Nonostante sulla carta sia scomparsa dalla metà degli anni Settanta, nel sistema italiano di tassazione e agevolazioni esiste ancora la figura del "capofamiglia". E le politiche fiscali e familiari restano radicate ai ruoli di genere tradizionali, che relegano le donne al lavoro non retribuito

Il fisco non
è neutro

di Rosy D'Elia

Se gestire la famiglia e il lavoro è troppo complicato, il Governo ha una soluzione, soprattutto per le donne: lavorare meno.

E mentre l’Ocse e il Fondo monetario internazionale invitano l’Italia a eliminare la detrazione per coniuge a carico per favorire l’occupazione femminile, la Manovra 2026 segue la solita direzione "ostinata e contraria".

Le novità della Manovra 2026

Nel disegno della Legge di bilancio è prevista una decontribuzione per le aziende che concedono il part-time alle donne con almeno tre figli o figlie. La norma, che dovrà essere discussa e approvata in Parlamento, non è in alcun modo discriminatoria: la possibilità di ridurre l’orario di lavoro è riservata ai padri e alle madri. Ma va contestualizzata.

In un panorama normativo caratterizzato dal maschile sovraesteso, il testo cita prima le lavoratrici e poi i lavoratori. E non si può non considerare, come ha sottolineato l’Inps nell’ultimo rendiconto di genere di febbraio 2025, che il part-time è un contratto prevalentemente al femminile, uno squilibrio chetestimonia ancora una volta la dinamica socioculturale che attribuisce alle donne la responsabilità prevalente del lavoro familiare e la subalternità del reddito femminile a quello maschile all’interno delle famiglie.

Più che una misura per cambiare le cose, appare l’ennesimo incentivo a cristallizzare i ruoli di genere dominanti, in linea con una tradizione normativa che non lascia fuori da questo circolo vizioso nemmeno il fisco.

Nel sistema italiano di tassazione e agevolazioni resiste ancora oggi la figura del capofamiglia, nonostante sulla carta sia scomparsa dalla metà degli anni Settanta, con la riforma del diritto di famiglia.

Scripta volant, cultura manet, si potrebbe dire parafrasando il detto latino. E mentre le politiche fiscali e familiari restano radicate sul modello caregiver-breadwinner (la donna si dedica alla cura e l’uomo porta il pane a casa), la presunzione di neutralità del fisco ha un effetto potente: le distorsioni e discriminazioni di genere restano invisibili e agiscono indisturbate. Fuori dal cono di luce, la netta divisione dei ruoli all’interno della famiglia è punto di partenza e di arrivo.

La figura del "capofamiglia"...

Dire, ad esempio, che le donne inserite in una famiglia tradizionale partecipano meno al mercato del lavoro retribuito anche perché il loro lavoro ha un costo più alto, in termini di tassazione e perdita di benefici, può sembrare un’affermazione priva di fondamento. Ma poggia su basi solide, come mostrano gli studi sul tema tra cui quello della Banca d’Italia su donne, mercato del lavoro e crescita economica diffuso nel 2023. 

Proprio partendo da un presupposto di neutralità, perché l’unità impositiva è l’individuo, il sistema fiscale italiano riesce ad arrivare a un meccanismo di calcolo distorto e discriminatorio - perché la maggior parte delle agevolazioni sono legate alla famiglia e la divisione dei ruoli all’interno delle famiglie è ancora molto netta.

L’esempio più chiaro di distorsione è la detrazione per coniuge a carico: uno sconto d’imposta che varia in base al reddito e si aggira intorno ai 700 euro. La normativa, come per l’incentivo al part-time, non discrimina: vale sia per gli uomini che per le donne. Ma resta a carico chi guadagna poco o niente, e questa, nel contesto italiano, è una condizione più femminile che maschile.

Se la disoccupazione, o comunque una scarsa entrata annuale del coniuge a carico, riduce l’imposizione fiscale sul coniuge che lavora, per alcuni livelli di reddito avere una entrata aggiuntiva potrebbe diventare poco conveniente per l'economia familiare complessiva.

