Recensionefemminismi

Irriverenti e libere

Matilde è una studentessa di vent'anni con una spiccata curiosità per il femminismo. Cercando di capirci di più ha letto "Irriverenti e libere" di Barbara Bonomi Romagnoli su progetti, discorsi e manifesti femministi dell'ultimo decennio. Ecco quel che ne pensa.

Ancora parlate di femminismo? Non è roba del passato? Ma cosa significa oggi essere femministe?

 Il libro di Barbara Bonomi Romagnoli “Irriverente e libere” mi ha aiutata a trovare risposte  fornendomi, attraverso documenti, interviste, storie, un’ampia panoramica dei femminismi sparsi per l’Italia dal 2000 al 2013. Ho letto questo libro da un’angolatura particolare: quella di una ragazza di vent’anni che si è da poco affacciata sugli universi femministi. È la posizione di chi sta al confine tra dentro e fuori, di chi vorrebbe entrare, ma ancora ha qualche esitazione.

Il libro si presenta nella forma del report come resoconto descrittivo ed esplicativo e non entra nel merito delle iniziative, ma offre spiegazioni ricche e dettagliate dei significati, delle cause e degli obiettivi dei femminismi di ultima generazione. Per questo è stato per me un utilissimo mezzo per capire, senza essere influenzata nel giudizio, che cosa mi sono persa in questi ultimi tredici anni,  e per interrogarmi sul senso e sul valore di questi gruppi e dei loro progetti che agiscono sul mio presente.

Penso di poter rispondere che no, non mi sembra anacronistico parlare di femminismo, non è una reliquia stantia del passato, non è un concetto o una pratica che stancamente ci si porta dietro, nostalgiche dei “tempi d’oro”. Certo, le grandi battaglie sono state fatte, molti diritti sono stati ottenuti, eppure mi sembra ancora fortemente necessario decostruire gli squilibrati rapporti di potere e le inique costruzioni istituzionali, sociali, familiari che la matrice maschilista della nostra cultura ha plasmato. Ciechi stereotipi continuano a incasellare ed ipostatizzare sesso e genere, influenzando – subliminalmente e non-  scelte, aspettative, progetti, modi di essere e di vivere. Quindi, per poter scardinare le dinamiche viziose instauratesi in rapporti tra uomini e donne non alla pari bisogna agire alla base: ripartire dalle parole e dal loro peso risemantizzandone alcuni significati, ripensare il proprio modo di abitare il mondo, diffondere modelli e pratiche alternative  a quelle dominanti, convertirsi ad una cittadinanza attiva, tornare a “partire da sé”, dando spazio ai propri desideri e ai propri bisogni.

Mi sembra chiaro che oggi non si possa parlare di Femminismo, ma di femminismi, tanti e diversi, che si servono delle pratiche più varie. Molte acquisizioni degli anni ’70 rimangono: l’incontro, lo scambio, il dialogo fra donne che cercano di dirsi, che cercano spazi comuni per azioni comuni, continuando a far sconfinare il personale nel politico.  Ma la nuova chiave sembra quella dell’ironia e dell’autoironia, dell’irriverenza, della provocazione, della schiettezza, del gioco, del divertimento (senza che tutto questa tolga serietà alle varie iniziative). Si tratta di femminismi che smuovono e sfidano i benpensanti, che non solo parlano, ma che cercano anche di far parlare di sé. Spazzate vie le rigide identità sessuali e i ruoli legati al genere, il corpo irrompe nello spazio pubblico, ma in una forma diversa, libera e autodeterminata, teorizzando una sessualità fluida, queer, che va verso dove ci sente più a proprio agio. Voci diverse si fanno sentire: femminismo lesbico, trans, queer, ecofemminismo, postporno. E con le nuove tecnologie si sono fatte strada anche nuove modalità di cooperazione: il web diventa il vero mezzo di divulgazione di iniziative, riflessioni e confronti, diventa esso stesso luogo performativo e creativo. Grazie al web nuove reti si creano, si irradiano, si intrecciano, virano, si sciolgono. Romagnoli ce li riporta nell’auspicio che vengano recepiti al di fuori dei soliti giri e che trasmettano pensieri e pratiche che, come ci dice l’autrice, “non a torto sono stati considerati il motore di una grande rivoluzione globale senz’armi, non ancora pienamente riconosciuta”. L’autrice si è data, un compito importante e difficile: cercare di dar voce, diffusione e riconoscimento a femminismi che, in linea di massima, non hanno fatto notizia.

