Per ripensare il sistema di accoglienza in Italia c'è bisogno di decostruire lo sguardo sulla vulnerabilità delle migranti, spesso ancora considerata una condizione naturale e svincolata da disuguaglianze sociali, stereotipi culturali e violenza di genere. Un'analisi a partire dall'ultimo Dossier statistico immigrazione del Centro studi e ricerche Idos
Ripensare
l'accoglienza
Nelle migrazioni, i percorsi delle donne rimangono troppo spesso ai margini delle politiche di protezione e di accoglienza. “Neutralizzati” da uno sguardo tarato sull’esperienza maschile, restano poco visibili o schiacciati su rappresentazioni vittimizzanti, che nascondono e rafforzano stereotipi di passività e fragilità.
Ne deriva un impianto di protezione in cui le esigenze specifiche (e diversificate) delle donne non trovano sufficiente spazio di riconoscimento e di risposta, da cui si originano percorsi di accoglienza spesso inadeguati, dagli esiti incerti e potenzialmente penalizzanti.
Nell’ottica di predisporre un sistema più equo e funzionale, l’ultimo Dossier statistico immigrazione del Centro studi e ricerche Idos, presentato a Roma lo scorso 4 novembre 2025, si focalizza sulla condizione specifica delle donne, evidenziando le mancanze e le problematiche più rilevanti e suggerendo possibili vie di miglioramento.
Un impianto (ancora) emergenziale
La persistente impronta emergenziale del sistema di accoglienza italiano – emblematicamente rappresentata dal protagonismo dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), a scapito del Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) – si ripercuote in modo accentuato sulle donne.
Nella rete dei Cas, la scarsa, per non dire insufficiente attenzione riservata alla dimensione di genere emerge con chiarezza già a partire dall’indisponibilità di dati utili a quantificare e mappare la presenza femminile nei centri e si riflette sull’assenza di bandi finalizzati all’attivazione di strutture per sole donne. Un vuoto di informazione che rivela la sostanziale noncuranza verso la predisposizione di approcci differenziati e specifici.
Diversa la situazione nel Sai, più attento alle politiche di genere, sia in termini di raccolta dati che di progettazione dei servizi. Proprio dalla lettura dei dati e dalle analisi disponibili, d’altra parte, emergono delle problematiche specifiche, tipiche dei percorsi di accoglienza femminili.
Si evidenzia, in particolare, un turnover più lento rispetto agli uomini: le donne restano più a lungo nei progetti di accoglienza, tanto per via di percorsi di vita e di fuga gravati da violenze multiple e reiterate, che in ragione di barriere specifiche – culturali, relazionali, socio-economiche – che ostacolano in modo più marcato il raggiungimento dell’obiettivo chiave dell’autonomia.
Un passaggio ulteriormente intralciato dalle carenze strutturali di un sistema che resta poco integrato nella rete dei servizi locali e fortemente disomogeneo, a livello territoriale, quanto alla diffusione di competenze gender-sensitive.
Verso una “femminilizzazione” dell'accoglienza?
Dal 2016, la presenza delle donne nel Sistema di accoglienza e integrazione è in costante crescita, sia in termini assoluti che in rapporto al totale delle persone accolte. Dalle 4.554 donne beneficiarie del sistema in quell’anno (13,4% del totale), si è passati alle 14.684 del 2024 (26,7%). Come mai?
La risposta sta sia nella significativa presenza femminile tra le persone beneficiarie di canali di ingresso e accoglienza legali e protetti (evacuazioni umanitarie, resettlement e protezione temporanea), che nel dettato normativo più recente. Nel 2023, infatti, prima sono state escluse dal Sai le persone richiedenti asilo, con l’eccezione di quelle beneficiarie dei programmi suddetti e delle categorie considerate vulnerabili (DL 20/2023), e in un secondo momento si sono genericamente assimilate le donne alla vulnerabilità, convogliandole nel sistema ordinario (DL 133/2023).
