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Fuori non
c'è nessuno

Foto: Flickr/Stephen Rush

Fuori non c'è nessuno, l'esordio in forma romanzo di Claudia Bruno, racconta il male di vivere dei nostri tempi e ci ricorda di quanto la dimensione di migranti ci appartenga, anche quando vorremmo dimenticarlo

Ho letto Fuori non c’è nessuno (Effequ, 2016, pp.224) tutto d’un fiato, in un’insolita domenica al lago.

Mentre nella mia testa prendevano forma i luoghi non luoghi di Piana Tirrenica, intorno a me avevo l’acqua ferma e circoscritta, le onde al minimo, i cigni che si muovevano placidi, il silenzio interrotto a tratti dal chiacchiericcio dei bambini.

Forse è stato questo contrasto a far sì che l’aspetto del libro che mi ha colpita per primo sia stato il rilievo dato all’ambiente, al paesaggio, che sin da subito si presenta come un vero e proprio protagonista del plot, un agente capace di condizionare in modo determinante la vita delle altre protagoniste.

Protagoniste, declinato al femminile, perché questo romanzo-racconto è una narrazione soprattutto al femminile, dove i maschi ci sono ma il punto di vista non è il loro e non è loro - o se lo è, lo è in maniera molto minore – l’empatia che si crea con l’ambiente che li circonda. 

Ed è chiaro sin da subito che le cose sarebbero andate diversamente per tutti se la storia non si fosse svolta a Piana.

Così come è chiaro che Piana, pur ricordando in modo impressionante una città alle porte della capitale che ha legato il suo sviluppo e il suo declino ai fondi della Cassa per il Mezzogiorno, è una città che non esiste ma che rappresenta simbolicamente tutte quelle città nate per le fabbriche e non per le persone. Conglomerati urbani tutti protesi a favorire un miracoloso e decontestualizzato sviluppo industriale, cresciuti come funghi dopo un temporale estivo e rimasti poi come non luoghi in decadenza, a condizionare il vissuto delle persone che per necessità o per scelta ci si sono trasferite, a determinarne le scelte e, soprattutto, la successiva impossibilità di scegliere. 

Forse per questo Piana mi ha ricordato la Piombino di Acciaio di Silvia Avallone, ma con un progetto industriale che appare – come è stato in alcune parti d'Italia – più rapido, confuso e meno compiuto, più orientato al guadagno facile e quando possibile anche truffaldino, con la conseguenza di rendere meno compiute e più confuse anche le storie delle protagoniste. E mi è sembrata molto interessante l’attenzione e la capacità che accomuna le due scrittrici di raccontare con lucidità e chiarezza quale sia l’impatto sulle esistenze individuali di un ambiente così fortemente condizionato dalla sua vocazione economica prevalente.

L’altro aspetto che mi ha colpito, successivamente ma più profondamente, è stata la capacità di Claudia Bruno di raccontare, di ricordare, come lo spostamento, la migrazione, strappi le radici e come ponga, immediatamente, alle persone, anche a quelle persone piccole che sono i bambini, un problema di appartenenza, di sopravvivenza della propria identità in costruzione. 

Anche quando non si sono attraversati mari pericolosi, o non si è fuggite con mezzi di fortuna.

Bastano le centinaia di chilometri in macchina che separano “Piana” dal “Sud” a segnare un passaggio di non ritorno: si esce da una comunità e si entra in un’altra; si cresce coltivandole entrambe, ritrovandosi a chiedersi sempre – per tutta la vita – se e a quale delle due si appartiene.

E non è solo una questione di affetti, di persone, di ninne nanne o di nonne lasciate a salutare sulla soglia. È anche una nostalgia di luoghi, che diventano mitici nel ricordo, che emergono colorati e densi, nel contrasto del grigiore di Piana; luoghi a cui, per il solo fatto di essere partite, non si può più tornare con lo stesso disincanto.

E l’elemento più interessante è che Claudia ci ricorda come questa dimensione di migranti ci – nel senso di “a noi che ci definiamo autoctoni dei luoghi italici in cui viviamo” – appartiene tantissimo, anche quando vorremmo dimenticarlo. E come in ogni famiglia di "città", come in ogni famiglia di Piana, ci sia almeno una storia di una campagna lasciata, di un mare mai più rivisto con gli stessi occhi, di un odore di basilico che a tradimento riporta una felicità perduta, di muri bianchi che sanno di sole e fanno casa e sono così lontani dal grigio dei palazzi in perenne costruzione. E come in ogni famiglia ci sia qualcuno che ha tra i propri ricordi fondanti la sensazione, il ricordo, di essere approdata bambina in una terra con altri colori e altri suoni, difficili da decodificare per riuscire a orientarsi, e di essere rimasta in casa, perché fuori non c’era nessuno, nell’attesa di trovare nuovi punti di riferimento.

In questo senso Greta, la protagonista, appartiene a Piana tanto quanto Hassan, oppure Katarzyna, che ci sono arrivati da molto più lontano.

E Piana appartiene, la determinano, la definiscono loro.

Non “anche” loro, ma loro, tutti insieme. Un laboratorio di identità diverse che in un luogo non definito possono creare nuove comunità, nuove appartenenze, nuove forme di solidarietà, condividendo soprattutto storie, racconti, colori che diventano quadri e disegnano un nuovo modo di essere Piana.

Anche se non è facile. Definirsi, ridefinirsi, perimetrarsi, contenersi, uscire, entrare, partire, tornare, non è facile. E sono sempre le persone più sensibili, quelle che si fanno più domande che rischiano di soccombere al peso delle risposte.

E in un luogo non luogo in cui nessuno aiuta a costruire un senso di comunità – e chi dovrebbe farlo? Le istituzioni, che non si vedono e non si sentono?  La chiesa che si popola solo per i funerali? La fabbrica? Il centro commerciale? Un pò, ma poco, lo sport popolare? – la sensibilità è un limite anche quando la si affoga nell’esuberanza.

In questo senso Fuori non c’è nessuno va molto oltre la narrazione di un’amicizia adolescenziale. Racconta il male di vivere dei nostri tempi, il senso di spaesamento che si origina dal vivere in luoghi artefatti al punto da snaturare la stessa umanità, e indica la possibilità di trovare una risposta, oltre che nelle nuove relazioni, nella "natura".

Quella natura che c’era, che è stata travolta dalla tanto osannata bonifica verso il progresso – perché c’erano i cavalli che scorrazzavano liberamente nelle paludi, non soltanto le paludi - ma che sopravvive, disordinata e selvaggia. Sopravvive nel mare – come si fa a vivere in luoghi in cui non si vede il mare? – ma soprattutto nella macchia, che spaventa, con il suo groviglio disordinato, ma salva. 

Perché alla fine c’è sempre un’erbaccia che riesce a crescere anche nel cemento e questo, in senso letterale e in senso metaforico, non può che essere un elemento di speranza.

A proprio voler trovare un limite nel racconto, c’è la sensazione che l’autrice sia arrivata a raccontare Greta fino al punto della storia dove è arrivata lei. Manca cioè – manca a me che sono di almeno quindici anni più adulta di Greta – capire cosa succederà dopo.

In che modo altri quindici anni di vita consentiranno a Greta  - oppure no – di ricomporre i frammenti di Piana, di Michela, di Andrea, di Lorenzo in una visione diversa, in cui questi germogli di natura, cultura e resistenza, si saranno composti in qualche forma di futuro.

Ma questo magari è lo spunto per un altro romanzo.

Claudia Bruno, Fuori non c'è nessuno, Effequ, 2016, pp.224