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Stai zitta e va'
in cucina

In Stai zitta e va' in cucina (Bollati Boringhieri, 2015), Filippo Maria Battaglia ripercorre la storia del maschilismo in politica, da Togliatti a Grillo 

"Dopo 836 ministri uomini in 115 anni di storia", raccontava Magda Poli nel suo libro Le donne che hanno fatto le donne, appena quarant’anni fa, Tina Anselmi divenne la prima ministra della repubblica sorta nel 1946 grazie alle prime elezioni nazionali a suffragio universale.

Sembrano solo polverose date, queste, poco più che pretesti per commemorare anniversari di cui oggi, forse, non si percepisce granché il valore. D’altronde, come ci viene ricordato di continuo e a gran voce soprattutto quando si parla di donne, ci sono sempre altri temi più degni di maggiore considerazione. Allora è curioso notare come incrociando dati provenienti da più ambiti e fonti - statistiche, sociologiche, economiche -, ci si imbatta ancora in un quadro che restituisce un riconoscimento parziale al ruolo che le donne svolgono nel nostro paese. Persino lo spazio che, per eccellenza, dovrebbe favorire l’eguaglianza fra i sessi, vale a dire quello governativo, rivela tuttora preoccupanti falle: le alimentano tanto gli stessi politici - con le loro dichiarazioni pubbliche o addirittura con gli strali sessisti lanciati dagli scranni -, quanto uno stuolo di giornalisti attenti a questioni politicamente poco pertinenti, ma certo appetibili per il grande pubblico.

D’altra parte - per impulso innanzitutto, ma non soltanto, di studiose - negli ultimi decenni si sta assistendo a uno strenuo tentativo di recuperare dagli archivi vocali informazioni ed episodi capaci di gettar luce sul contributo delle donne alla storia italiana. L’operazione è tanto più ammirevole quando si tenta di divulgare con onestà intellettuale brandelli di memoria a rischio di dispersione: ciò accade, per citare due titoli, con il recente romanzo di Maria Rosa Cutrufelli Il giudice delle donne e con il saggio di Filippo Maria Battaglia Stai zitta e va' in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo (Bollati Boringhieri, 2015).

Pur se piuttosto sinteticamente, qui vengono ripercorse le tappe fondamentali della partecipazione politica femminile del paese, prestando particolare attenzione al modo in cui le donne sono state (bis)trattate dai colleghi. L’analisi dell’autore – giornalista, vice caposervizio di Sky tg24 – prende avvio dagli anni quaranta del novecento, soffermandosi per esempio sull’apporto - spesso sottostimato - delle donne alla resistenza o alla nascita del nuovo assetto dello stato, sebbene su 566 membri la costituente contasse solamente 21 donne, sino ad arrivare ai nostri giorni.

L’indagine si sofferma in special maniera sui principali argomenti di dibattito e sulle lotte che hanno più da vicino interessato le donne – l’abolizione delle case chiuse, i referendum in materia di aborto e divorzio, la legislazione sulla violenza sessuale e il delitto d’onore – nonché, parallelamente, sulla partecipazione femminile alla politica italiana: partecipazione che non di rado è (stata) sofferta, difesa coi denti, messa in discussione, avversata. Fuori e dentro il parlamento, le cittadine hanno dovuto fare i conti con modelli di donna – su tutti, quello di angelo del focolare –, improntati a modestia, passività e ubbidienza.

Come illustra Battaglia con abbondanza di documentazione, di frequente a quelle impegnate per la collettività è stato chiesto di tornare al "proprio" posto (meglio se dietro i fornelli o al seguito della prole), sacrificare le proprie ambizioni per un ideale più alto e fare un passo indietro, anzitutto per non ostacolare l’altrui carriera. A tal proposito è paradigmatica la vicenda della comunista Teresa Noce, che non solo scoprì tramite stampa l’annullamento del suo matrimonio col compagno Luigi Longo (da lui ottenuto con vari espedienti nel 1953), ma fu nondimeno esclusa dalla direzione del partito per via delle frizioni con alcuni dirigenti dopo le sue rimostranze sulla condotta del marito presso la commissione centrale di controllo del partito.

