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Lettere a inGenere. Artiste madri

Foto: Unsplash/ Mr TT

Siamo artiste visive, abbiamo molti anni di lavoro e di ricerca alle spalle, un’alta formazione accademica, e ci scontriamo con l’assenza di diritti su tutti i fronti. Siamo anche madri, e questo ci fa vivere un’ulteriore forma di disparità. Già prima della pandemia non avevamo la possibilità di accedere al congedo di maternità e di usufruire di quello parentale, di iscrivere figli e figlie ad asili nido e scuole dell’infanzia pubbliche, in quanto per lo Stato e le Istituzioni noi siamo “disoccupate”. Non abbiamo nessun sostegno in caso di malattia o infortunio, perché a differenza di quanto avviene in molti Stati europei in Italia la nostra categoria professionale non esiste.

Le nostre difficoltà quotidiane, in questo periodo di crisi sono diventate insostenibili. L’emergenza sanitaria ci ha esposto, come tante altre soggettività precarie, ad una grave insicurezza economica e sociale, rendendo evidenti i paradossi del settore culturale di cui facciamo parte. Abbiamo mutui per la casa e affitti da pagare, i costi degli studi in cui lavoriamo, ora disabitati, da sostenere e nessuna entrata su cui contare.

Come se non bastasse constatiamo che neanche in questa situazione veniamo considerate come professioniste, né dallo Stato e dalle altre Istituzioni pubbliche e tantomeno dal sistema dell'arte.

È sul lavoro di noi artiste e artisti che si basano le attività di tantissime persone impegnate nel settore culturale, eppure, quotidianamente ci confrontiamo con richieste di lavoro non retribuito.

Questo è un profondo problema culturale. Non lavoriamo per la nostra “visibilità” o per la tanto decantata retorica della “passione”, lavoriamo per portare avanti la nostra ricerca e vivere degnamente la nostra esistenza. Non si può sempre tagliare la voce di spesa relativa al compenso dell'artista. Non possiamo più permettere questo stato di sfruttamento.

In Italia non viene sostenuta la sperimentazione in campo artistico, ad esempio attraverso dottorati e assegni di ricerca. Non esiste alcun sussidio per gli artisti e le artiste visive nonostante la nostra peculiarità lavorativa che include lunghi periodi senza alcun guadagno e a differenza di altri paesi Europei non abbiamo nessun sistema contributivo. Non è accettabile che le Accademie di Belle Arti continuino a formare artisti e artiste, i musei a commissionarne le opere e le gallerie a venderle, se l’artista come figura professionale non è riconosciuta da nessuna parte.

Questa condizione di precarietà, per noi che siamo anche madri è sistematica.
Nell’assoluta mancanza di qualsiasi forma di tutela, la maternità rischia di costituire la negazione dell’operare artistico stesso. Il processo creativo è fatto di tempi e modi che non sono compatibili con la vita domestica perché ancora oggi il peso maggiore dell’accudimento e della gestione famigliare ricade sulle donne. Non si può pensare che si possa lavorare e occuparsi dei figli senza un giusto sostegno alla cura e alla ricerca da parte dello Stato e le Istituzioni.

Se molte colleghe hanno fatto della maternità un tema centrale del proprio lavoro, questa è la dimostrazione di quanto possa essere forte il desiderio di esistere e di creare e di quanto questa condizione possa arricchire la pratica artistica stessa.

In Italia c’è una grave disattenzione verso le necessità delle artiste madri. Non esistono sostegni specifici e mirati da parte di fondazioni, residenze per artisti o musei e a tutto questo si aggiunge la quasi totale mancanza di un adeguato spazio dato al dibattito di tutti questi temi. È un disinteresse che non possiamo più accettare.

Troppe volte siamo state escluse dai programmi di residenza perché incinte o con famiglia al seguito o abbiamo dovuto rinunciare ad incarichi importanti ad esempio nelle Accademie. Perché la maternità fa paura, perché va pagata, perché richiede attenzione e cura, perché cambia la nostra percezione del tempo, perché fa perdere il controllo sulle persone e sui corpi.

Vogliamo che l’attività artistica acquisti la legittimità di una categoria professionale, per uscire da una condizione di sfruttamento ed informalità e dalla diffusa percezione che sia un hobby, per privilegiati o folli, e non una vera scelta lavorativa. Vogliamo che ci venga riconosciuto il congedo di maternità e tutti gli altri ammortizzatori sociali previsti per le donne lavoratrici con figli. Vogliamo che le istituzioni dell’arte inizino a mettere in pratica quelle idee d’impegno sociale che fino ad ora hanno veicolato, attraverso le opere degli artisti e delle artiste, solo formalmente.

Immaginiamo un sistema solidale e collaborativo, in cui sia contemplato il tempo della maternità, come possibilità di scelta libera e incondizionata e in cui il tempo della ricerca sia considerato come momento imprescindibile alla produzione artistica.

Scriviamo come artiste madri, perché per noi l’essere madri disegna il perimetro di una lotta che riguarda tutte le genitorialità e anche chi i figli non li ha o non li vuole e crediamo che quando saranno garantiti i nostri diritti, lo saranno anche quelli delle altre soggettività discriminate.

Ci rivolgiamo alle nostre colleghe, ai nostri colleghi e alle persone con cui collaboriamo: è ora di cambiare il nostro sguardo. Lottiamo per avere delle relazioni di lavoro eque. Non accettiamo e non proponiamo lavori che non siano pagati.
Ci rivolgiamo al Governo, alle Istituzioni, e a tutti gli operatori culturali: è ora di riconoscerci.

Sara Basta, Francesca Grossi, Vera Maglioni

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