Recensionepari opportunità - migrazioni

Donne mai nate.
Anche in Italia?

La pratica degli aborti selettivi per selezionare il figlio maschio è una realtà anche in Italia, in alcune comunità di immigrati? Il libro di Anna Meldolesi "Mai nate" dà le cifre: poche ma inequivoche. Aprendo così una questione scomoda. Da affrontare

Le comunità cinese e indiana immigrate in Italia si sono portate dietro la preferenza per il figlio maschio e la pratica degli aborti selettivi? Detto altrimenti: anche il nostro paese è lambito dal fenomeno delle missing women, denunciato ventidue anni fa da Amartya Sen che allora conteggiava cento milioni di donne mancanti? La risposta di Anna Meldolesi, biologa e giornalista scientifica, è sì. Nonostante la casistica sia limitata e i dati coprano solo pochi anni, la tendenza è inequivoca. Il rapporto naturale tra i sessi alla nascita (sex ratio) è di 105 maschi ogni 100 femmine. Tra il 2006 e il 2009 i maschi cinesi nati in Italia sono stati 9.911, le femmine 9.101; la sex ratio sfiora 109 e sale a 119 se si considerano le nascite dei terzogeniti e dei figli successivi. I neonati indiani maschi sono stati 5.095, le femmine 4.384, con una sex ratio 116 che schizza a 137 tra terzogeniti e seguenti. Si intuisce che in Italia - come nei paesi di più antica immigrazione: Gran Bretagna, Usa, Canada - le famiglie cinesi e indiane lasciano decidere al caso il sesso del primo e spesso anche del secondogenito. Ma dopo due femmine, il terzo deve essere un maschio. Se amniocentesi, villocentesi, ecografie precoci dicono che il feto è femmina, spesso si ricorre all’aborto. Dopo la pubblicazione di Mai nate, una prima conferma è arrivata dall’Azienda sanitaria della Toscana, dove la sex ratio supera le attese non solo nelle comunità cinese e indiana ma anche in quelle albanese e romena.

Sulla più radicale delle discriminazioni antifemminili le donne occidentali tendono a tacere o per malinteso relativismo culturale o per timore che vengano attaccate le leggi per l’interruzione volontaria della gravidanza o per impotenza. Non è semplice, infatti, contrastare una cultura patriarcale che realizza con l’aborto selettivo ciò che prima si otteneva sopprimendo le neonate o negando cibo e cure alle bambine. In India basta una mancia per aggirare il divieto al personale sanitario di comunicare il sesso del nascituro. Qui da noi, sarebbe impossibile oltre che sbagliato proibire le diagnosi prenatali solo alle donne di determinate nazionalità, privandole della libertà di ricorrere all’aborto terapeutico in caso di malformazioni o malattie genetiche. A riprova che la cultura patriarcale ha tempi più lunghi di quelli dell’economia, l’uscita dalla povertà non è un antidoto alle missing women: abbassa il tasso di natalità, facendo risaltare ancora di più la preferenza per il figlio maschio.

Mentre in Corea del Sud gli aborti selettivi diminuiscono (è l’unica buona notizia che si ricava dal libro), dopo il crollo dell’Urss in tre paesi dell’area caucasica la sex ratio ha toccato valori abnormi analoghi a quelli cinesi e indiani. Nel 2011 lo squilibrio tra i sessi alla nascita, pur attutito, restava alto: in Georgia 111 maschi ogni 100 femmine, in Armenia 114, in Azerbaijan 116.

In Cina a partire dal 2000 è stato sancito il divieto di determinare il sesso fetale e di praticare aborti sesso-specifici. Solo sulla carta, si intuisce, essendo le norme facilmente aggirabili come in India. La politica del figlio unico (che si traduce in una natalità media di “un figlio e mezzo”, viste le deroghe concesse nelle aree rurali e alle minoranze etniche) ha sicuramente contribuito a squilibrare la sex ratio, mentre ha influito meno di quanto si creda nel contenere le nascite. Sarebbero diminuite comunque, come succede sempre quando i paesi in via di sviluppo decollano. Noto, di passaggio, che senza bisogno di feroci leggi restrittive le italiane fanno mediamente meno figli delle cinesi, per libera scelta fino a una decina d’anni fa, poi per obbligo imposto dalla precarietà.

