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Corpi
in rivolta

Foto: Alessandro Grassi

La storica Laura Schettini ragiona su spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica a partire dal testo di Federica Castelli Corpi in rivolta (Mimesis, 2015) 

Le esperienze e insorgenze politiche contemporanee sono diventate velocemente brand, impacchettate e date in pasto al pubblico grazie ad una comunicazione battente che rende consumati gli eventi prima ancora che se ne siano messi a fuoco i contorni.

Federica Castelli con il suo Corpi in rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica (Mimesis, 2015) mi sembra che prima di tutto abbia il merito di proporre un'analisi che ci restituisce al fluire della storia, che dilata i tempi e crea connessioni, così da maturare quella distanza necessaria per capire. Per capire innanzitutto, lo dichiara in parte già il titolo, quella sventagliata di movimenti di protesta che hanno preso forma una manciata di anni fa simultaneamente in paesi distanti, ma tutti localizzati nelle realtà urbane e ampiamente nutriti dalla presenza delle donne: da Occupy Wall Street a Piazza Tahrir, passando per il movimento degli indignados e parco Gezi. Da dove arrivano questi movimenti? C'è qualcosa che li accomuna oltre la coincidenza temporale? Hanno portato qualcosa di nuovo nel repertorio delle forme con cui si fa politica collettiva? Per rispondere a queste domande l'autrice ha scelto di guardare indietro nel tempo, alla ricerca di genealogie e suggestioni, e di affidarsi a un'analisi critica del complesso intreccio tra politica, donne, realtà urbana – individuati come i tre elementi chiave intorno a cui organizzare l'analisi.

Nei cinque capitoli che compongono il volume Federica Castelli crea un piano di lavoro complesso, dove a mescolarsi non sono solo luoghi lontani ed epoche distanti millenni - come la Grecia classica e la New York del 2011 - ma anche sguardi e approcci, accostando ad una solida critica di filosofia politica il ricorso all'analisi storica, laddove nell'ultimo capitolo dedica pagine molto intense alle donne della Comune di Parigi, alla tensione tra la tradizione rivoluzionaria francese e la militanza femminile.

Il punto di partenza e quello di arrivo del libro, e che aiuta anche a comprendere la scelta di questo studio di caso, è l'iscrizione delle proteste politiche contemporanee all'interno della categoria delle rivolte. Dove rivolta, l'autrice lo puntualizza in più occasioni, è una forma specifica di conflitto collettivo da valorizzare in se stessa, dai contorni definiti e che non va interpretata e valutata (al contrario di come una lunga tradizione anche di storiografia marxista ci ha insegnato) solo come preludio della rivoluzione o, nel peggiore dei casi, come "momento acerbo e immediato del dissenso, istante di pura violenza che, fuori da un percorso teleologico quale quello della rivoluzione, non dimostra alcuna reale efficacia politica",  nient'altro che una "rivoluzione fallita" (p. 9). Tutt'altro. Nel lungo e articolato percorso in cui Castelli ci accompagna, a disvelarsi sono proprio le condizioni di possibilità che la dimensione della rivolta offre alla conflittualità e alla politica delle donne. Fuori dalla logica della sovranità e dei suoi istituti, della conquista del potere, dentro cui invece la rivoluzione è completamente immersa, la rivolta si configura come uno spazio di azione collettivo che ha nei corpi, nelle relazioni, nell'agire comune, nel desiderio di comune (p. 106), la sua ragion d'essere.

Dopo aver restituito dignità filosofica e politica alla rivolta, nel corso del suo lavoro Federica Castelli provvede a liberare dal peso dei pregiudizi quegli altri elementi che sono tra i soggetti chiave delle esperienze di protesta e politiche contemporanee: le donne, la folla, la piazza. Elementi che, non a caso, come ricostruisce l'autrice nel terzo e quarto capitolo, si ritrovano come le "alterità funzionali" attraverso cui il politico, inteso come dimensione simbolica del potere, si è definito nei secoli come logos, come razionalità, come affare di uomini. A dispetto, quindi, delle tradizioni culturali, come il positivismo, che hanno armato pervasivi processi di svalorizzazione del ruolo delle donne e della folla nella dimensione politica, associandole alla bestialità, all'istintualità, all'ingovernabilità, Federica Castelli attingendo ad autorevoli precursori - come Elias Canetti -, recupera il valore della corporeità e soprattutto quello della massa, della folla in piazza, come spazio di grandi potenzialità politiche, dove il corpo singolo incarna il dissenso e con gli altri corpi in rivola crea comunità nuove, strutturate secondo regole differenti. 

Ecco allora che nella trattazione si aggiungono via via nuovi tasselli. Focalizzandosi sul corpo nella sua interezza, fatta anche di emozioni quali la paura, sul corpo come soggetto della politica specialmente nella sua dimensione di essere con gli altri, l'autrice chiama sulla scena un altro elemento, lo spazio urbano, anch'esso innegabilmente protagonista della scena politica degli ultimi anni, e non solo. Tra rivolta, donne, spazio urbano esiste un rimando continuo, che ha molti sensi: le rivolte modificano o inducono a modificare gli assetti urbani; hanno successo se radicate in un territorio e se godono delle sue complicità e protezioni; attraverso la rivolta, soggetti tradizionalmente relegati nella dimensione privata, trasbordano nelle vie e nelle piazze, conoscono le città come mai prima.

Paradigmatica, allora, è la vicenda della comune di Parigi, evocata da Castelli come esempio storico e molto eloquente di quanto richiamato: città in regime di autogoverno in seguito ad una rivolta, agita in primis dalle donne, la comune ebbe nella partecipazione femminile alla sua difesa e alla gestione della vita quotidiana una risorsa di primo piano. Proprio il regime di sospensione della sovranità patito dalla città, disegnò la condizione di possibilità perché le donne diventassero protagoniste di una politica che non seguiva più i codici e le gerarchie tradizionali. Tuttavia, all'ombra di una tradizione rivoluzionaria che aveva nel misogino Proudhon uno dei suoi cantori più autorevoli, anche nella comune si operò verso l'espulsione delle donne dalla sfera politica, dalla cittadinanza: "il primo maggio, il Comitato di Salute Pubblica promulga una misura che vieta alle donne la presenza sul campo di battaglia, l'azione violenta e l'ingresso nella Guardia Nazionale" (p. 157). Un gesto che Federica Castelli legge giustamente alla luce della lunga tradizione occidentale che ha costruito la cittadinanza sulla difesa della patria in armi, facendone - attraverso la negazione pratica e simbolica delle guerriere - una prerogativa maschile.

In conclusione, quello di Federica Castelli non è un lavoro semplice, ma che può leggersi in molte direzioni. Certamente offre la possibilità di guardare alle rivolte contemporanee con una ben più fornita cassetta degli attrezzi. Si avrà più chiara la tradizione di cultura politica e la genealogia storica che ha portato i movimenti contemporanei a privilegiare la scala ridotta, il radicamento al territorio, l'essere nello spazio urbano. Antidoto, questo, anche alla crisi che le grandi narrazioni e il mito dell'avvento di una sovranità rivoluzionaria hanno ricevuto dopo il 1989, ma anche  sotto i colpi delle critiche all'idea stessa di sovranità mosse da esperienze come il femminismo o i movimenti anticoloniali.

Federica Castelli, Corpi in rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica, Mimesis, 2015