Nel Regno Unito si avvertono già le conseguenze reali di un'uscita dall'Unione europea. Quali le strade adesso, mentre si diffonde il rimorso da Brexit

Rimorso
da Brexit

di Susan Senior Nello

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito ha votato a favore dell’uscita dall’Unione europea (Brexit), la campagna Leave (andare via) ha vinto con il 52% dei voti. La partecipazione al voto è stata del 72% circa 33 milioni di votanti. Questo referendum avrebbe potuto e avrebbe dovuto essere evitato ed è stato fatto principalmente a causa di divisioni interne al Conservative Party (partito conservatore). La spaccatura tra Remain (rimanere) e Leave (andar via) riflette quella più generale tra ricchi e poveri, giovani e anziani, con Londra, il Sud-Est, la Scozia e l’Irlanda del Nord fortemente a favore di Remain se comparati con il resto dell’Inghilterra e il Galles. 

Con queste divisioni il referendum avrebbe potuto portare alla fine del Regno Unito. La Scozia ha chiesto di rimanere nell’Unione europea, anche se i tentativi di dialogo in questa direzione si sono scontrati con le reticenze dei circoli dell’Ue e dei paesi membri, probabilmente per paura di una reazione a catena dei movimenti separatisti di altre regioni come la Catalogna, la Corsica, ecc. Cambiare gli accordi su commercio e immigrazione significa con molta probabilità reintrodurre la frontiera tra Irlanda del Nord e Regno Unito arretrando nel processo di pace portato avanti negli anni che è stato fortemente facilitato dall’avere l’Ue come cornice. I leader della campagna Leave sono rimasti sinceramente stupiti del loro successo e hanno dimostrato di non avere idea di come gestire la Brexit in termini concreti. I due principali partiti politici si sono frantumati: Nigel Farange ha dato le dimissioni da leader dello United Kingdom Independence Party (UKIP), e Boris Johnson si è ritirato dalla corsa alla leadership del partito conservatore.

La campagna Leave e la campagna Remain possono essere raccontate rispettivamente come “progetto bugie” e “progetto paura”. I punti principali della campagna Leave (progetto bugie)  erano: “riprendere il controllo” e ripristinare la sovranità inglese, il desiderio di disfarsi del “superstato Europa” e il suo eccesso di regolamentazione, la determinazione di limitare l’immigrazione. Le trasmissioni televisive e i tabloid come The Sun e The Daily Mail hanno dimostrato una mancanza di rispetto dei fatti sull’Unione Europea. I politici inglesi per anni hanno avuto la cattiva abitudine di denigrare l’Unione europea e non possono stupirsi che questo abbia influenzato l’opinione pubblica. 

Il politici stanno facendo retromarcia su alcuni elementi del “progetto bugie” che ha portato a ripensamenti e disillusione di parte dell’elettorato del Leave. Sull’autobus della campagna del Leave c’era lo slogan che ogni settimana 350 milioni di sterline vengono mandate in Europa e la promessa di investirli in  sanità pubblica. Questo calcolo era sbagliato e non teneva conto dei trasferimenti verso il Regno Unito, il contributo netto al budget dell’Unione europea è di soli 8,4 milioni di sterline all’anno, soltanto lo 0,5% del Pil britannico. Dopo il voto hanno dovuto dichiarare che alla sanità pubblica sarebbe andato molto meno del promesso. 

Per quanto riguarda gli effetti economici della Brexit, siamo dentro i peggiori scenari pronosticati dal “progetto paura” (Remain). Il Tesoro, la Banca d’Inghilterra e il Fondo Monetario Internazionale hanno prospettato costi immediati e altissimi per la Brexit dati dalla volatilità dei mercati. Tutti gli studi suggeriscono perdite, anche sul lungo periodo, le cui dimensioni saranno proporzionali alla scelta di rimanere nel mercato unico europeo, negoziare un’associazione o un patto di libero scambio con l’Unione europea oppure quella che spesso viene chiamata nell’ambito del WTO  “opzione default”. 

Boris Johnson voleva combinare l’accesso al mercato unico con vincoli più stretti sull’immigrazione da altri paesi europei. Gli altri stati membri e le istituzioni europee hanno escluso questa possibilità mantenendo il punto sulla mobilità dei lavoratori come parte integrante del mercato unico (Merkel ha dichiarato che non è possibile scegliere gli onori e lasciare gli oneri, e Tusk ha escluso la possibilità di un mercato unico “su misura”). Ogni ipotesi prevede il baratto di un accesso migliore al mercato e restrizioni sull’immigrazione e il rispetto dei regolamenti e gli standard europei.  

