuta a distinguere un reddito che aumenta il potere di chi cura da un sussidio che può consolidarne la dipendenza. Il movimento prese forma a Padova tra il 1971 e il 1972, nelle discussioni avviate da Mariarosa Dalla Costa con le donne che diedero vita a Lotta Femminista.
Nel luglio 1972, sempre a Padova, nacque il Collettivo internazionale femminista. Tra le fondatrici e firmatarie del manifesto figuravano la stessa Dalla Costa, Selma James, Silvia Federici e Brigitte Galtier. Attraverso gruppi, testi e mobilitazioni, la campagna si diffuse dall’Italia al Regno Unito, agli Stati Uniti, al Canada e ad altri paesi. Il collettivo rimase attivo fino al 1977.
La campagna cambiò il modo di guardare all’economia. Per Dalla Costa e James, la casa era parte della "fabbrica sociale": cucinare, pulire, crescere i figli e assistere chi ne ha bisogno rendevano possibile, giorno dopo giorno, anche il lavoro salariato. L’assenza di una busta paga nascondeva il costo di queste attività, presentate come gesti spontanei d’amore o doveri femminili. Il salario del marito dava accesso ai mezzi di sussistenza, ma poteva anche rendere la donna economicamente dipendente nei suoi confronti. Chiedere un reddito direttamente a chi svolgeva il lavoro domestico e di cura di figli e figlie significava mettere in discussione questa mediazione e rendere visibile il rapporto tra produzione retribuita e riproduzione non pagata.
Quel salario non doveva essere un premio alla 'buona moglie' né un assegno versato alla coppia. Doveva offrire autonomia e forza contrattuale per discutere la quantità e le condizioni del lavoro domestico e di cura, sottrarre tempo all’isolamento e organizzarsi con altre donne. Dalla Costa invitava a "rifiutare il nostro ruolo di casalinghe e la casa come il ghetto della nostra esistenza". Silvia Federici chiamò infatti il suo pamphlet Wages against Housework, salario contro il lavoro domestico: "volere un salario per il lavoro domestico significa rifiutare quel lavoro come espressione della nostra natura" scriveva nel 1975. La richiesta si accompagnava a quella di asili e servizi educativi all’infanzia gratuiti aperti ventiquattr’ore, lavanderie e mense collettive, assistenza sanitaria e riduzione dell’orario di lavoro. Il denaro avrebbe avuto senso insieme a servizi capaci di alleggerire la cura e a una lotta per distribuirla diversamente.
La bozza proposta dall'amministrazione Trump presenta una logica diversa. L’accesso dipenderebbe dal matrimonio e dall’impiego di un coniuge, mentre il sostegno al genitore che resta a casa attingerebbe allo stesso fondo che finanzia i servizi usati da altri genitori. Alcune famiglie potrebbero ottenere un sollievo economico immediato; senza risorse aggiuntive e tutele individuali, però, il beneficio rischierebbe di ridurre le possibilità di lavorare, studiare o lasciare una relazione. Il problema non è giudicare chi sceglie di restare a casa con figli e figlie, ma capire se lo stato rende quella scelta libera e reversibile o la favorisce restringendo le alternative.
Dagli insegnamenti della campagna per il salario al lavoro domestico possiamo ricavare quattro criteri per valutare una politica che remuneri la cura. Il reddito dovrebbe spettare direttamente a chi la svolge, senza dipendere dallo stato civile o dal salario del partner. Dovrebbe aggiungere risorse, non sottrarle ad altre famiglie in difficoltà. Dovrebbe accompagnarsi ad asili e servizi collettivi, accessibili e di qualità, perché la possibilità di scegliere richiede alternative reali. Infine, dovrebbe aumentare la possibilità e il potere di ridurre, condividere e, quando necessario, rifiutare il lavoro di cura non retribuito. La questione non è soltanto se pagare, ma quali rapporti sociali e strutture di potere all’interno dei nuclei familiari quel pagamento modifica.
Il linguaggio del riconoscimento economico della cura può sostenere politiche molto diverse. Per giudicarle, occorre guardare a chi riceve il denaro, chi resta escluso, da dove provengono le risorse e quanto cambiano la distribuzione della cura e l’autonomia di chi la presta. È qui che la storia della campagna per il salario al lavoro domestico è utile: il valore economico della cura diventa una leva di emancipazione solo se il suo riconoscimento amplia, anziché restringere, le possibilità delle donne e delle altre persone che curano. Il riconoscimento monetario del lavoro di cura non retribuito non deve diventare una remunerazione per l'adesione a un modello familiare patriarcale.
Riferimenti
Administration for Children and Families (ACF), Restoring Flexibility in the Child Care and Development Fund (CCDF), Federal Register, 12 maggio 2026.
E. Callaci, Wages for Housework: The Story of a Movement, an Idea, a Promise, Penguin, 2025.
M. Dalla Costa, S. James, The Power of Women and the Subversion of the Community, 3ª ed., Bristol: Falling Wall Press, 1975 [1972].
S. Federici, Wages against Housework, Londra e Bristol: Power of Women Collective e Falling Wall Press, 1975.
M. Gabrielli, ‘Wages for Housework’: The Evolution of the Debate in the 1970s Italian Women’s Movement, Modern Italy, 30 (1): 79–93, 2025.
L. Toupin, Wages for Housework: A History of an International Feminist Movement, 1972–77, trad. di Käthe Roth, Londra: Pluto Press, 2018.