L'utopia e la pratica
del lavoro Sottosopra

Ancora sul manifesto della Libreria delle donne di Milano: come portare il lavoro sotto il segno dell'immaginazione. E' vero che la parità fa acqua e che dobbiamo voltare pagina, ma verso dove? Il rischio di una concezione tutta individualistica della libertà e dell'autodeterminazione

di Maria Serena Sapegno

In Ottobre è uscito un nuovo Sottosopra, pochi fogli stampati dalla Libreria delle donne di Milano, come riporta il colophon.

Il titolo Sottosopra evoca appunto una continuità che già di per sé pone un problema, e forse più di uno, per chi può tornare indietro con la memoria ai primi anni settanta, quando una pubblicazione con quel titolo apparve per la prima volta.

Allora come ora, uno degli elementi significativi di questa, che si presenta come frutto di un lavoro di elaborazione collettiva, è certo il grande asset di chi osa prendere l’iniziativa e collocarsi nello spazio pubblico. Anche per questo essa ha giocato un ruolo importante nel femminismo italiano ed ha esercitato autorevolezza: a cominciare dal semplice fatto di esporsi e di imporre il proprio terreno e il proprio punto di vista.

Questo ultimo si presenta con un articolato paratesto, intanto il titolo evocativo e utopico che dà il tono al tutto (Immagina che il lavoro) e conduce nel terreno iperrealistico e conflittuale del lavoro sotto il segno invece dell’immaginazione.

Poi il sottotitolo che definisce il testo come ‘manifesto’ e usa (come sempre) la provocazione come forma della comunicazione: «la parità fa acqua, il femminismo non basta».

Infine la dedica mette in scena un atteggiamento dialogico e affettuoso (cara amica, con affetto) ma esprime paternalismo («quarant’anni fa,(...) non vedi, (...) lo sai anche tu»). Perciò chi legge (e condividerebbe in tutto o in parte le pseudo-obiezioni della ‘cara amica’) viene posto in una posizione di minorità psicologica da rimontare o, viceversa, invitato alla complicità con ‘chi vede’, cioè con chi scrive, e sa piuttosto quanto il mondo sia cambiato. L’affermazione quasi assoluta del valore della trasformazione avvenuta è corretta poi in parte rilevando le enormi contraddizioni esistenti.

La lettura del ‘manifesto’ ha un effetto emotivo su di me: affermazioni per noi naturali («le donne sanno che si nasce dipendenti e si muore dipendenti», ad esempio) ma raramente scritte, conferiscono il piacere di una conferma audace e esplicita. Analogamente ad alcune analisi critiche molto rare anch’esse, come l’osservare che alcune donne non possano tollerare la debolezza dell’altra donna, o il rilevare la diffusa paura che aprire conflitti sia ormai un segno di debolezza; dinamiche che tra l’altro impediscono di creare relazioni forti con le donne più giovani.

Mi tocca personalmente anche il discorso sul lavoro fuori dal lavoro, quello non pagato, la manutenzione «che dà senso e forma alla vita», come problema politico, economico e sociale di primo piano, in genere, ma più gravemente in Italia. Anche qui vale quanto detto: affermazioni note che fa piacere risentire, esposte senza scorciatoie nella loro complessità e problematicità. Cosa scegliamo e perché, come si possono affrontare e risolvere problemi che hanno facce così intime.

Importante politicamente ribadire il doppio sì, non sempre aggiornato alle emergenze dell’oggi (giovani donne rinviano la maternità: la stabilità non arriva e alla fine non arrivano più neanche i bambini).

Ma al di là delle singole parti, cosa rappresenta questo testo, cosa vuole, cosa fa?

La scelta della forma manifesto (diversamente da Via Dogana, ove lo stesso gruppo di riflessione parte da analisi concrete, intervista competenti, discute la politica e le politiche) sembra rispondere ad una logica di riflessione: arriviamo a questo punto e lo diciamo alle altre/agli altri, con un atto tutto politico: apriamo il dialogo? ma su cosa? di cosa si può parlare?

Il discorso appare chiaramente costruito su due assi, del resto esplicitati chiaramente nel sottotitolo.

Il primo («la parità fa acqua») articola in varie forme discorsive, con frequente ricorso alla narrazione, il bagaglio di consapevolezza messo insieme in tutti questi anni. Si tratta di un modo radicalmente diverso di guardare alla vita degli individui e all’organizzazione sociale, che ha posto profondamente in discussione l’idea di lavoro e quella di ricchezza, (insieme ad alcuni economisti come Amartya Sen), tiene conto dell’esperienza di tante donne che hanno travolto imposizioni e respinto ricatti e divieti in ogni ambito dell’esistenza.