Molte persone che hanno appoggiato la campagna del Leave sembravano a favore di un accordo di libero scambio (Free Trade Agreement) “come l’Albania” ha dichiarato Michael Gove, tralasciando il dettaglio che l’accordo con l’Albania è un interim in attesa dell’entrata nell’Unione. Molti FTA non consentono un grande accesso ai servizi, inclusi quelli finanziari. Il Canada sta negoziando da sette anni un accordo con l’Ue (la ratifica è stata bloccata dalla Romania per i visti e dal Belgio sugli standard). È prevedibile quindi che i negoziati con il Regno Unito durino anni creando una protratta incertezza.

Lo studio del Tesoro è probabilmente l’analisi economica più completa, e sostiene che se l’Inghilterra sceglie un accordo di libero mercato con l’Unione europea come quello del Canada, il costo per ogni famiglia sarebbe di circa 4300 sterline all’anno nel 2030, con un abbassamento del Pil del 6,2% circa[1]. Si può discutere dell’esattezza di questa previsione, ma il dato certo è che le perdite saranno ingenti.  

Sempre secondo le stime del Tesoro, se invece si optasse per entrare nel WTO (come hanno fatto la Russia o il Brasile) il costo stimato per ogni famiglia sarebbe di 5200 sterline all’anno fino al 2030 e la perdita stimata oscillerebbe tra il 5,4% e il 9,5% del Pil. L’Inghilterra si scontrerà con tariffe sulle sue esportazioni verso l’Ue e l’accesso per i servizi dovrà essere negoziato. Il direttore generale del WTO, Azavedo, ha detto che siccome l’Inghilterra non ha mai fatto parte del WTO (fondato nel 1995) dovrà negoziare il suo ingresso. L’ultimo paese che l’ha fatto è stata la Liberia che è diventata il 162esimo paese dopo anni di negoziazioni. Da parte del Tesoro non è stato molto saggio dare delle statistiche così precise sugli effetti immediati della Brexit (“progetto paura”), ma molte delle predizioni si stanno avverando. Immediatamente dopo l’esito del referendum la sterlina è precipitata ai livelli più bassi dal 1985.

L’incertezza si è diffusa nei mercati internazionali in particolare in quelli considerati più deboli come per esempio il sistema bancario italiano. Sia le famiglie che le imprese inglesi hanno rimandato le decisioni su spesa e investimenti. E la City ha iniziato a risentire immediatamente degli effetti negativi. Dipenderà da come sarà l’accordo finale, e quando sarà, se le istituzioni finanziarie che fanno base nel Regno Unito perderanno il loro “passaporto automatico” per operare negli altri paesi europei. Le grandi banche di investimento e altre istituzioni finanziarie stanno già parlando di spostare le loro attività a Francoforte, Dublino, Parigi, Lussemburgo o Amsterdam. La Francia ha già annunciato sgravi fiscali per attirarle e in risposta il  ministro dell’Economia, George Osborne, ha già proposto di ridurre le tasse sulle imprese al 15%.

L'articolo 50 del trattato sull'Unione europea definisce la base giuridica e la procedura per uscire dall’Ue. A meno che non si facciano accordi che anticipino i tempi, l’uscita avverrà due anni dopo la notifica da parte dello stato membro della sua intenzione di lasciare l’Unione. Il periodo di due anni può essere esteso solo tramite voto unanime da parte del consiglio europeo, con l’accordo da parte del paese interessato. Nel caso del Regno Unito, l’uscita richiede una legge del Parlamento e il referendum ha solo carattere consultivo. Quando David Cameron si è dimesso ha annunciato che avrebbe lasciato il compito di attuare l'articolo 50 al suo successore. Juncker ha risposto con l'affermazione: "non ci sarà nessuna trattativa, se non arriva prima la notifica di uscita dall'Ue". Se da un lato il ritardo nella notifica prolunga l’incertezza ed è criticata in molti ambienti europei e da alcuni stati membri, dall’altro ha il vantaggio di concedere tempo al Regno Unito di chiarire le sue posizioni, e forse anche quello di lasciare un margine di manovra per eventuali ripensamenti. Nel caso del Regno Unito, l’uscita dall’Ue richiederebbe una revisione della legislazione nazionale attraverso l’abrogazione del British European Communities Act del 1972. Disfare 43 anni di adesione all’Ue implicherebbe una rivoluzione legale immediata. Ammontano infatti a 12.295 le leggi, i regolamenti e le direttive europee che riguardano il Regno Unito e che cesserebbero il loro effetto con l’uscita. Servirebbe decidere prima cosa tenere, emendare o rigettare delle leggi britanniche che riguardano il codice di recepimento delle direttive Ue (Financial Times 22/6/2016).

