Katinka Bellomo, climatologa dell'Università di Padova che da anni osserva gli oceani e le nuvole per interpretare e prevedere la variazione delle temperature terrestri ci racconta cosa significa per una donna farsi strada in un settore sempre più all'avanguardia, dove i metodi di analisi si basano su machine learning, big data e tecnologie innovative
Interpretare il clima
con Katinka Bellomo
Quando si parla di crisi climatica, immediatamente ci vengono in mente immagini del restringimento dei ghiacciai, o previsioni sull’innalzamento della temperatura, ma c’è un elemento che spesso non consideriamo e che invece è centrale nel regolare la vita del nostro pianeta: l’oceano. Questa immensa distesa di acqua fornisce circa la metà dell'ossigeno mondiale e contribuisce a mitigare gli effetti del cambiamento climatico, assorbendo il calore in eccesso e l'anidride carbonica prodotta dalle attività umane. Lo sa bene Katinka Bellomo, Professoressa associata di Climatologia dell’Università di Padova, che da anni studia il ruolo dell’oceano nel sistema climatico.
In particolare, Bellomo si occupa di modellazione climatica e proiezioni future, con un focus sui cosiddetti tipping points, ossia i cambiamenti climatici repentini e considerati quasi irreversibili. Studia inoltre gli eventi estremi legati alla temperatura e alle precipitazioni, e sviluppa metodi di analisi che si basano sul machine learning di big data climatici.
Un settore che, come molti altri legati alle discipline Stem (acronimo che in inglese sta per scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), è prettamente maschile, e dove la parità di genere è ancora lontana. “Quando c’è da scegliere tra un ricercatore e una ricercatrice, quasi sempre vanno avanti gli uomini” racconta Bellomo. “Le donne che poi, come me, decidono di essere madri, sono ancora più svantaggiate. Dopo la maternità nessuno mi includeva nei progetti di ricerca, preferivano scegliere qualcun altro. Una volta stavo lavorando a un articolo e il mio collaboratore ha deciso di mettere il suo nome come primo autore anziché darmi il tempo di poter finalizzare il lavoro, perché avevo appena avuto il bambino, anche se la ricerca l’avevo realizzata io”. Per questo, Bellomo oggi mette in atto forme di resistenza per cambiare certe dinamiche dall’interno del sistema universitario. “Se vedo qualche comportamento scorretto lo dico ad alta voce, e cerco sempre di proteggere e valorizzare il lavoro delle donne, aiutandole a emanciparsi e credere in loro stesse anche quando l’ambiente di lavoro non aiuta”.
Quarant’anni, nata e cresciuta a Torino, Katinka Bellomo ha studiato al liceo scientifico, e poi ha scelto di iscriversi alla triennale di Fisica, seguita dalla magistrale di Fisica ambientale. Lì ha frequentato diversi corsi sulla meteorologia e il clima. “Quasi per caso ho seguito un corso di fisica dell’atmosfera, e da lì ho iniziato ad appassionarmi ai modelli climatici, che permettono di capire come cambia il clima, facendo proiezioni future” spiega. “Ho sempre avuto interesse verso le scienze: inizialmente pensavo di studiare astrofisica, poi ho voluto invece occuparmi qualcosa di più vicino alla mia realtà di tutti i giorni”.
Dopo la laurea in Fisica voleva continuare la carriera universitaria, ma il percorso era complesso. “In Italia nei primi anni Duemila le università avevano poche opportunità per chi studiava i modelli climatici, e così tante persone che facevano ricerca cercavano lavoro all’estero” racconta. “L’opzione del dottorato in Italia non l’ho neanche presa in considerazione. Gli Stati Uniti all’epoca erano i pionieri su queste discipline, anche perché quell area geografica è da sempre colpita da eventi meteorologici estremi come tornado o uragani, e c’erano finanziamenti per studiare questa materia. Così mi sono messa a cercare lavoro là” racconta.