Da allora, purtroppo, malgrado il passare del tempo, è rimasta costante la colpevole confusione tra sfera pubblica e privata, sovente rafforzata dal pregiudizio di una possibile incompatibilità fra caratteristiche ritenute prettamente femminili e capacità governative. Ciò, mostra Battaglia, ha favorito l’insorgere tanto del sessismo tout court quanto di quello cosiddetto "benevolo"; ed è stato proprio a causa del paternalismo che in numerosi, non disinteressati casi si è insistito sulla presunta innata sensibilità delle donne – a tutto discapito del profilo scientifico, dell’esperienza e delle doti personali – per mantenerle a debita distanza da responsabilità e cariche, pretestuosamente ritenute minacciose per la loro moralità o per il compimento della "vocazione" di moglie e madre. 

Negli ultimi anni, inoltre, – Berlusconi docet – si è diffusa la percezione delle donne quali “ornament[i] del potere”, decorative e futili presenze posizionate ad hoc a fianco di una o più figure maschili designate a gestire il potere. Agli occhi di alcuni ciò ha reso ancor più giustificati i toni poco civili e persino gli aperti attacchi (talvolta non meramente maschilisti, ma pure classisti o razzisti: basti pensare all’ex ministra Cécile Kyenge) nei confronti delle politiche, già analizzati da Graziella Priulla in Parole tossiche e purtroppo condivisi da numerose formazioni, come rileva Battaglia. L’approccio bipartisan costituisce indubbiamente uno dei pregi della sua opera, che non risparmia di sottolineare le mancanze e le storture attribuibili ai componenti di ogni tipo di movimento politico, dai simpatizzanti dell’Uomo qualunque ai 5stelle. Per far ciò, il saggista ricorre a documenti quali pagine di cronaca, dichiarazioni e interviste, capaci di restituire, persino nella dimensione del frammento, l’acredine dei giudizi e degli stereotipi.

La varietà e la ricchezza delle testimonianze adoperate sono certo da annoverare fra gli elementi che rendono il volume un utile punto di partenza per farsi un’idea generale sulla condizione delle italiane negli ultimi settant’anni – in questo senso l’impianto bibliografico costituisce una buona base per successivi approfondimenti – quanto per trarre spunti di riflessione che possono essere applicati con profitto alla realtà contemporanea. Si può infatti scoprire – purtroppo, senza esserne sorpresi – come avvenenza, cura del proprio aspetto e relazioni affettive delle donne coinvolte attivamente in politica abbiano da sempre costituito un argomento di conversazione fuori e dentro le Camere, quando non un futile, vigliacco pretesto per insulti che nulla hanno a che vedere con il loro valore.

Se è senz’altro lodevole l’intento di Battaglia di presentare molto materiale ed evidenziare innegabili fattori di continuità fra passato e presente, in più punti la trattazione rischia di rivelarsi troppo frettolosa o sommaria. Concepito in primo luogo per un pubblico non specialista, il saggio – al pari dei suoi lettori – avrebbe quindi tratto maggior beneficio da più ampi approfondimenti focalizzati sul retroterra culturale, storico e sociale in cui i fenomeni descritti si collocano, per spiegare meglio com’essi siano stati e siano ancora oggi sintomo e, a loro volta, causa di discriminazioni. 

In conclusione, in una nazione in cui il politicamente corretto è faticoso da attuare sin dalle sue più basiche opzioni linguistiche – su cui, tra l’altro, hanno sinora influito poco persino le prese di posizione di esimi esperti e dell’Accademia della Crusca –, Sta’ zitta e vai in cucina permette una militante e lucida rilettura della storia della repubblica, segnata da lotte, tenaci pregiudizi, sconfitte e faticose vittorie dell’intero popolo italiano e non, riduttivamente, della sua metà.

Filippo Maria Battaglia, Stai zitta e va' in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo, Bollati Boringhieri, 2015