L'estate di inGenere è ricca di conversazioni femministe. Visioni e pratiche al cuore di un dialogo ininterrotto tra passato e presente. In questa puntata, discutiamo con la scrittrice danese Emma Holten a partire dai temi del suo libro Deficit. Perché l'economia femminista cambierà il mondo
Ciò che non
ha prezzo
Se non siamo in grado di attribuire il giusto valore alle cose che davvero contano nelle nostre vite, come possiamo sperare di costruire un futuro migliore? È la domanda che si pone Emma Holten nel saggio Deficit. Perché l'economia femminista cambierà il mondo (La Tartaruga, 2025).
Danese di nascita, Holten è un’attivista femminista e consulente di politiche di genere. Deficit, il suo libro d'esordio, è uscito in lingua danese nel 2024 e ha vinto numerosi premi, fra cui il Politiken Literature Prize 2024. Oltre che in italiano, è stato tradotto in inglese, svedese, norvegese, tedesco e olandese, ed è in corso di traduzione in altre 6 lingue.
Utilizzando un linguaggio chiaro e diretto, nel libro Holten ripercorre la storia dell'economia come "scienza" – dalle origini, con l'Illuminismo, a oggi – mostrando come i principali modelli economici, dai quali poi derivano le decisioni politiche, abbiano sistematicamente ignorato il valore del lavoro di cura svolto dalle donne, insieme a tutto ciò a cui risulta difficile attribuire un prezzo – come la salvaguardia e la tutela dell'ambiente e delle risorse naturali, o il tempo libero. Oltre a mostrarci questo cortocircuito, il libro di Holten ci dice però che esiste un modo per correggerlo: accantonare i modelli economici tradizionali e ripartire dall'economia femminista.
In occasione della presentazione di Deficit a Roma, presso la Libreria Tuba, che ha visto l'autrice in dialogo con Marcella Corsi, abbiamo rivolto a Emma Holten alcune domande per approfondire le riflessioni al centro del suo libro.
Il tuo libro nasce anche come risposta a un articolo del 2020 dove si diceva che le donne rappresentano un “deficit netto” per la società, per via di fattori come il congedo di maternità e il lavoro part-time. In che modo quest’affermazione ha influito sulla tua motivazione a scrivere Deficit? E cosa ci dice sul peso degli stereotipi di genere nella politica e nel pensiero economico?
Dal mio punto di vista, quell'articolo metteva in luce due aspetti fondamentali. Il primo è il potere del linguaggio economico di plasmare il dibattito pubblico. Leggendo un titolo del genere, lo percepiamo subito come se fosse scienza esatta. Come siamo arrivati a questo punto? Questa è la prima domanda a cui volevo dare risposta nel libro. Il secondo aspetto riguarda la concezione economica del valore: è evidente che le attività in cui le donne impiegano la maggior parte del loro tempo non sono considerate contributi significativi all’economia. Nel libro mostro come il lavoro di cura – retribuito e non – sia sempre stato sistematicamente ignorato e svalutato dall’economia, fin dalle sue origini come disciplina.
In Deficit critichi sia i modelli economici tradizionali che ignorano o sminuiscono il lavoro di cura che la definizione tradizionale di "lavoro femminile". In che modo questi modelli hanno influenzato la percezione del valore delle donne nella società, e quali effetti hanno avuto sulla loro condizione economica e sociale?
Di solito ci riferiamo all'economia come a una scienza che descrive il funzionamento del mondo. Il libro vuole mostrare che l’economia non si limita però a descriverlo, il mondo, ma che lo plasma. L’utilizzo di modelli e metodi che svalutano il lavoro di cura si traduce in istituzioni e culture che svalutano anche le persone che quel lavoro lo svolgono, cioè le donne. Questo genera un enorme paradosso per le vite di tutte le donne, che pur lavorando costantemente, sembra non debbano mai diventare ricche grazie al loro lavoro. Questo mette in discussione un presupposto fondamentale dell’economia, cioè che creare valore conduca alla ricchezza. Non esiste un solo paese al mondo in cui le donne siano più ricche degli uomini, nonostante quasi ovunque lavorino più ore al giorno.
Il libro si apre con un evento privato: nelle prime righe racconti di quando ti è stata diagnosticata una malattia cronica, che ti ha improvvisamente trasformata in una persona bisognosa di cure. Un’esperienza personale che assume un significato pubblico, come presa di coscienza di una condizione di vulnerabilità – qualcosa che le nostre società faticano ancora a riconoscere.
Sono convinta che occultare la vulnerabilità del corpo sia uno strumento di potere fondamentale nel discorso economico. I modelli economici propongono una visione idealizzata dell’essere umano: le persone non sono mai presentate come malate o anziane. Non ci sono bambine né bambini, né tantomeno persone con problemi di salute mentale. Questo fa sì che le politiche non prevedano né spazi né risorse per dare risposte concrete a queste condizioni, nonostante siano parte integrante della vita.
Che cosa produce questo atteggiamento?
