Dita di dama e camici colorati

Sono dita di dama quelle delle operaie in una fabbrica metalmeccanica di fine anni Sessanta, dita affusolate e sottili, capaci di maneggiare con destrezza, quasi con eleganza, i fili delle resistenze e i minuscoli componenti degli apparecchi elettromeccanici. Mani abituate al lavoro meticoloso della macchina da cucire, e per questo adatte a mansioni di precisione, ripetute all’infinito, che infiacchiscono gli occhi e lo spirito. Dita e mani e polsi distanti anni luce dall’immagine che abbiamo di dita mani e polsi operai, sempre ruvidi, unti, o come scrive Chiara Ingrao “[con] le unghie (…) bordate di nero come a lutto”. D’altra parte quella del lavoro delle donne in fabbrica è una storia sommersa, forse dimenticata, certamente oscurata dalla mitologia operaista, prima, e dall’oblio generale in cui le vicende del movimento operaio sono oggi sprofondate.

E se gli studiosi fanno fatica a parlare di storia del lavoro, non è difficile immaginare quanta poca attenzione dedichino i media al mondo del lavoro attuale. Sorte ancora peggiore, sembra quasi scontato scriverlo, tocca al lavoro delle donne, compresso tra un articolo sull’aggressività femminile in ufficio e qualche (raro) intervento sulle difficoltà organizzative delle madri che lavorano. Di più, io non ho trovato.

Ecco spiegata allora la sorpresa di ritrovarsi tra le mani “Dita di dama”, secondo romanzo di Chiara Ingrao, racconto appassionante (ma credo anche appassionato) di un Autunno caldo molto particolare, quello di una fabbrica della periferia romana in cui non ci sono tute ma camici, perché si tratta di una fabbrica elettromeccanica (in cui non si producono automobili ma congegni elettronici) e perché tra gli operai ci sono molte donne. La scelta della materia narrata è allora insolita, per non dire originale: si racconta il lavoro, si racconta la fabbrica, e soprattutto si raccontano la fabbrica di una città, Roma, che non fa parte del triangolo industriale e il lavoro delle donne in fabbrica. Niente di meglio per rompere gli schemi.

Protagoniste del romanzo Francesca e Maria, ragazze di periferia, vissute in simbiosi fino a quando la seconda non viene costretta all’avviamento professionale e poi ad un colloquio in fabbrica, miraggio, più dei genitori che suo, del “posto sicuro”. È la voce ormai adulta di Francesca a raccontare la storia di Maria, entrata con riluttanza in fabbrica ma poi trascinata dall’entusiasmo e dalle speranze di quegli anni vorticosi. Ma la memoria, fa notare Francesca, è tiranna: ripesca dal passato episodi indimenticabili, e allo stesso tempo costringe a confrontarsi con l’irripetibilità di quel passato, a tracciare bilanci non sempre favorevoli. È il problema, sempre denunciato ma mai risolto, dell’impossibilità di raccontare il Sessantotto e quel che venne subito dopo, la difficoltà di rendere conto di un periodo in cui le implicazioni esistenziali furono molte, addirittura troppe, e per questo difficili da riportare a chi allora non c’era o non poteva esserci. Ma questa è un’altra storia. La storia di Maria e Francesca è invece quella di un’amicizia che viene cambiata dall’irruzione del presente, che travolge senza avvertire, perché “non è che ti chiama al telefono, o ti ferma per strada”. E se Francesca vive il suo Autunno caldo dall’interno della Facoltà di Giurisprudenza, sperimentando le contraddizioni del movimento studentesco e della rivoluzione sessuale, Maria è, per così dire, nell’occhio del ciclone, perché lavora in una fabbrica, metalmeccanica per giunta, e a quel tempo, ironizza la narratrice, “i metalmeccanici facevano più effetto del Papa”. Passa così dall’iniziale ostilità, o forse dall’iniziale imbarazzo, per il suo nuovo status sociale (“L’operaia, Francé. L’operaia!!”) al desiderio spontaneo, quasi primitivo, di ottenere giustizia per sé e per gli altri. Forse in questo senso può esser letto il percorso che la trasforma da crumira a scioperante, e da scioperante a delegata sindacale, senza dimenticare che si può rappresentare soltanto se si è ciò che si rappresenta.

