Il tempo del femminismo, tra storia e biografia

di Daniela Maldini
10/07/2012

All’incirca mezzo secolo: questa la misura dello spazio di tempo che intercorre fra il nostro presente e la nascita del femminismo, certificata – all’interno di una complicata e diversificata galassia di situazioni e vicende – da numerosi documenti fondanti fra quali i manifesti di Rivolta Femminile e le pagine di Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, e dalla formazione di gruppi di autocoscienza e collettivi, sparsi per tutta Italia: parole scritte, parole pronunciate e pratiche di aggregazione che hanno cambiato molte vite e hanno aiutato molte donne a ricostruire per la prima volta il senso di sé.

Da qui, da questa riflessione sul tempo trascorso e vissuto, sulla sua percezione e sul significato a questo attribuito dalle persone che lo hanno abitato e dalle generazioni successive che più o meno consapevolmente continuano a fare i conti con conquiste e sconfitte di quel passato, da qui, dunque, prendono avvio le considerazioni che costituiscono il nucleo coerente e saldo del libro di Paola Di Cori, Asincronie del femminismo: 13 saggi scritti fra il 1986 e il 2011, raggruppati in tre sezioni, Asincronie, Indiscipline e Politiche. In queste pagine si ripercorrono e mettono a fuoco alcuni dei problemi che con acutezza Di Cori da anni va svolgendo su femminismo, storia, biografia/autobiografia, parole e linguaggi, “gender” e storia di genere, donne e università, didattica della storia e molto altro; senza mai tralasciare di accogliere e rielaborare anche gli stimoli politici e sociali più attuali e le zone di disagio più inquietanti del nostro presente: femminismo e terrorismo, questioni generazionali, le guerre, le donne di destra, il regime pornocratico berlusconiano; accanto e insieme, i disagi e discriminazioni delle donne (e degli uomini) che nell’università si occupano di genere. Temi già analizzati e discussi altrove vengono qui riproposti in chiave ripensata e aggiornata, mentre quelli nuovi e inediti si alimentano del solido retroterra culturale dell’autrice e del suo acuto sguardo sulla realtà. In entrambi i casi, le pagine pulsano della rete sempre più fitta e stimolante delle letture, degli studi, incontri, seminari, di tutto lo straordinario insieme di interessi e inquietudini che da sempre contraddistingue la feconda attività culturale di Paola Di Cori. Ragionare con tanta implacabile lucidità su tempo passato e presente, ricordi personali, memoria, linguaggio, storie costringe chi scrive e chi legge a valutare con molta attenzione le contraddizioni e le discontinuità che hanno segnato il mezzo secolo, i cambiamenti impetuosi e le fratture che dalla fine degli anni ’60 ad oggi sono entrate nelle nostre esistenze individuali e nell’esperienze collettive, cambiando sia modi di vivere, di studiare, di fare politica, sia il castello delle nostre certezze, più fragile di quanto avessimo immaginato.

Di Cori si rivolge senza dubbio a lettrici e lettori già sensibili ai problemi relativi al femminismo, alla sua vitalità, alla sua storia complessa, ai modi per parlarne e scriverne. I saggi sono importanti e nella varietà di riflessioni, spunti, citazioni ricompongono un discorso culturale che va ben oltre il tema del femminismo e propone spunti di dibattito assai più generali (almeno, così ci si augura). Così il volume appare pensato e scritto anche come una sorta di autobiografia intellettuale, di femminista che riflette su un passato che l’ha coinvolta e l’ha vista attivamente partecipe e che ora quel passato vuole indagare senza nostalgie, mettere a fuoco e provare a condividere con lettori e interlocutrici. Il “materiale” offerto è così ricco di suggerimenti e di stimoli che ognuno di noi può affrontarlo “a modo suo” ed entrare nel laboratorio nel quale Di Cori – sapiente e, a tratti, impervia – mescola, rielabora e distilla esperienze di vita vissuta, ricordi, cinema, arti visive, spettacoli, musica, letteratura, psicoanalisi …

“A modo mio”, anch’io entro nelle pagine di questo bel libro, da lettrice la cui esperienza è stata appena sfiorata fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, con il solo bagaglio di qualche partecipazione agli infiniti dibattiti che fervevano dentro e fuori l’università. D’altra parte, pur senza militanza, non era proprio possibile per le giovani donne della mia generazione con un minimo di attenzione verso le novità, i progetti di cambiamento, e le dinamiche sociali e culturali che il femminismo stava innescando (o scardinando), starne completamente al di fuori; non era pensabile che alcune campagne civili di importanza fondamentale come quelle per il divorzio e l’aborto non suscitassero un forte coinvolgimento e un responsabile bisogno di partecipazione.

Il confronto con gli argomenti, la bibliografia, gli autori di cui Di Cori si serve implica ovviamente delle scelte: anche se si tratta di sentieri da me poco praticati, vale la pena di percorrerli per il grande piacere di osservare paesaggi diversi da quelli conosciuti e di raccogliere tutto ciò che può essere utile anche nel mio più delimitato e definito angolo di lavoro di studiosa di Risorgimento. Così, il mio sguardo si è concentrato su temi intorno ai quali da tempo anch’io rifletto, seppure da presupposti lontani e con finalità diverse. Riprendere e rinnovare questi inesauribili argomenti di lavoro e farlo attraverso le sollecitazioni stimolanti e pungenti di Di Cori mi sembra un modo assai efficace per ravvivare di nuova linfa, con approcci inusuali, una serie di riflessioni che spesso rischiano di ritrovarsi ad un punto fermo. Cruciale è per l’autrice il problema di ciò che rimane, i “resti”, come rielaborare i frantumi per ripensare la storia del femminismo, facendo attenzione a dettagli a prima vista impercettibili, alle trasformazioni di ciò che sembrava immutabile e che invece si trasforma continuamente sotto i nostri occhi.

Che cosa si trova, infine, nei libri che ci piacciono? Quello che si cerca, quello che ci serve e che ci fa pensare. Questo libro è uno strumento prezioso per molti, a cominciare da chi l’ha scritto. L’autrice da qui dovrebbe ripartire per raccontare infine una sua “indisciplinata” storia del femminismo, riordinando tutti i pezzi del complicato puzzle che saggio dopo saggio ha incominciato a riorganizzare per argomento, parole, problemi, riportando l’attenzione su questioni che rischiano di sbiadire (ah!, questo mezzo secolo che ha cambiato cose che sembravano definitivamente conquistate e che tenta passi all’indietro…). Mi riferisco, ad esempio al saggio Lettere da Londra sulle parole delle donne e i vocabolari degli uomini e, soprattutto, all’assai opportuno doppio intervento sul significato e gli usi (e abusi) del termine gender, con il saggio Joan Scott. Dalla storia delle donne a una storia di genere (1987) e il successivo Gender e genere. La fortuna di una parola e le peripezie di una categoria di analisi (1999). Chi condivide questi studi potrà trarne suggerimenti utilissimi e infiniti pretesti di discussione; chi ne è distante, avrà la possibilità di provare a riconsiderare il proprio lavoro da altre prospettive, che in definitiva, è poi il solo modo di arricchirsi e di crescere, qualsiasi esperienza culturale si ami attraversare e qualsiasi pezzo di storia si desideri conoscere e si tenti di scrivere.

 

Paola Di Cori, Asincronie del femminismo. Scritti 1986-2011, Pisa, Edizioni ETS, 2012, pp. 296, €22.