RecensioneAfrica - empowerment - media - Medio oriente

Le donne nei media arabi
Una nuova pluralità di modelli

Hanno partecipato alle rivolte, ma le aspettative di uguaglianza di diritti sono state tradite. Eppure si registra una libertà di espressione inedita per le donne nei paesi arabi. I mezzi di comunicazione trasmettono una varietà di modelli femminili e in particolare i new media diventano importanti strumenti di empowerment. Contrastati, però, da analfabetismo e digital divide

Durante le rivolte avvenute nel 2011-2012 nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa -  la cosiddetta primavera araba, che ha portato al rovesciamento di regimi corrotti e dittatoriali come quello egiziano di Hosni Mubarak e quello tunisino di Zine al-Abidine Ben Ali - i media occidentali hanno diffuso immagini di donne presenti tra i manifestanti per certi versi sorprendenti rispetto ai cliché con i quali viene solitamente dipinta “la donna araba”. Ossia rispetto alla visione orientalista che la dipinge oppressa e arretrata, da salvare e far progredire sulla base del sistema valoriale occidentale.

Secondo alcune studiose, come l’egiziana Rabab El-Mahdi, queste immagini non hanno però contribuito a modificare la visione orientalista derivata da narrazioni di epoca coloniale, poiché sono state annoverate nel registro dell’eccezionalità (che conferma la regola), non cogliendo la complessità della “questione femminile” araba. Le donne rivoltose hanno dimostrato di essere parte attiva nel processo di cambiamento sociale, ponendo le aspettative di uguaglianza di genere come elemento centrale del processo di democratizzazione.

Il libro curato da Renata Pepicelli “Le donne nei media arabi” raccoglie i saggi di studiose dei media arabi in un’ottica di genere, al fine di tracciare una panoramica della rappresentazione/autorappresentazione delle donne arabe nei contenuti sia dei media mainstream locali, che dei media digitali in Tunisia, Egitto e Marocco. Ne emerge un quadro molto più sfaccettato, ricco e articolato rispetto agli stereotipi correnti. Come afferma Pepicelli, se le aspettative in tema di uguaglianza di diritti sono state “tradite” dall’esito delle rivolte, dato l’insediamento di governi che puntano ad una islamizzazione delle società arabe promuovendo valori per lo più conservatori e patriarcali, va al contempo registrato “il manifestarsi di una libertà di espressione inedita”, in buona misura dovuta all’uso femminile dei new media, “grazie alla quale si fanno largo nuove rappresentazioni delle donne e dei rapporti tra i generi” (2014, p. 16).

Dalle analisi dei contenuti dei media mainstream emerge l’esistenza di una pluralità di modelli femminili, che veicolano messaggi a metà strada tra conservatorismo e parità tra i generi. Si va da modelli femminili che mostrano corpi sessualmente ammiccanti nell’intrattenimento musicale, alle telepredicatrici velate nelle televisioni di orientamento religioso come la tv di stato marocchina Assadissa, che se da un lato diffondono il modello di donna musulmana morigerata e rispettosa della morale, d’altro canto costituiscono un esempio di autorevolezza femminile in campo religioso, un tempo ambito rigorosamente riservato agli uomini. Si pensi poi alla larga diffusione delle soap opera (musalsalat), in particolare quelle di produzione turca, che propongono modelli di donne emancipate che esprimono l’anelito all’uguaglianza nei rapporti di coppia, rimanendo però nell’ambito di un paradigma normativo patriarcale. Nel campo dell’informazione, in maniera peraltro molto simile a quanto accade nei paesi occidentali, si riscontra uno scenario composito: ad esempio, soprattutto in Tunisia si assiste a un crescente avanzamento professionale delle donne giornaliste, e al contempo si registra la difficile convivenza con il potere maschile che di fatto le esclude dall’uguaglianza dei diritti marginalizzando il loro ruolo, così come va sottolineato il dato che vede le donne intervistate/oggetto di notizia, tra cui i politici donna, altamente sottorappresentate (GMMP, 2010).

Se invece si volge lo sguardo ai blog e ai social network o a contenuti diffusi e amplificati dalla rete come vignette e graffiti murali, emergono autorappresentazioni femminili che esplicitamente veicolano messaggi gender oriented che rappresentano una sfida all’ordine patriarcale. È il caso delle blogger cyber-attiviste che documentano quanto accade nel paese adottando lo stile del citizen-journalism, che postano su Facebook foto a seno nudo con la scritta “il mio corpo mi appartiene, non è l’onore di nessuno”, che diffondono video in cui le donne denunciano gli abusi sessuali subiti. I new media divengono strumento di empowerment per le donne arabe fornendo loro l’accesso a sfere pubbliche online che entrano in sinergia con l’attivismo offline, divenendo potenti strumenti di mobilitazione politica e sociale.

Tra i tanti spunti di riflessione suscitati dalla lettura del libro se ne possono evidenziare almeno due. Il primo riguarda il tema del “paradosso di genere” a cui accenna Azzurra Meringolo nel suo saggio, ossia il fatto che a fronte dell’espansione dell’attivismo femminile a favore dell’uguaglianza dei diritti tra i generi, dunque dell’acquisizione di una nuova consapevolezza e crescita culturale, le donne stentano a diventare più incisive nelle dinamiche socio-politiche dei paesi arabi. Una lentezza nel processo di democratizzazione che dipende da molteplici fattori tra i quali va menzionato il diffuso analfabetismo e il digital divide: lo scarto nell’uso dei new media che si verifica sia tra donne e uomini (gender gap), sia tra donne, in quanto le donne attive sul web sono prevalentemente quelle più giovani, con elevati livelli d’istruzione e residenti nei grandi centri urbani.

Il secondo spunto di riflessione riguarda la centralità del tema del corpo femminile, come campo di battaglia di significati anche opposti tra loro. In particolare dagli studi presentati emerge come soprattutto nei media alternativi - quali cinema d’autore, blog, piattaforme online, vignette e graffiti murali - venga affrontato il tema della violenza di genere, un tabù sociale finalmente infranto nei paesi arabi. Inoltre, nel libro si affronta a più riprese l’argomento del velo, che può essere vissuto anche come strumento di empowerment, in quanto permette alle donne di de-oggettivarsi da mero oggetto sessuale. Come osservava Fatema Mernissi ne L’Harem e l’Occidente (2000) non necessariamente un corpo velato è sinonimo di oppressione, così come non necessariamente un corpo senza veli (in senso letterale e metaforico) è sinonimo di libertà, specie nei paesi occidentali in cui vige la dittatura imposta dal mercato e dal male-gaze, lo sguardo maschile sul corpo snello, sexy e giovane “a tutti i costi”: un chador invisibile che ingabbia le donne occidentali più di quanto esse credono.

Le donne nei media arabi. Tra aspettative tradite e nuove opportunità, a cura di Renata Pepicelli, Carocci, Roma, 2014