Quello che queste pagine mi hanno passato è una grande energia. Uno dei fili rossi che uniscono questi gruppi mi è sembrato la necessità e la capacità di ascoltarsi, di capire i propri bisogni e quindi di declinarli e metterli in pratica nei vari ambiti. Un forte spirito critico abbinato alla voglia di reagire accomuna questi collettivi, attenti nell’individuare le falle presenti nel linguaggio e nella cultura, fino ad arrivare alle leggi, alla politica e al lavoro, per decostruirle e ricostruirle in modo corretto. Si struttura così un’attitudine a prendere consapevolezza della colonizzazione del nostro immaginario da parte della cultura e della  società, per ripensarsi all’interno di esse, per sovvertirne le logiche e i paradigmi soffocanti e quindi per riuscire a vivere liberamente identità, sessualità, desideri. Ne emerge una cittadinanza attiva, un’attitudine vigile e consapevole che non consente di far passare sotto silenzio quei fenomeni, spesso apaticamente accettati, che penalizzano le donne. Dal di fuori ho avuto l’impressione di vedere voci che si sorreggono nel gridare quando è necessario farlo, che non si lasciano trattare da secondo sesso, ingegnandosi per r-esistere e re-agire mostrandosi, appunto, irriverenti e libere.

Insomma, per intendersi, donne attive che, laddove le cose non ci sono, se le creano – o almeno ci provano. E quali sono le modalità per farlo? Le più varie, ma accomunate dall’idea di far politica in maniera divertente, conviviale e spesso provocatoria. Il tentativo è spesso quello di sperimentare pratiche che rovescino i modelli imposti dalla società. I canali comunicativi più utilizzati sono l’ironia e l’irriverenza, che permettono di veicolare contenuti importanti in modo incisivo, diretto e di impatto. La scommessa più difficile credo sia proprio comunicare con chi è più distante da questi percorsi, trovare uno spazio di visibilità e riconoscimento che non riduca tutto a mera provocazione o a petulanti rivendicazioni. Le donne di questi gruppi sicuramente sfidano i cliché che pesano sul genere femminile, sovvertono lo stereotipo appartenente ai più retrivi delle femministe come “bruttenoioseepelose”, ma con la radicalità e la sfrontatezza di alcune pratiche e formule espressive rischiano di allontanare chi è esterno al loro movimento. Certo, è poi una questione di priorità che fa riemergere un annoso problema: venire a compromessi in virtù di una maggiore diffusione o rimanere a tutti i costi fedeli alle proprie modalità d’azione? Credo che nel secondo caso si possa sfociare in iniziative fine a se stesse o rivolte solo a chi ci sta già dentro, a fronte di una mediazione che, se virtuosa, può contribuire a diffondere i semi perché i modelli critici e alternativi rispetto a quelli dominanti germoglino al di fuori dei soliti gruppi. L’impressione che ho avuto abbastanza spesso è stata quella di una chiusura di questi collettivi, fatti da donne e rivolti a donne e poco tesi al tentativo di sensibilizzare alle proprie rivendicazioni chi non le condivide già in partenza. Non ho visto, per esempio, particolare collaborazione con i gruppi maschili (citati nel libro solo en passant) nati in questi anni per affermare una mascolinità diversa da quella socialmente indotta. Credo che quella sia invece un’alleanza particolarmente feconda ed efficace perché mostra istanze di cambiamento direttamente provenienti e messe in pratica da uomini.

Sicuramente il separatismo è un momento importante, ma poi la vera sfida diventa portare fuori queste esperienze e mostrarle come alternative possibili e praticabili proprio laddove vengono negate. Non credo che il cercare di far parlare di sé sia desiderio di visibilità, ma fine concreto per cercare di instillare, nel bene o nel male, la conoscenza di modelli diversi. Eventi e iniziative che veicolano riflessioni di genere, ma ideate in modo da attirare l’interesse e il contributo anche di non femministe e “femministi” può essere utile a “spargere la voce”. Da questo punto di vista, grandi iniziative come la Ladyfest che, promuovendo arte indipendente, workshop e laboratori sul corpo e la sessualità, stereotipi e pregiudizi sull’immagine femminile, apre le porte ad una partecipazione più estesa, mi sono sembrate vincenti. In un’ultima analisi dunque, mi sembra importante, pur nella difficoltà del compito, tenere sempre presente la ricerca di canali di comunicazione che possano allargare la partecipazione e aprire scambi che superino i confini dei soliti circuiti.

Irriverenti e libere. Femminismi del nuovo millennio. Barbara Bonomi Romagnoli, Editori internazionali riuniti, 2014