Così si è avuta conferma della insufficienza del discorso della parità e della necessità di dar mano ad un’opera più ampia di trasformazione: le donne desiderano poter essere ovunque e intraprendere ogni attività, ma non ‘come se fossero uomini’, anzi proponendo spesso di cambiare le regole, per uomini e donne.

Perciò l’analisi del desiderio di maternità come coesistente con quello di un lavoro socialmente riconosciuto e quella del valore del lavoro non retribuito come struttura profonda della società e delle relazioni umane, sono il necessario contesto nel quale inserire l’elaborazione di nuove regole. E certo si tratta di un contributo prezioso che la riflessione delle donne ha portato alla luce e messo sul piatto con urgenza non discutibile.

Eppure colpisce la mancanza anche di un solo accenno ad un dato macroscopico che richiede attenzione e pensiero: non possiamo ignorare che, per le ragioni più diverse, la stessa possibilità di organizzare la complicata vita che conduciamo in ambiti diversi è affidata ad altre donne, spesso straniere, che ci sollevano da una parte del lavoro di riproduzione sociale, spesso si prendono cura dei nostri cari a scapito dei propri. Grazie a loro proteggiamo da conflitti laceranti i rapporti tra uomini e donne. Sono, anche queste, relazioni importanti che vanno fatte emergere dalla cancellazione sociale e pensate. Inoltre ci sono giovani donne che si vedono costrette a lasciare gli studi, o il lavoro, per assistere genitori anziani o malati. Non è la stessa cosa avere o non avere il welfare.

 Il secondo asse è indicato anch’esso nel sottotitolo e rappresenta la proposta politica: «il femminismo non ci basta più». E’ una proposta paradossale e netta, rivolta proprio alle femministe: «per le femministe è il momento di voltar pagina», e la motivazione starebbe nella «domanda che viene dalle cose stesse». La proposta, quella di parlarsi tra donne e uomini per cambiare il mondo, cade subito prima del paragrafo conclusivo, tutto segnato dal movimento utopico che dà il titolo al manifesto nel suo insieme: Immaginare il futuro e chiude così il testo con un movimento perfettamente circolare

La proposta fa seguito ad un breve elenco di ‘pratiche’ che vengono date come ‘indicazione politica’. Estendere il metodo del partire da sé e dell’autocoscienza ad altri ambiti dell’esistenza, «Dire ascoltare contrattare»: appare come una tragica debolezza, inquadrata in una situazione molto difficile nella quale si dichiara che bisogna avere fiducia (perché? ‘si può fare’).

Pertanto chi sono gli interlocutori e le interlocutrici cui il manifesto si rivolge? appare legittima una certa perplessità. Uomini e donne non meglio precisati paiono l’interlocutore esplicitato; le femministe ne costituiscono una parte, e forse non hanno bisogno dell’indicazione politica di estendere alla vita intera lo sguardo tratto da quella esperienza e da quella pratica politica.

Ma le giovani donne di cui si cita l’incredibile tenacia, accanto a giovani uomini spesso in crisi? Loro appaiono scarsamente presenti nel testo (femministe o no che siano), le tante che sperimentano un’assoluta mancanza di futuro, la necessità di emigrare per le più determinate, la mancanza di lavoro qualificato, spesso l’impossibilità di riconoscimento sociale del merito, ma soprattutto il ritorno ad una dimensione di solitudine, di problemi individuali.

Verso di loro non assumiamo responsabilità politica? Voltiamo pagina noi, e anche loro? ma mentre voltiamo pagina non sarebbe il caso di riflettere anche su ciò che non ha funzionato? Sul perché la rappresentazione simbolica del femminile che gli consegniamo sia così drammaticamente contraddittoria e ambivalente? Perché dovrebbero aver fiducia nel ‘contrattare’? Abbiamo contrattato per offrire loro qualche opportunità in più?

La spinta utopica è forte, ma poi rinvia ai diversi contesti per una pratica che non sembra avere un cuore collettivo ma riferirsi con vaghezza al ‘lavoro di tante e tanti’ e infine sembra rinviare ad una dimensione individualistica della libertà e dell’autodeterminazione.

 

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