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Lettere a inGenere. Ripartiamo da Genova

Foto: Flickr/ Trick 68

Genova è oggi una città distrutta, esempio tangibile di come eventi casuali ma soprattutto incuria, imperizia, irresponsabilità possano portare a disastri dai quali può essere difficile, se non impossibile, risollevarsi. Genova può essere laboratorio, di fatto e suo malgrado, per dimostrare che la cura è un fattore essenziale della produzione. Cura intesa come tensione emotiva che ci porta a comportarci nei confronti dell’altro, sia esso persona e cosa, con diligenza, perizia, attenzione, responsabilità nell’intento di garantirne il benessere, la sopravvivenza o anche un uso corretto e sicuro che si protragga nel tempo, riprendendo e realizzando nei fatti quanto ci insegna il vecchio Mito di cura secondo il quale l’uomo, così nominato in quanto humus, alla sua morte rientra in possesso di Giove che gli ha dato lo spirito, si ricongiunge con la terra di cui è composto, ma sarà posseduto durante tutta la sua vita dall’inquietudine, dalla cura appunto, che l’ha plasmato.

Ecco perché propongo di considerare la cura come nuovo fattore della produzione. Credo che la scarsa attenzione per il risultato della produzione nel senso della sua qualità risieda proprio nel non aver considerato essenziale la cura di quello che si fa, il lavoro ben fatto che induce anche soddisfazione in chi lo svolge e rende il soggetto più produttivo. La cura è percepita come un “affare da donne”, qualcosa che attiene alla sfera familiare, alla procreazione e alla crescita della prole, al privato e personale. Tutto tipicamente e tradizionalmente femminile. Anche per questo non comporta un ritorno economico per chi la esercita.

Il concetto di cura dovrebbe invece avere una accezione più ampia e omnicomprensiva, capace di farci superare l’approccio di breve periodo, attento soltanto al qui e ora, per curarci, appunto, di quello che nel nostro contesto e non solo, potrà avvenire tra qualche anno, nel lungo periodo, a noi, ai nostri familiari, al contesto in cui operiamo, insomma a tutti. Cura dovrebbe pure essere applicata alle cose, ai prodotti perché dovrebbero avere una vita lunga e priva il più possibile di deterioramenti, che richiedono manutenzioni e quindi costi.

Le inefficienze hanno dei costi che dovremmo e potremmo evitare. Se analizziamo il sistema produttivo attuale ci accorgiamo che stiamo andando in altra direzione. I prodotti hanno una fine programmata e prevista perché così se ne produrranno altri e altri ancora. Non ci interessiamo, o ci interessiamo scarsamente, di tutti i veleni che servono a produrre ortofrutta bella a vedersi ma cattiva al suo interno, dell’inquinamento che la produzione genera, di quelle che, con una scarsa o nulla attenzione per le conseguenze, l’economia definisce esternalità.

Dobbiamo riconoscere che una produzione sempre crescente di merci e di servizi è incompatibile con la salvaguardia dell’ambiente, date le tecniche produttive, l’organizzazione dell’economia ed il tasso di aumento della popolazione. Abbiamo corso troppo e dovremmo fermarci.

La cura deve essere considerata un fattore della produzione perché senza di lei, come degli altri tre, la produzione resta incompleta e il nostro agire, quanto produciamo, rischia di essere effimero e di non procurarci quel benessere che le nostre scelte economiche perseguono. Senza cura la terra si deprime o si inquina, il lavoro è mal fatto e perciò meno produttivo, il capitale non è investito con responsabile consapevolezza. Proprio a Genova abbiamo di recente sperimentato come l’incuria nei confronti della terra porti alla costruzione compulsiva e selvaggia, al dissesto idrogeologico e a distruzioni ineludibili.

Il crollo del ponte è immagine emblematica del “lavoro mal fatto”, senza attenzione alle conseguenze temporali che ne derivano e alla indifferibile manutenzione che il tempo avrebbe suggerito. La mancanza di responsabilità, e di cura, in Carige, Banca molto radicata sul territorio, una volta fiore all’occhiello dell’economia locale, ne ha causato il tracollo riconducibile proprio alla spregiudicatezza con la quale un vertice corrotto l’ha gestita.
Occorre tener conto della difficoltà di individuare modalità per riconoscere un ritorno economico alla cura. Molto è stato scritto sul valore della cura femminile e qualche tentativo di misurarne l’entità, anche in termini monetari, si è fatto. Credo che la mia proposta elevi questa impostazione connotata al genere per suggerire una visione più ampia. Inoltre potrebbe consentire di evitare quegli sprechi che l’attuale sistema non è in grado di permettersi. Dalle donne occorre partire perché sono loro che l’hanno fin qui praticata e la conoscono più profondamente. Ci è naturale una visione di lungo periodo che garantisca e tuteli la buona vita del soggetto oggetto di cura. Senza disdegnare apporti da tutti gli economisti, con l’umiltà, l’accoglienza ma anche la tenacia che ci caratterizza.

Si faccia attenzione a Genova perché costituisce un monito per tutti. Non si dimentichi che siamo un’economia aperta, globale, e che le crisi si propagano velocemente, più di quanto ci si aspetti. Come la caduta del ponte e le sue conseguenze si stanno diffondendo dalla zona rossa agli altri quartieri della città, molto presto avremo ripercussioni su interi settori della produzione e le sofferenze si diffonderanno ad altri contesti.

L’emergenza suggerisce un patto, una contaminazione tra scienze e conoscenze. Saremo noi in grado di accettare questa sfida?