Recensionestorie

Un manuale per italiane
o per inglesi?

"Italiane", della storica Perry Willson. Biografia di un Novecento popolato da tutti e due i sessi, dalle prime mobilitazioni politiche ai meandri del femminismo. Un libro esperto, fatto con metodo anglosassone, ma di difficile importazione. Che ci dice che il cammino della storia delle sessualità è ancora agli inizi

Almeno in linea di principio, le caratteristiche formali dei manuali sono: una presentazione chiara dell’argomento, indicazioni pratiche per ulteriori approfondimenti, la bibliografia essenziale, possibilmente un glossario dei principali termini specifici utilizzati nel testo, ecc. Quando è in grado di offrire tutto ciò, un manuale favorisce e sottolinea l’avvenuta legittimazione di un certo ambito di interessi. Così è per quelli di botanica, del buon campeggiatore, di geofisica. Ma quando l’argomento riguarda l’identità – storica, antropologica, filosofica, biologica - di uomini e/o di donne? E se poi si tratta di lesbiche, trans, gay, queer? Da tempo esistono handbook in inglese su questi temi. Ma cosa significa avere tra le mani un manuale che tratta di differenze sessuali? Che finalmente le donne, o i gay, hanno diritto di esistenza? In parte probabilmente è così. Ma ciò non basta.
Qualche anno fa, lo storico Vittorio Vidotto si pose il problema, circoscrivendolo ai due sessi più noti, e si servì di un semplice stratagemma grafico. Nel raccontare  l’Italia del dopoguerra, inserì qua e là qualche statistica e lusinghiero apprezzamento sul ruolo delle donne nelle vicende storiche del paese, e intitolò il suo libro Italiani/e; sottotitolo: Dal miracolo economico a oggi (Laterza, 2005). Era convinto di aver trovato una soluzione al dilemma che tormenta ormai da almeno tre generazioni le donne impegnate negli studi di genere, anche se raramente ha disturbato i sonni di quelli che si dedicano ad altro tipo di studi e non ci hanno mai pensato: come dar conto del fatto che non si può pretendere di fare ricerca ‘scientifica’ e ‘oggettiva’ – si tratti di storia o di filosofia, di economia o di biologia poco importa - e limitarsi ad affrontare il proprio ambito di indagine dal punto di vista esclusivo degli uomini; con protagonisti, fonti, documentazione, metodologie, paradigmi teorici, invariabilmente e monotonamente maschili. Senza contare i pregiudizi culturali, le misoginie secolari, e altre diavolerie patriarcali che ancora imperversano. Tutto ciò non si può cambiare con la semplice aggiunta di qualche dato.     
Sono alcune delle domande stimolate dal recente "Italiane. Biografia del Novecento", (Laterza, 2011) di Perry Willson, docente in Scozia, specialista in storia sociale delle donne nel periodo fascista, autrice di molti saggi sull’Italia. Il titolo dell’editore, un po’ troppo ambizioso e ammiccante rispetto a quello originale - Women in Twentieth-Century Italy - sembra studiato per soddisfare alcune priorità nazionali: celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia ‘dalla parte di lei’, contribuire al rinnovato dibattito intorno alle politiche di genere nel paese, e infine mettere a disposizione un quadro critico in contrasto con la esecrabile arretratezza culturale dilagante nell’era  berlusconiana.
Il volume offre un panorama delle condizioni materiali delle italiane fin dagli inizi del secolo scorso, dalle lotte per il suffragio e la parità del salario, alla nascita di gruppi e giornali, alle affermazioni in campo intellettuale, ai ritardi dell’emancipazione. C’è un buon equilibrio tra i 10 capitoli: i primi 5 coprono il periodo delle prime mobilitazioni politiche fino alla seconda guerra mondiale; un terzo del libro, infine, è dedicato all’analisi degli ultimi tre decenni, dagli anni ’70 ai giorni nostri. 
Non c’è dubbio che mancava in Italia un quadro storico d’insieme aggiornato; e nel complesso il risultato è senz’altro positivo. Willson è una studiosa esperta, conosce bene il mestiere; e, inoltre, per chi proviene dal mondo anglosassone, con una solida formazione pragmatica alle spalle, avventurarsi nei meandri del femminismo e della storia italiane, come lei stessa riconosce, risulta spesso assai arduo.
