Ricercheretribuzioni, lavoro, Europa

Il “gender mainstreaming” delle politiche di inclusione attiva

Data pubblicazione: 11/2009
Gender mainstreaming active inclusion policies
Autori: Marcella Corsi e Manuela Samek Lodovici. In collaborazione con Angela Cipollone, Carlo D’Ippoliti e Silvia Sansonetti
Committente: Commissione Europea, Direzione generale occupazione, affari sociali e pari opportunità
Area geografica: Membri UE27, Islanda, Liechtenstein, Norvegia
Abstract: 

Il “gender mainstreaming” è un elemento cardine delle politiche di inclusione attiva. Nonostante ciò si tratta di un approccio ancora poco sviluppato in ambito europeo. (...)

Il “gender mainstreaming” è un elemento cardine delle politiche di inclusione attiva. Nonostante ciò si tratta di un approccio ancora poco sviluppato in ambito europeo. Lo scopo di questo rapporto corrisponde, pertanto, allo sviluppo della dimensione di genere nelle politiche di inclusione attiva, volte ad accrescere il tasso di partecipazione al mercato del lavoro e, al contempo, a predisporre uno strumento di sostegno al reddito di ultima istanza. Proprio per attuare una strategia di integrazione attiva, la Commissione europea nel 2007 ha individuato tre punti nodali: adeguato sostegno al reddito, mercati del lavoro inclusivi e accesso a servizi di qualità. Per definizione tale strategia include un’ottica di genere. Infatti le donne hanno maggiore probabilità di divenire povere rispetto agli uomini, spesso a causa di carriere più lente, più brevi o interrotte, oltre a ricevere retribuzioni medie più basse.

Diviene, così, determinante l’accesso a servizi di qualità (per l’infanzia, l’assistenza a lungo termine e i servizi sanitari) anche in considerazione del fatto che alle donne spetta la responsabilità principale della cura in famiglia delle persone più vulnerabili (bambini, anziani, malati e disabili).
Occorre evidenziare che le politiche realizzate in Europa si differenziano su base nazionale, ma mostrano un comune denominatore, ovvero l’obbligatorietà dell’accettazione del piano di reinserimento sociale o professionale pena la perdita assoluta o parziale dell’indennità. Resta il fatto che l’incremento della partecipazione al mercato del lavoro e dell’occupazione può contribuire alla riduzione dei differenziali di genere nell’ambito della povertà. Sono pochi, tuttavia, i Paesi membri ad aver attuato misure che tengano conto delle esigenze specifiche delle donne e degli uomini nel promuovere l’inclusione dei gruppi vulnerabili come, ad esempio, migranti e disabili. La maggior parte dei Paesi ha, invece, sviluppato misure di attivazione per le donne che ritornano al lavoro successivamente al congedo di maternità attraverso l’introduzione di politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
Un altro aspetto riguarda la rilevante frequenza di donne lavoratrici povere. Per questo motivo, alcuni Paesi prevedono l’erogazione di un sussidio anche in presenza di un basso reddito da lavoro. In questi casi, le misure vanno calibrate efficacemente affinché favoriscano l’inclusione nella società piuttosto che un disincentivo al lavoro. Come nel caso delle pensioni di invalidità, infatti, le misure passive possono rivelarsi efficaci sul piano della redistribuzione del reddito, ma allo stesso tempo riducono l’inclusione sociale delle donne più vulnerabili nel lungo periodo. Ciò avviene perchè estesi periodi di inattività professionale incidono negativamente sul livello di occupabilità.
La mancanza di sinergie tra gli strumenti previsti a livello nazionale nell’ambito delle politiche di attivazione costituisce un nodo che non è stato ad oggi sciolto. Reddito adeguato, mercati del lavoro inclusivi e accesso a servizi di qualità sono considerati separatamente in quasi tutti i Paesi, mentre la quota delle persone in difficoltà evidenzia svantaggi multipli. Per questo integrare le risposte da parte dei policy makers diventa essenziale. Ciò è ancor più vero se si considerano le politiche di reddito minimo. Seppur siano previste nella maggior parte dei Paesi membri, gli strumenti di sostegno al reddito di utlima istanza risultano ancora oggi migliorabili sul piano degli incentivi al lavoro.


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