Così, si rinuncia al risparmio fiscale. Si rischia di perdere una serie di agevolazioni legate alle condizioni economiche delle famiglie. E, aspetto da non sottovalutare, viene meno una parte del lavoro di cura gratuito di cui si occupano ancora quasi totalmente le donne, e che la scarsità e il costo dei servizi disponibili rende particolarmente prezioso.

... Esiste anche per l’Isee 

Le agevolazioni per le famiglie sono concesse nella maggior parte dei casi in base all’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee), che viene utilizzato spesso anche come criterio per calcolare il loro valore. Più è basso l’Isee, più è alta la probabilità di ricevere aiuti e di ottenerli di importo più consistente.

Ma anche le regole di calcolo di questo indicatore tradiscono un’idea di famiglia in cui c’è un capofamiglia che guadagna e il resto dei componenti a carico.

Il regolamento prevede una deduzione sui redditi da lavoro dipendente fino a un massimo di 3.000 euro, a prescindere dal numero di persone che lavorano. L’agevolazione chiaramente viene assorbita dal primo percettore di reddito, che di solito è l’uomo. Nessuno sconto è previsto per la seconda persona del nucleo familiare che lavora.

Gli effetti sono chiari: le retribuzioni aggiuntive hanno un peso specifico più importante nel calcolo dell’Isee, e per i livelli di reddito più bassi rischiano addirittura di essere controproducenti. 

È come se il sistema di tassazione e agevolazioni desse uno svantaggio di partenza alle donne che decidono di lavorare, accresciuto anche dagli stipendi più bassi che caratterizzano il lavoro femminile. In parole semplici: è come se il gioco non valesse la candela.

Il quoziente familiare 

La spinta a togliere i freni all’occupazione femminile, anche da parte degli organismi economici internazionali, non arriva tanto, o non solo, per giustizia sociale, ma soprattutto per necessità legate alla produttività.

Con l’invecchiamento della popolazione, ci sono maggiori costi per lo stato in termini di pensioni e di spesa sanitaria, solo per fare due esempi, e allo stesso tempo ci sono anche meno persone occupate a contribuire. L'esigenza di favorire l’occupazione di giovani e donne, che partecipano di meno al mercato del lavoro retribuito, si fa sempre più forte anche per una questione di stabilità dei conti pubblici. 

Eppure, neanche le necessità puramente economiche, che anno dopo anno diventano più stringenti, spostano l’Italia dai modelli culturali che plasmano anche il fisco.

Anzi, l’attuale governo continua a guardare nella direzione opposta: fin dalle dichiarazioni programmatiche del 25 ottobre 2022, la premier Giorgia Meloni ha manifestato l’intenzione di mettere in campo un quoziente familiare: un sistema di calcolo della tassazione che si basa proprio sulla famiglia, e non sull'individuo, e che molti studi indicano come controproducente per il lavoro femminile.

A oggi, le intenzioni hanno trovato concretezza in piccole sperimentazioni: esperimenti di quoziente familiare sono stati fatti prima per il Superbonus, poi per il taglio alle detrazioni fiscali approvato con la Legge di bilancio 2025. Sono regole che non accrescono direttamente e immediatamente gli stereotipi di genere presenti nel sistema fiscale, ma che tracciano una direzione opposta a quella di eliminazione delle distorsioni.

Non stupisce che nel processo di riforma fiscale, in atto da più di due anni, non si sia mai considerata l’ipotesi di apportare correzioni di genere al sistema di tassazione.

D’altronde, per farlo servirebbe prima di tutto riformare la cura. Se è vero che per la produttività e la stabilità dei conti pubblici si dovrebbe favorire l’occupazione femminile, è anche vero che in Italia il lavoro non retribuito delle donne, pur restando invisibile, è ancora la forma di welfare più efficiente.

Riferimenti 

F. Carta, M. De Philippis, L. Rizzica, E. Viviano, Women, labour markets and economic growth, Banca d’Italia, 2023.

J. G. Stotsky, Gender Bias in Tax Systems, IMF Working Paper No. 96/99, 1996.


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