Tra le leggi a rischio di modifica o abrogazione nel Regno Unito a seguito della Brexit ci sono quelle sulla parità di genere. Fin dall’inizio l’Unione europea ha avuto un ruolo fondamentale nella promozione della parità e la presenza di femministe e donne molto competenti a livelli medio alti dello staff hanno tenuto vivo il tema all’interno della commissione garantendo che l’agenda sull’uguaglianza di genere non venisse dimenticata, anche se spesso questo non si è tradotto in una vera e propria attenzione né da parte delle politiche dei singoli stati né da parte di tutte quelle politiche tradizionalmente considerate “neutre” come le politiche economiche e monetarie o quelle mirate alla difesa e alla sicurezza, come spiega bene Roberta Guerrina in un articolo recentemente pubblicato dalla London School of Economics. Esistono comunque delle evidenze del ruolo positivo svolto dall’Unione per l’uguaglianza di genere all’interno dei singoli paesi. Per fare un esempio, forse proprio nel Regno Unito più che altrove, le pressioni delle politiche europee hanno comportato di fatto un aumento degli investimenti nel settore della cura all’infanzia, almeno tra il 1998 e il 2009, vale a dire prima che la crisi economica iniziasse a erodere gli effetti positivi di questa influenza. Basta pensare che solo tra il 1998 e il 2005 gli investimenti del governo britannico per la cura alla prima infanzia sono passati da 1,4 miliardi a 4,3 miliardi di sterline[2].

Secondo un recente rapporto del Trades Union Congress (TUC) l'adesione all'Ue del Regno Unito ha portato, inoltre, a vantaggi indiscutibili per i diritti delle donne nel mercato del lavoro in termini di retribuzione, ma anche di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Come risultato della direttiva sul congedo parentale, poi, sempre nel Regno Unito, i genitori che lavorano hanno avuto il diritto a un congedo non retribuito per prendersi cura di un figlio. E a seguito dei negoziati per migliorare la direttiva Ue, nel 2013 la durata del congedo è aumentata da 13 a 18 settimane per figlio. Nel mese di aprile 2015, inoltre, il governo britannico ha deciso di elevare il limite massimo di età del figlio per avere diritto al congedo, alzandolo da da 5 a 18 anni. Resta da capire se l’esito del referendum britannico avrà un impatto di ridefinizione degli equilibri internazionali tale da incidere sull’agenda di genere europea. Per ora la parità rimane tra gli obiettivi della commissione che ha stanziato 6,17 miliardi di euro per raggiungere entro il  2020 obiettivi come la riduzione del divario retributivo di genere, e promuovere la parità tra donne e uomini nel mondo degli affari e nei processi decisionali, anche se diversi sono stati i segnali che la gender equality policy ha perso terreno. E il fatto che i soldi ci siano per gli obiettivi caldeggiati dalla direzione giustizia e non per quelli di competenza della direzione occupazione o finanza la dice lunga.

I risultati del referendum hanno un carattere solo consultivo, la Brexit deve essere decisa dal Parlamento, e la maggior parte dei parlamentari è contraria. Con l’entità del danno e l’impossibilità, ormai evidente, da parte del gruppo Leave di mantenere la maggior parte delle promesse fatte, ecco che allora prende piede il “rimorso del compratore” (per usare il termine coniato da Georg Soros), o Regrexit (rimorso da Brexit). Per il momento  è stata esclusa la possibilità di indire nuove elezioni con un mandato chiaro sull’uscita o la permanenza in Ue. Si potrebbe fare un altro referendum per il quale sono già state raccolte 4milioni di firme. Oppure fare un ricorso legale per rivotare, come in Austria nelle elezioni presidenziali del 2016. Nel caso della Brexit il ricorso potrebbe essere basato sul poco rispetto dimostrato nei confronti della verità dal “progetto bugie” oppure sul fatto che i circa due milioni di cittadini britannici residenti in altri paesi della Ue non hanno potuto votare nonostante il grande impatto che l’uscita avrebbe sulle loro vite, perché per votare bisognava essere residenti nel Regno Unito da almeno 15 anni.  Insomma, qualsiasi soluzione richiede tempo e così, l’unica prospettiva, per il momento, sembra essere quella dell’incertezza.

NOTE 

[1] HM Treasury (2016) HM Treasury analysis: the long-term economic impact of EU membership and the alternatives, pp.201, April, London

[2] Daycare Trust (2006) Childcare Today: a progress report on the Government’s Ten-Year Childcare Strategy citata da Fagan, C. (2008). The provision of childcare services in the United Kingdom - Report commissionato e presentato dalla Direzione generale per l'occupazione e gli affari socoali, Unità G1 'Parità tra uomini e donne', Gruppo di esperti su genere e occupazione, DG occupazione.


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