Il libro solleva tuttavia qualche interrogativo sugli scopi impliciti ma non dichiarati di questo tipo di sintesi, e il pubblico cui si rivolge. E’ evidente che si privilegia il mondo degli insegnanti di scuole superiori e dell’università. E qui un confronto tra le due lingue entro cui si muove Willson è d’obbligo. Un pubblico universitario anglofono, in massima parte composto di giovani che seguono corsi di Italian Studies e di storia italiana, è in genere abituato a leggere molto più dello studente medio nel nostro paese. Per quei lettori, e soprattutto lettrici, Italiane è uno strumento di base agile e ben fatto; tenuto conto che viene inserito all’interno di programmi che prevedono, oltre alla frequenza obbligatoria, anche altre letture. Le note di Willson sono ricche di riferimenti a ricerche e studi sull’Italia scritti e pubblicati in inglese.
Diversamente da quelle dell’amica Albione, nelle università italiane si legge pochissimo. Per gli esami della triennale di storia contemporanea o di sociologia, e anche di altre aree disciplinari, soprattutto per chi non frequenta, è comune leggere non più di 100-200 pagine per corso. Questa tipologia studentesca consuma  distrattamente, uno dopo l’altro, quasi stesse gustando l’ennesimo Big Mac, i tanti ‘libri-guida’, ‘idee-di-base’, ‘gettoni’, ‘passpartout’, ‘punti-di-forza’, ‘vele spiegate’, ‘remi in barca’, ‘colpo d’occhio’, che affollano le collane editoriali. 
Se in Italia esistono poche o nessuna sintesi come quella di Willson non è soltanto perché all’estero sono più brave di noi, ma perché l’uso che lì si può fare di questo tipo di libri è assai diverso da quello che possiamo farne noi. Ma anche da quello che vogliamo farne noi. Credo infatti che per molte ragioni, di varia e diversa natura, la maggior parte di coloro che insegnano e ricercano nell’area degli studi di genere – data la loro tarda affermazione e scarsa visibilità in Italia – considera in maniera problematica le visioni panoramiche; si teme (temiamo) di annacquare eventi e questioni cruciali nel grande mare di una visione un po’ antiquata: la storia “dei percorsi a ostacoli”, alcuni alle spalle, altri da superare in futuro. Italiane corre un po’ questo rischio. In un’epoca che ha travolto e travolge ogni ambizione di sistemare in maniera stabile concetti e categorie della conoscenza, in particolare se sono di natura identitaria, tenuto conto che le visioni progressiste dell’esperienza storica sono tramontate, è quanto meno azzardato cimentarsi nelle sintesi. 
Queste ultime sono una benedizione soprattutto quando soddisfano le tante esigenze poste dal difficile connubio tra problematicità del tema in oggetto e sua descrizione articolata; quando le questioni aperte vengono sì analizzate e spiegate, ma anche: lasciate ancora aperte. Quando, anzichè sorvolare sui temi scottanti, questi ultimi vengono esaminati criticamente; e ahimè, di questo si tratta quando si parla di sessualità e delle loro differenze. La più nobile vocazione degli studi storico-sociali  intorno ai generi è quella di problematizzare le categorie in uso; di suggerire come avanzare verso zone inesplorate. Se dal punto di vista metodologico la ricerca comparativa e l’interdisciplinarità sono ormai divenute delle priorità assolute, il terreno della storia delle sessualità – perché di questo si tratta – è ancora agli inizi, anche se ha le potenzialità di una miniera ricchissima da sfruttare.
 Attraverso una rassegna critica delle nuove ricerche sul tema, la studiosa Dagmar Herzog ha di recente brillantemente illustrato per il primo e il secondo dopoguerra le tante maniere con cui – in Europa e fuori di essa – si (de)costruiscono le “culture sessuali”; com’è cambiata e come cambia la maniera di intendere ‘sesso’ e ‘sessualità’; quanto questi cambiamenti coinvolgono i sentimenti, le leggi, i mercati; le idee di amore come quelle di cittadinanza, di ‘razza’ e di nazione; le rappresentazioni e l’immaginario. Considerate le trasformazioni sconvolgenti a livello globale delle pratiche sessuali; le nuove legislazioni in merito a maternità, paternità e ai diritti riproduttivi; i traffici di corpi e di organi - cosa significa sessualità in questo scorcio di millennio rimane un tema ancora da studiare, ben prima che sia possibile ricavarne una sintesi.

Perry Willson, "Italiane. Biografia del Novecento". Laterza 2011. pp. 366, euro 24