I paesi dove “mancano le donne” sono diversi per credo religioso, politiche statali, ideologie politiche, condizioni economiche. In comune hanno il patriarcato che spiega (quasi per intero) la preferenza per il figlio maschio. Secondo il sistema patrilineare, il nome, il lignaggio e i beni si trasmettono per linea maschile; alle figlie spetta solo la dote. Secondo il sistema patrilocale, quando la donna si sposa diventa “proprietà” del marito e della famiglia di quest’ultimo. Di qui il detto tamil “allevare una figlia è come annaffiare un fiore nel giardino del vicino” e quello cinese “una figlia è una ladra”.

L’obiettivo di Anna Meldolesi è dimostrare che anche in Italia i migranti conservano la preferenza per il figlio maschio e, quindi, importano la pratica degli aborti selettivi. Per le comunità indiane e cinesi immigrate in Gran Bretagna, Usa e Canada i dati a disposizione, piuttosto ampi, evidenziano scostamenti sensibili dalla sex ratio naturale. Nonostante in questi paesi le seconde generazioni siano già in età riproduttiva, i dati citati nel libro non dicono se anch’esse presentano una sex ratio squilibrata e di quanto. Magari si scoprirebbe che nell’arco di una sola generazione i valori si avvicinano alla norma. E’ una curiosità che non sfiora l’autrice, tutta intenta a veder nero e a tenere sulla graticola le donne occidentali (il vero obiettivo polemico del libro). Per l’Italia i dati sono scarsi (vedi sopra). Le “donne mancanti” sono nell’ordine delle centinaia. Di qualche migliaio, se si prendessero in considerazione più anni e non solo le comunità cinese e indiana.

Non ho le competenze per valutare quanto siano “statisticamente significativi” i dati per l’Italia. Ma la tendenza tra le migranti cinesi a conoscere il prima possibile il sesso del nascituro, empiricamente rilevata da qualsiasi operatore sanitario, qualcosa vorrà dire. Comunque, non userei l’esiguità dei numeri come alibi per accantonare un libro “fastidioso”. Nonostante alcune grossolanità (l’uso del termine genericidio, ricalcato sull’inglese gendercide, assimila l’interruzione volontaria della gravidanza a un genocidio), dobbiamo lasciarci infastidire da un libro che ci obbliga a prendere atto della persistenza del patriarcato in forme qui da noi superate, di uno scarto - almeno temporale - tra donne migranti e donne autoctone. (Penso che l’impermeabilità di gran parte del femminismo verso le migranti derivi, oltre che dalle contraddizioni nel nostro rapporto con colf e badanti, dal timore d’essere trascinate “in basso” e “indietro”). Il libro, quindi, pone un problema la cui soluzione dipende da noi solo in minima parte. Dipende in gran parte dalle donne migranti, che non smetteranno di fare aborti selettivi perché glielo diciamo noi. E’ una conclusione che mi costa fatica, poiché detesto il relativismo culturale e so che fa male alle donne. Ma così è. “Lo sbilanciamento dei sessi dipende dai sistemi sociali che privilegiano i ragazzi a discapito delle ragazze, gli uomini a discapito delle donne e quindi i feti maschili a discapito di quelli femminili. Non si possono cambiare le norme sociali con un singolo pezzo di legislazione. Ci vorrà tempo”, afferma Monica Das Gupta, una delle più autorevoli studiose della selezione del sesso in Asia. Ci vorrà tempo in India e anche qui. Il tempo sarà tanto più breve quanto più riusciremo a costruire relazioni con le donne migranti che rompano le barriere comunitarie.

Una coincidenza. Mentre stavo leggendo Mai nate, mia zia (78 anni) mi ha raccontato che suo fratello gemello veniva sempre allattato per primo, per lei c’era “quel che avanzava” o il latte di mucca. La “giustificazione” a posteriori di mia nonna era che lei era piccola e gracile, mentre il maschio era messo meglio; il latte spettava a chi aveva più probabilità di sopravvivere. Questo succedeva negli anni Trenta in una famiglia contadina povera, ma non poverissima. Se il gemello gracile fosse stato il maschio, sarebbe stata allattata per prima la femmina? Alla zia non l’ho chiesto, e non è stata una dimenticanza.

Anna Meldolesi, Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne, Mondadori universitaria, 193 pagine, 16 euro