Speculare a questa metamorfosi appare il cambiamento della percezione della fabbrica: da luogo buio, rumoroso, chiuso (in senso non solo metaforico ma anche materiale, a causa di un lungo sottopasso che separa il reparto di Maria dall’esterno) a sede di “un impazzimento generale”, in cui se non si ride si fischia, e quando si fischia si sciopera. Dice bene allora Nina, detta Ninanana per la ridicola statura: il lavoro sarà anche faticoso ma “almeno se po’ ride”. E il cambiamento non si misura solo in decibel; è anche visivo: le operaie devono portare il camice, è vero, ma il regolamento non specifica il colore. Ed ecco spuntare camici tutti diversi tra loro, che attenuano il senso di angoscia e alienazione provato da Maria il primo giorno di lavoro, quando si trova davanti un brulicare monotono di divise azzurre, che rende irriconoscibile un’operaia dall’altra.

Ancora significativo, allora, il fatto che a spiccare in quel formicaio azzurro siano solo gli uomini, gli unici a indossare il camice bianco, indizio della loro diversità ma anche del loro potere di capisquadra e tecnici. Gli uomini dunque ci sono, in quella fabbrica, ma sono in posizioni più prestigiose e sono più rari. Sono la maggioranza, invece, nella Commissione interna del sindacato, in cui la presenza femminile si riduce a due donne, di cui solo una riconosce il paradosso della rappresentanza. L’altra, infatti, tratta con disprezzo le operaie, sentendosi più in alto di loro grazie alla sua esperienza politica. Niente di strano, del resto, in un periodo in cui per sentirsi brave si deve assomigliare agli uomini. Bisogna aspettare la seconda metà degli anni Settanta, ed il femminismo, perché nei partiti e nel sindacato si cominci a discutere di questo. Nel frattempo, però, qualcosa comincia a muoversi: Maria e le sue colleghe, elette delegate nel Consiglio di fabbrica (organo sindacale che avrebbe presto sostituito nei luoghi di lavoro la Commissione interna), notano che in una fabbrica di operaie le donne entrate nel Consiglio sono ben poche. Sono poche e non hanno esperienza nel sindacato, tanto che ammutoliscono durante le assemblee. Per riappropriarsi della parola serve un’intuizione: il lavoro si cambia ascoltando i lavoratori, non il “sindacalese”. Cominciano allora a riunirsi tra loro a mensa, confrontano le proprie esperienze nei rispettivi reparti, raccolgono cahiers de doleances operai, allestiscono una trattativa tutta al femminile che si conclude con un sovvertimento dei cliché sessuali che mette in ridicolo il capo del personale. Non è ancora il femminismo ma è già qualcosa.

L’incanto di questi anni festosi è però rotto da due episodi. Il primo è il cambiamento dell’assetto proprietario della fabbrica, che passa dalle mani del vecchio padrone, crudeli ma almeno conosciute e riconoscibili, a quelle degli “inglesi”, denominazione vaga che sta per “stranieri”, dunque estranei, lontani, inconoscibili. Metafora di un paesaggio economico e industriale che cambia e che, al di là dei risvolti pratici, lascia il movimento operaio senza mezzi di lotta e senza identità.

Il secondo è il viaggio a Reggio Calabria per la manifestazione del 1972, lunghissimo esodo verso il Sud, simbolo del tentativo di saldare le due Italie (appena prima di scoprire che di Italie ce ne sono tre o forse di più) ma anche dei disagi e delle lentezze di questo progetto.

Sul proscenio, le operaie ormai in cassa integrazione, deluse e stanche per le difficoltà economiche, per il clima di tensione politica e sociale, per la sensazione di sconfitta. È la domanda angosciata di una di loro, Mammassunta, a condensare con efficacia la questione. Scissa tra l’indolenza delle giornate da cassaintegrata e la voglia di contare ancora qualcosa, Mammassunta chiede: “Prima potevo dì: io so’ un’operaia, no? E mo’ che dico?” Interrogativo semplice e disarmante anche per noi, che di quella storia conosciamo e osserviamo gli esiti nel mondo del lavoro attuale.

Chiara Ingrao, Dita di dama, Milano, La Tartaruga edizioni, 2009, pp. 227, € 16,50.