Ricerchefisco, lavoro, Europa

Il sistema fiscale e l’occupazione femminile in Europa

Data pubblicazione: 12/2009
Fiscal system and female employment in Europe
Autori: Francesca Bettio e Alina Verashchagina
Committente: Commissione Europea, Direzione generale occupazione, affari sociali e pari opportunità
Area geografica: Membri UE27
Abstract: 

Qual’è l’impatto a livello di genere delle recenti riforme fiscali adottate nei Paesi dell’UE sul mercato del lavoro? La risposta è negativa, ovvero non hanno contribuito alla riduzione delle disuguaglianze di genere.

 

Qual’è l’impatto a livello di genere delle recenti riforme fiscali adottate nei Paesi dell’UE sul mercato del lavoro? La risposta è negativa, ovvero non hanno contribuito alla riduzione delle disuguaglianze di genere. In alcuni Paesi (Bulgaria, Lituania, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia) sono stati introdotti sistemi di tassazione flat, mentre altri (Ungheria e Slovenia) su questo terreno hanno fatto marcia indietro. Il punto critico risiede nell’impossibilità mediante i sistemi flat di accrescere le entrate fiscali, che è invece una condizione necessaria affinchè le donne possano disporre di retribuzioni medie simili a quelli degli uomini. Anche nei Paesi occidentali è piuttosto modesta la considerazione degli aspetti di genere. Circa tre quarti degli Stati membri hanno attuato una (e in alcuni più) misure, come la riduzione delle aliquote fiscali, l’incremento del livello delle indennità erogate, l’ampliamento delle fasce di reddito, la diminuzione dei contributi previdenziali. Tuttavia, gli esiti occupazionali sono stati moderati. Il risultato potrebbe essere in parte distorto dal fatto che la valutazione di impatto è perlopiù disponibile per i Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, dove l’elasticità agli incentivi fiscali tende ad essere bassa, anche tra le donne. 

 

Proprio in alcuni di questi Paesi (Francia, Germania, Irlanda, Liechtenstein, Lussemburgo, Portogallo) l’imposizione fiscale congiunta resta obbligatoria allo scopo di tutelare le famiglie monoreddito.

Al di là delle valutazioni di merito circa le scelte compiute a livello nazionale, un punto resta fermo: è necessario coordinare gli interventi in ambiti differenti. Altrimenti gli eventuali vantaggi fiscali possono essere compromessi, ad esempio, da una determinata politica per l’infanzia, allorquando l’incremento dei vantaggi sulla tassazione fosse compensato dalla diminuzione della possibilità di accedere all’orario di lavoro ridotto. Ciò significa che laddove (Regno Unito, Francia e Paesi Bassi) sono previsti strumenti come la riduzione dell’orario, gli effetti sull’occupazione sono positivi.

La crescita dell’occupazione è stata anche favorita dall’adozione di un approccio di workfare alle politiche di reddito minimo. In altri termini, legare l’erogazione di un sussidio all’accettazione di un piano di inserimento nel mercato del lavoro ha contribuito a stimolare i disoccupati nella ricerca attiva di un lavoro. L’aspetto positivo del workfare riguarda il passo in avanti verso l’individualizzazione dei diritti sociali. Il passo ulteriore dovrebbe consistere nell’incremento sia della generosità delle misure previste, sia della platea di possibili beneficiari, specialmente nei Paesi che evidenziano un ritardo maggiore: Grecia, Italia, Portogallo. Il workfare, tuttavia, sembra efficace nel caso di famiglie con due adulti occupati che affidino i figli in “outsourcing”. In tal senso, l’approccio individualizzato può porre in difficoltà le (numerose) donne che non hanno la possibilità di affidare i propri figli all’esterno. Per questo motivo cresce in Europa l’attenzione verso un altro approccio, basato su un sistema fiscale a favore delle donne. Si tratta di una proposta audace, anche se le differenti elasticità occupazionali che esistono non solo tra uomini e donne, ma anche tra le donne, ripropongono irrisolti problemi di fattibilità.


Link alla ricerca completa