Un’impostazione, questa, senz’altro problematica nei termini di fondo, ma almeno funzionale a offrire alle donne percorsi di accoglienza più qualificati. Senza una pianificazione mirata e un più ampio investimento su strategie specializzate, però, questa prospettiva rischia di rimanere incompiuta e la crescente femminilizzazione del Sai di rivelarsi poco sostenibile.
Decostruire la vulnerabilità
L’assimilazione automatica delle donne migranti alla categoria della vulnerabilità esige una riflessione critica. Se, infatti, riconoscere la loro peculiare esposizione a determinati rischi – violenze di genere, tratta, marginalizzazione – è essenziale per predisporre strategie e strumenti di protezione adeguati, altrettanto imprescindibile è riconoscere la natura contestuale, relazionale e contingente delle vulnerabilità che ne derivano.
Le donne migranti non sono automaticamente vulnerabili (in quanto donne e in quanto migranti), ma lo diventano in relazione a condizioni specifiche, che possono agire (e agiscono), non solo nelle aree di origine e di transito, ma anche nei paesi di arrivo e nei relativi sistemi di asilo e protezione.
Attribuire loro uno status fisso di vulnerabilità, generalizzato e aprioristico, rischia di consolidare narrazioni paternalistiche e vittimizzanti che riducono la complessità dei profili migratori femminili e ostacolano il riconoscimento delle capacità, le competenze e le risorse specifiche di ciascuna. Si alimentano così l’assistenzialismo e la standardizzazione dei percorsi di accoglienza, invece che la costruzione di progetti partecipati, tarati sulle caratteristiche individuali e finalizzati all’emancipazione.
Tra paternalismo e controllo
Anche nei contesti di accoglienza più virtuosi, come il Sai, si osservano modelli relazionali che riflettono gerarchie implicite tra chi accoglie e chi riceve accoglienza e che, non raramente, si traducono in dinamiche prescrittive e correttive, connotate da un'impronta paternalistica che mina la possibilità di costruire percorsi realmente partecipati e basati sul riconoscimento reciproco.
L’accompagnamento all’autonomia rischia così di generare nuove forme di controllo e subordinazione, alimentate da logiche di superiorità culturale che misconoscono il valore delle categorie di analisi, delle competenze e delle pratiche proprie delle donne migranti.
Emblematico è il giudizio sulla maternità: spesso le capacità genitoriali delle donne straniere vengono valutate esclusivamente in base ai canoni prevalenti nel contesto di insediamento, con il rischio di svalutare (se non condannare) pratiche educative e relazionali diverse, ma non per questo meno valide.
Dinamiche di questo tipo ostacolano l’autodeterminazione delle donne e ne frenano i processi di emancipazione. Riproducendo schemi di stampo coloniale, infatti, finiscono per promuovere atteggiamenti univoci, pregiudiziali e inferiorizzanti: approcci che mortificano le soggettività e la agency delle donne accolte, invece di valorizzarle.
Ripensare l’accoglienza
Superare le criticità descritte richiede un cambiamento profondo, a partire dalla consapevolezza che l’esperienza delle donne migranti si costruisce all’intersezione di molteplici fattori penalizzanti (genere, origine geo-culturale, status giuridico, condizione socio-economica) – e che la vulnerabilità non è una condizione biologica, bensì il risultato di relazioni di potere, diseguaglianze sistemiche e pratiche istituzionali.
Riconoscere le soggettività delle donne beneficiarie dell’accoglienza, sostenere i loro progetti di vita, le loro capacità di scelta e di azione strategica e valorizzarne i saperi rappresenta un passaggio cruciale per rendere il sistema di accoglienza non solo più efficace, ma più equo.
Per procedere verso questo obiettivo, occorre innanzitutto garantire la raccolta e l’analisi sistematica dei dati necessari per monitorare la qualità e l’equità dei servizi attivati. E poi investire su una programmazione strutturale, che superi la logica dell’emergenza, valorizzi i territori come spazi di inte(g)razione sostenibile e investa su competenze e strategie tarate su un approccio di genere e integrate nella rete dei servizi locali.