Tra il 2010 e il 2015 Bellomo ha svolto un dottorato in Meteorologia e oceanografia fisica all'Università di Miami, specializzandosi in climatologia. L'aspetto al centro dei suoi studi era il feedback delle nuvole, ossia un meccanismo climatico in cui le variazioni nella copertura nuvolosa amplificano (feedback positivo) o riducono (feedback negativo) il riscaldamento globale. “Le nuvole restano la più grande fonte di incertezza sulla stima della risposta della temperatura media globale” spiega Bellomo. “Tutto parte da una domanda: di quanto si alzerà la temperatura sulla terra con l’aumento dei gas serra? Diversi modelli climatici offrono una gamma di scenari, che vanno da un aumento più contenuto (circa 1,5 gradi) a scenari molto più severi (4,5 gradi o più) entro la fine del secolo. Questa variabilità dipende in particolar modo dal feedback delle nuvole, che rappresenta una delle principali fonti di incertezza nei modelli climatici”. Le nuvole, infatti, sono un elemento difficile da simulare all’interno dei modelli climatici, a causa della loro natura "multiscala": si formano su scala locale, ma sono governate da processi globali, come la circolazione atmosferica.
“A un certo punto ho deciso che stavo lavorando troppo al computer e stavo mettendo poco le mani nella mia materia di studio, e così ho deciso di partecipare a una campagna oceanografica nel Pacifico” racconta Bellomo. “Mi sono imbarcata su una nave e per cinque settimane ho lavorato per un progetto di rilevazione dei parametri dell’acqua dell’oceano. Abbiamo seguito una traiettoria orizzontale dal Giappone alle Hawaii: periodicamente la nave si fermava per calare strumenti nell’oceano fino a toccare quasi il fondo, per misurare temperatura, pressione, gas dissolti nell’acqua. Di fatto, non c’è un altro modo di misurare”.
Dopo il dottorato a Miami, Bellomo ha cercato diverse strade per poter proseguire la ricerca. Ha vinto una borsa alla Columbia University di New York, dove questa volta si è occupata di studiare gli elementi che influenzano la variabilità multidecadale atlantica (Atlantic moltidecadal variability, Amv), un fenomeno climatico caratterizzato da variazioni della temperatura superficiale del mare nel bacino del Nord Atlantico. “Finito il mio periodo alla Columbia University mi sono messa a lavorare in azienda, ero stanca dell'incertezza sul futuro e di spostarmi continuamente” racconta. “Dopo poco però ho capito che non ero adatta a quell’ambiente e così sono tornata alla ricerca, pur soffrendo della precarietà continua”.
È stato allora che Bellomo è tornata in Italia, seguendo progetti di ricerca prima al Centro nazionale delle ricerche e poi al Politecnico di Torino. Ha ottenuto premi e riconoscimenti internazionali, tra i quali una borsa Marie Curie finanziata dall’Unione europea. Nel 2023 ha vinto il premio Giovani ricercatori e ricercatrici promosso dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica e Scienza in rete, e nel 2024 il premio Feltrinelli Giovani nella categoria “Oceanografia”, assegnato dall’Accademia nazionale dei Lincei.
Oggi insegna all’Università di Padova ed è stata nominata lead author dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), l'organismo internazionale delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza legata al cambiamento climatico. Nel 2025 ha vinto il bando del Fondo italiano per la scienza (Fis), uno dei programmi di finanziamento più competitivi e prestigiosi a livello nazionale, dedicato alla ricerca fondamentale. Il suo progetto si intitola La resilienza della circolazione meridionale dell’atlantico (amoc) in condizioni climatiche calde e le implicazioni per i tipping points del XXI secolo” ed è stato selezionato per un finanziamento di 1,3 milioni di euro per cinque anni.
Il finanziamento permetterà di costituire un gruppo di ricerca dedicato e l’attivazione di nuove posizioni di dottorato e postdoc. Al centro della ricerca c'è l'amoc, ossia un sistema vitale di correnti oceaniche – tra cui la corrente del Golfo – che agisce come un “nastro trasportatore”, per così dire, portando acqua calda in superficie dall'equatore verso nord e acqua fredda in profondità verso sud: è così che regola il clima nel nord Atlantico. “Con la crisi climatica questo insieme di correnti si sta indebolendo sempre di più” spiega Bellomo. “Con questo progetto vorremmo cercare di capire quanto si sta affievolendo, e se arriverà a spegnersi del tutto”.
La ricerca sulla crisi climatica, insomma, è fondamentale per capire la direzione che prenderà la vita sulla terra, e mettere a punto strumenti di resilienza e adattamento. “Le cose di cui mi occupo hanno un impatto reale sulla società” conclude Bellomo. “Questo mi dà una grande motivazione e mi rende soddisfatta del lavoro che faccio”.