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Lettere a inGenere. Machi contro virus

Foto: Unsplash/ Samantha Sophia

La crisi legata allo scoppio della pandemia Covid-19 ci ha improvvisamente fatto scoprire tutti molto più fragili di quanto fossimo disposti ad ammettere. Tutti, tranne alcuni leader mondiali che di fronte l’emergenza hanno assunto atteggiamenti ‘maschi’: predicando una sorta di darwinismo sociale, hanno reiteratamente asserito l’esigenza di tutelare l’economia di mercato prima ancora della salute pubblica.

In Italia abbiamo stigmatizzato le decisioni assunte al principio della crisi da Donald Trump e da Boris Johnson, rispettivamente negli USA e in Gran Bretagna. Si è discusso molto meno del similare atteggiamento tenuto da Jair Bolsonaro in Brasile. Con un paese a un passo dalla recessione economica e in allarme per la situazione sanitaria – con il numero dei contagi da coronavirus che in poche settimane è passato da poche decine a un migliaio, e con 22 positivi fra ministri e assessori del presidente – il paese ora è anche sull’orlo di una crisi diplomatica con la Cina: il deputato Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente Jair, sulla scia di quanto già fatto da Trump, ha recentemente accusato via Twitter il paese asiatico di essere responsabile della pandemia, provocando la reazione della Cina, che importa peraltro circa il 78% della soia brasiliana. Bolsonaro si è ostinato per venti lunghissimi giorni a non adottare misure preventive nei riguardi dell’epidemia, definendola una semplice influenza. Anzi, il 15 marzo – violando la quarantena cui avrebbe dovuto attenersi per aver viaggiato in Florida con una équipe di cui 14 persone sono risultate positive al Covid-19 – si è recato in piazza per un bagno di folla con i suoi sostenitori. Alcuni governatori, in special modo quelli di San Paolo e di Rio de Janeiro, hanno proceduto autonomamente, cercando di sfruttare il vantaggio sul virus in termini di tempo e invitando la popolazione a restare nelle proprie abitazioni per contenere i contagi.

Nella sera di mercoledì 18 marzo ci sono stati numerosi cacerolazos, proteste rumorose andate in scena dai balconi di molte città del paese, fra cui Brasilia e Belo Horizonte, volti ad esprimere il disappunto dei cittadini rispetto ad una gestione colpevolmente inerte del problema.

Si calcola al ribasso che in Brasile siano circa 25 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà: fra queste, circa 12 milioni risiedono nelle favelas. Nessuno può predire l’impatto che la propagazione del Covid-19 in tali realtà – dove si vive in situazioni di sovraffollamento e in precarie condizioni igienico-sanitarie – potrebbe avere. E il primo contagio accertato nella favela di Ciudad de Dios, ad ovest di Rio de Janeiro, non lascia ben sperare.

In un quadro di questo genere, risulta ancora più incomprensibile la filosofia negazionista che il presidente ha adottato per settimane: un atteggiamento da macho contro il virus, che non poteva che provocare tardive retromarce, come del resto sta avvenendo anche in USA e in Gran Bretagna. È arrivata così la decisione di giovedì 19 marzo di chiudere le frontiere terrestri con i paesi confinanti, e di proibire gli assembramenti: misure ancora troppo timide per un virus che ha dimostrato la propria rapidità di trasmissione. Ad oggi il Brasile non ha ancora adottato misure di quarantena a livello nazionale, sebbene, come detto, molti governatori abbiano proceduto in questo senso.

La crisi del Covid-19 ha reso drammaticamente evidente la nostra interconnessione a livello planetario: solo qualche mese fa, gli 8600 km che separano Roma da Wuhan ci facevano pensare a quella regione come una realtà distante anni luce da noi. Il virus ci ha dimostrato che così non è affatto, che le frontiere geopolitiche sono molto più porose di ciò che crediamo, perché non sono altro che un’invenzione umana, e che il famoso battito d’ali di una farfalla in Brasile può trasformarsi in un uragano in Texas.

In questi giorni è stato detto e ribadito più volte che le crisi – sanitaria, sociale, economica – innescate dalla pandemia ci costringeranno a cambiare, a trovare nuovi modi di pensare la nostra socialità. Siamo forse arrivati alla fine di un ciclo economico, e sarà necessario fare tesoro di questa esperienza traumatica, sotto molti aspetti, per trasformare il dolore e la paura, metabolizzarli collettivamente e ricostruire le nostre comunità su basi più inclusive e solidali.

Bolsonaro, Trump, Johnson ci stanno dimostrando il fallimento di una politica sovranista-machista, basata sull’esibizione dei muscoli contro un patogeno invisibile, subdolo, che può essere debellato solo con la scienza, la cooperazione internazionale e la rapidità. Del resto, anche il vocabolario sfoggiato in queste ultime settimane, e non solo dai “sovranisti sanitari” fautori della teoria dell’immunità di gregge, – un vocabolario che attinge ampiamente al lessico bellico: “guerra”, “eroi”, “nemico”, “trincea” – dimostra il nostro disorientamento, la nostra incapacità di trovare nuove categorie e nuove pratiche discorsive per descrivere gli eventi di cui siamo testimoni.

Questa politica maschia, basata sull’accettazione dell’idea di una selezione naturale dei più adatti, che dimostra sprezzo del pericolo e scarsa empatia per i più deboli, si ispira a un imperativo, a un mandato: quello cioè di rimuovere a tutti i costi la fragilità e l’incertezza che sono invece ineluttabilmente parte integrante della vita. Un credo politico che sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza di fronte a una sfida complessa, che certo non può essere affrontata con la retorica: dovremo ricordarcelo, la prossima volta che saremo chiamati alle urne.

Susanna Mantioni, dottoressa di ricerca in Questione femminile e politiche paritarie presso l’Università degli Studi Roma Tre e in Storia presso l’Università Complutense di Madrid, research fellow presso l’Istituto Interdisciplinare di Studi di Genere dell’Università di Buenos Aires (Argentina).