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Migranti ai tempi
della grande crisi

Foto da Flickr/jeraci

Più disoccupati e precari, e sempre più poveri anche quelli che lavorano. Praticamente nulle le possibilità di fare lavori qualificati. E soprattuto sempre più isolati: spesso per vergogna delle proprie condizioni, si allentano le reti anche tra connazionali, con la parziale eccezione delle donne. Un libro descrive le condizioni lavorative degli immigrati a partire dalla situazione in Veneto

La crisi continua a colpire le attività economiche legate alla manifattura e alle costruzioni, specifica l'ultimo rapporto annuale Istat. Sono i settori in cui si concentra gran parte della manodopera straniera, soprattutto maschile. Non stupisce, dunque, che gli stranieri affollino in massa le fila dei disoccupati: nonostante il loro tasso di occupazione cresca rispetto a quello degli italiani, il tasso di disoccupazione è salito al 17,3% superando di quasi sei punti il dato relativo agli italiani (1). 

Un interessante volume collettaneo curato da Devi Sacchetto e Francesca Alice Vianello (Navigando a vista. Migranti nella crisi economica tra lavoro e disoccupazione, Franco Angeli) racconta le implicazioni della grande recessione per le prospettive di vita e di lavoro degli stranieri (2). Come notano i curatori: "le ricadute della crisi economica sui lavoratori migranti evidenziano in particolare tre fenomeni che sembrano ormai interessare anche una parte della forza lavoro autoctona. Aumentano i lavoratori poveri; si espandono i posti di lavoro con mansioni generiche; si assottigliano le reti di welfare".

L’aumento dei working poors

I confini tra lavoro e non lavoro si sfrangiano, e si resta poveri pur lavorando. Per la maggior parte dei migranti, spesso giunti in modo irregolare e inseriti nel mercato italiano con contratti non a norma, il sommerso torna ad essere la forma di reclutamento prevalente. Torna per molti migranti la sensazione di non aver completato il cambiamento delle forme lavorative e giuridiche vissute nel contesto di origine. Tuttavia, come notano Bruno Anastasia, Maurizio Gambuzza e Maurizio Rasera, ancor prima che la crisi investisse il sistema economico regionale, i contratti a tempo erano già diventati la forma prevalente di reclutamento della manodopera straniera. La crisi, con l’aumento del livello di incertezza e la conseguente difficoltà programmatoria, ha accentuato ulteriormente tale tendenza.

Almeno in Veneto, la precarizzazione del lavoro va di pari passo con la crescente rilevanza delle agenzie di somministrazione del lavoro, in grado di reperire velocemente lavoratori, con mansioni generiche da impiegare per tempi brevi, diventando così un passaggio quasi obbligato. Si affievoliscono i network informali e l’autopromozione diretta, che molti immigrati nel Veneto ricordano essere stato il primo step del loro inserimento lavorativo negli anni ’90 e all’inizio del decennio successivo. In contrasto con questa tendenza, sembra invece resistere il reclutamento attraverso il passaparola all’interno di circuiti femminili, specialmente nel settore domestico. "Nel sistema dell’intermediazione e delle conoscenze - ricorda Sacchetto - un ruolo fondamentale viene assolto dalle figure femminili quando inserite in qualità di assistenti familiari, cameriere o altre mansioni in esercizi pubblici, bar, ristoranti, in reti relazionali estese, quindi a contatto con italiani o, in ogni caso, più introdotte in un tessuto sociale che permette di avere maggiori conoscenze".

L’estensione del lavoro di ‘operaio generico’

Una seconda faccia della crisi è l’estensione del lavoro di ‘operaio generico’ e più in generale del reclutamento in mansioni dequalificate. In Veneto, quasi 3 stranieri su 4 sono operai o svolgono un lavoro non qualificato. Siamo dunque ben lontani dalle ottimistiche previsioni della diffusione del lavoro della conoscenza. Come ricorda Graziano Merotto, specialmente in Veneto appare ormai consolidato un inestricabile intreccio tra: l’inserimento dei migranti in fabbriche e cantieri di piccole dimensioni e meno sindacalizzati; il mantenimento di processi produttivi a scarsa dotazione tecnica e innovazione; l’impiego di impianti obsoleti; la femminilizzazione della manodopera; l’abbassamento dei salari. In questo scenario hanno poca importanza, per trovare lavoro, le precedenti vicende biografiche, l’età di arrivo, l’origine rurale o cittadina, la formazione scolastica, le esperienze lavorative accumulate. La dequalificazione delle mansioni svolte e l’aumento della disoccupazione tendono a svuotare l’affezione per il lavoro. I contenuti del mestiere perdono importanza a favore di una visione unicamente strumentale dell’occupazione: ‘basta lavorare’, a prescindere da ciò che si fa.

L’assottigliamento delle reti di welfare

A fronte di un netto peggioramento della propria condizione lavorativa, gran parte dei migranti si trova priva di una rete di sostegno sufficiente. Vianello rileva che la fonte principale di sostegno, anche per gli stranieri presenti in Italia, sia la famiglia, mentre perde peso la solidarietà tra connazionali. Del resto, le reti comunitarie si assottigliano anche per via della disoccupazione. La contrazione della disponibilità economica provoca, infatti, una rarefazione della socialità e delle relazioni sociali in ambito pubblico (ciò e dovuto sia a un senso di vergogna e depressione che alla mancanza di denaro sufficiente a sostenere le uscite pubbliche). In una sorta di circolo vizioso, si riduce così il possibile supporto informale erogato dai connazionali e aumentano le difficoltà di accesso alle informazioni che potrebbero incanalare verso i (seppur magri) supporti pubblici.