Innesca una dinamica perversa, per cui la vulnerabilità scompare dalla coscienza collettiva. Questo rende impossibile organizzarsi politicamente in funzione della vulnerabilità, che diventa motivo di vergogna. Ed è per questo che viviamo nella società in cui viviamo, cioè caratterizzata da una spinta continua all’ottimizzazione, che ci impone di allenarci, mangiar sano, migliorare noi stesse e inseguire un ideale irraggiungibile di perfezione. Ma in fondo tutto questo nasce da una paura profonda e da una forma di odio per noi stessi come esseri umani. Sappiamo che le persone vulnerabili soffrono, ma anziché cercare di eliminare quella sofferenza, passiamo la vita a cercare di non diventare come loro.
Che impatto ha avuto l’opera di Silvia Federici, che hai anche tradotto in danese, sulle tue riflessioni?
È difficile esprimere fino in fondo quanto sia stata fondamentale per me, nel mio percorso come femminista è stata sicuramente la figura più importante. Oltre alle sue analisi, l'elemento che mi ha colpita di più è la sua teorizzazione della relazione tra cultura ed economia. Per Federici, non si può separare la struttura economica di una società da quella della famiglia e dal ruolo delle donne. Oggi tendiamo a distinguere nettamente le questioni “identitarie e culturali” da quelle “economiche”, e Federici ci mostra chiaramente quanto questa separazione sia fuorviante.
Nel libro critichi l’idea secondo cui l’emancipazione femminile dovrebbe coincidere unicamente con una maggiore partecipazione delle donne al lavoro retribuito, soprattutto se non si non prende il considerazione la redistribuzione del lavoro di cura. In che modo l’economia femminista può offrire una visione più inclusiva ed equa, che funzioni meglio sia per le donne che per gli uomini?
Il femminismo si trova spesso in una sorta di paradosso: per liberarsi dalla dipendenza economica nei confronti di padri o partner e poter vivere in autonomia, le donne devono svolgere un lavoro retribuito. Ma, come vediamo chiaramente dalle vite degli uomini, lavorare non è necessariamente sinonimo di liberà: il lavoro può anche essere semplicemente un’altra forma di oppressione. Da questo punto di vista, vedo un grande potenziale nello stile di vita che molte donne stanno già mettendo in atto, passando in media più tempo a casa e nelle comunità, e meno tempo nel lavoro retribuito. Dovrebbe diventare un obiettivo anche per gli uomini: favorirebbe l’uguaglianza nel mercato del lavoro, permetterebbe agli uomini di avere dei rapporti familiari migliori e alleggerirebbe le donne dal carico di lavoro non retribuito. Inoltre, a lungo termine, potrebbe ridurre i consumi.
In Deficit citi spesso i dati della Danimarca, tuo paese d’origine, ma anche l’Italia ha un peso rilevante. Questi due paesi sono spesso considerati agli antipodi dal punto di vista del welfare e della partecipazione femminile al lavoro. Eppure, tu sostieni che adottino lo stesso tipo di atteggiamento nei confronti del lavoro di cura. Cosa li accomuna, al netto delle differenze?
Le idee economiche di cui parlo nel libro hanno un potere enorme in tutto il mondo. Sono alla base di istituzioni come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Unione europea, e della concezione moderna di “successo” – nell'accezione capitalistica del termine. Naturalmente ci sono delle differenze a livello dei vari paesi, ma sta emergendo sempre più chiaramente come i problemi di fondo siano in realtà molto simili. Se, da un lato, le economie capitaliste cercano di svalutare il più possibile il lavoro di cura per far sì che venga svolto a basso costo, dall'altro ne hanno bisogno per poter funzionare. Alcuni paesi, come la Danimarca, hanno fatto dei passi in avanti per contrastare questa tendenza, ad esempio istituendo un congedo parentale molto vantaggioso. Ma, come per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici o la tutela dell’ambiente, anche qui si tratta di una lotta di potere. E questo dimostra che chiedersi cosa abbia valore non è una questione tecnica o burocratica, ma politica.
“Non è difficile capire che la natura e il lavoro di cura non retribuito sono compagni di sventura, nel Pil”, scrivi nel libro. In che modo l’invisibilità economica del lavoro di cura e dell’ambiente sono il riflesso di una logica più ampia di estrazione – che svaluta il lavoro umano, in particolare quello femminile, alimentando lo sfruttamento delle risorse naturali e aggravando la crisi climatica?
Questo era un punto davvero fondamentale per me. Spesso pensiamo al mercato come al luogo dove si crea valore. Ma se guardiamo più a fondo, il mercato spesso prende qualcosa che non ha prezzo (come il lavoro di cura non retribuito, le risorse naturali, il tempo libero) e lo trasforma in un prodotto da vendere. A quel punto, secondo la logica economica si è creato “valore” e il Pil cresce, ma in realtà abbiamo molto più da perdere che da guadagnare.
Puoi farci un esempio concreto di questa dinamica?
Da danese, una cosa che mi colpisce molto dell'Italia sono gli stabilimenti balneari. Da noi, le spiagge non sono privatizzate: sono per tutti, gestite dai comuni e da persone che lo fanno in maniera volontaria. Secondo la logica economica, con gli stabilimenti le spiagge diventano una “fonte di valore”, perché prendere il sole acquisisce un prezzo, e contemporaneamente diventano inaccessibili alle persone più povere. Entrambi i modelli sono scelte politiche, ma in termini economici uno è più valido dell’altro. Dal momento che non possediamo un linguaggio per parlare del valore di ciò che non ha prezzo, questo rende molto difficile immaginare una società con più tempo libero e natura: economicamente parlando, sembrerebbe una società più povera.
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