Particolarmente fragile, come è intuibile, appare la situazione delle famiglie monoreddito (più frequenti tra i marocchini che tra i romeni), delle famiglie mono-genitore con a capo una donna e, infine, delle famiglie transnazionali (specialmente quando le madri sono in Italia e il resto della famiglia nel contesto di origine). Il contraccolpo identitario è spesso pervasivo quanto l’indigenza economica. Il volume apre uno squarcio sulle donne che sono emigrate sole lasciando nel paese di origine i propri figli: per esse la riduzione delle rimesse mette in discussione sia i legami familiari transnazionali sia la loro stessa identità sociale, poiché l’invio di denaro è anche una pratica volta a dimostrare a se stesse, ai familiari e alla società di origine in generale di non aver abdicato alle responsabilità materne.

Sebbene le famiglie mono genitore con a capo una donna e le famiglie transnazionali a guida femminile siano, spesso, le più fragili, è anche vero, come ricorda Vanessa Azzeruoli, che il tempo delle donne disoccupate  è maggiormente denso di attività rispetto a quello degli uomini: non solo perché fortemente impegnato nel lavoro domestico e riproduttivo, ma anche perché, più spesso che per gli uomini, appare un tempo di rilancio. Le interviste e i dati raccolti hanno messo in luce come molte marocchine, spinte dalla crisi lavorativa dei mariti e dalla necessità di guadagnare un secondo reddito, si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro, mettendosi in cerca di un’occupazione. Contestualmente le rumene, tendenzialmente più attive delle marocchine sul mercato del lavoro italiano e mediamente più istruite dei propri connazionali uomini, in diversi casi utilizzano il tempo della disoccupazione per intraprendere percorsi formativi (specialmente corsi per operatori socio-sanitari, scienze infermieristiche e di mediazione culturale). Si tratta tuttavia di percorsi accidentati perché sono proprio i più qualificati ad essere più frustrati dalla scarsa correlazione esistente tra scala occupazionale e livello di formazione posseduto. Come ricorda una delle donne rumene intervistate: "forse per una che non si è impegnata tutta la vita sognando, è un po’ più facile".

Radicamento e transnazionalismo

Stretti nelle pastoie della crisi economica, alcuni migranti trovano nuove forme di transnazionalismo, proiettandosi a cavallo tra paese di origine e paese di arrivo. È un transnazionalismo ben lontano da quel progetto di investimento imprenditoriale posto a conclusione di un progetto migratorio di successo; un transnazionalismo che si tinge di nuovi nomi ed etichette. Semenzin accenna a un transnazionalismo ‘rifugio’, in riferimento a quei marocchini che si recano nella madrepatria per ridurre le spese di riscaldamento o prolungare il beneficio della cassaintegrazione grazie alla possibilità di ridurre i costi. È un rifugio temporaneo in attesa di una nuova emigrazione in Italia. C’è il transnazionalismo ‘per sopravvivenza’, ‘per tirare avanti’ nell’ambito del quale i migranti improvvisano qualche attività tra l’Italia e il paese di origine, ma al di fuori di un vero progetto imprenditoriale. C’è infine il ‘ritorno indotto’ che coinvolge la famiglia ricongiunta, specialmente moglie e figli che vengono rimpatriati nel paese di origine per limitare il peso della riproduzione sociale a fronte di una drastica riduzione del reddito familiare.

Nonostante l’aumento dei queste traiettorie, il radicamento nel contesto di arrivo, resta per la maggior parte dei migranti intervistati, l’unica soluzione accettabile. Il confronto tra la propria emigrazione, ormai considerata solamente un atto gratuito e assurdo (Sayad 2008) e le storie di vita dei coetanei che hanno avuto più fortuna nel rimanere in patria diventa un tema toccante: addolora gli animi e genera un sentimento di vergogna profondo. L’assenza dal proprio paese di origine pare essere l’unico rimedio efficace per mitigare la vergogna pubblica del fallimento. Per le donne, la fuga dal ritorno sembra essere anche motivato dal timore di ricadere nell’ambito di rapporti sociali patriarcali da cui si sono emancipate partendo: la convivenza forzata con i genitori del marito (in assenza di quest’ultimo) per quanto riguarda le marocchine; rapporti spesso violenti con il marito e i suoi parenti per quanto riguarda le rumene.

La navigazione a vista dei migranti nel mare della crisi economica, il senso di fatica, vuoto, disaffezione e rabbia che ne deriva, restano dunque questioni nostrane, che difficilmente possiamo attenuare irrigidendo la legislazione sui permessi di soggiorno. In Veneto nel 2031 ci saranno un milione di stranieri, pari al 20% della popolazione. Molti nati in Italia e con alle spalle un percorso tecnico e fromativo. Si tratta di una parte sempre più integrante della nostra società, e non qualcosa che può essere scorporato da noi quando la crisi batte più forte.

 

Note 

(1) Si veda a questo proposito il III Rapporto annuale sugli immigrati nel mercato del lavoro in Italia, a cura della Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione del Ministero del Lavoro (2013); per una sintesi si veda anche: C. Tucci, ccupati stranieri in crescita: il tasso è più elevato rispetto agli italiani’ Il Sole 24 ore, 30 luglio 2014.

(2) Il volume espone i risultati di una ricerca condotta nel 2011 in Veneto, attraverso 170 interviste in profondità e 435 interviste telefoniche brevi a migranti disoccupati, di nazionalità marocchina e rumena.