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Pagine zen - Carla Vasio

Scrittrice e poeta, studiosa di musica e arti visive, autrice di haiku, Carla Vasio è spesso ricordata come l'unica donna entrata a far parte del 'Gruppo 63'

Nata a Venezia nel 1932, vissuta a lungo in Giappone e in seguito a Roma; scrittrice e poeta, studiosa di musica e arti visive, autrice di haiku, Carla Vasio è spesso ricordata come l’unica donna entrata a far parte del famoso Gruppo 63. Fondato in quell’anno a Palermo, il gruppo era stato un momento di raccolta di giovani letterati insofferenti dell’establishment; ne facevano parte Arbasino, Sanguineti, Balestrini, Giuliani, Eco, Manganelli, Barilli, e molte/i altre/i. Di una stagione dove la creazione sperimentale si accompagnava ad attività multiformi al fine di sprovincializzare la scena culturale italiana, Vasio emerse tra i suoi protagonisti.

Bene ha fatto quindi la casa editrice Nottetempo a pubblicare di recente due opere assai diverse ma di notevole interesse - Vita privata di una cultura, nel 2013, e i racconti Piccoli impedimenti alla felicità, nel 2015. Entrambe si discostano sia dalla produzione sperimentale dei ruggenti anni ’60 e ’70, dagli haiku, dalle opere di ispirazione junghiana, e dal Romanzo storico (1974). Quest’ultimo è una specie di lunga bobina che si dispiega, dove c’è un protagonista di finzione come punto di partenza iniziale, e di qui si retrocede di trecento anni per dare vita a una complessa genealogia che si dirama attraverso molteplici legami parentali spesso incerti, sui quali i lettori possono intervenire con risistemazioni a piacere. Raffinato esercizio di intelligenza e creatività, Enzo Mari aveva costruito una gabbia grafica entro cui collocarlo. La stessa autrice ne parlava come di qualcosa “scritta su un solo grande foglio da appendere alla parete”. Molto elogiato da Calvino, il libro/rotolo di Vasio e Mari rimane tra le migliori invenzioni esemplari che abbiamo ereditato dagli anni ’70.

Un voluto distacco autoironico accompagna le pagine solo in parte autobiografiche della Vita privata di una cultura, come quando Vasio commenta le conversazioni alla trattoria romana “da Cesaretto” con vicini di tavolo occasionali: “Non a tutti piace quello che dico, mi guardano con fastidio e mi trovano priva di quella mitezza anche mentale che dona tanta grazia alle donne”. 

Nei Piccoli impedimenti alla felicità il clima diventa rarefatto e silenzioso; le tradizionali paratie che separano cose, sensazioni, gente, spazi, sfumano le une nelle altre. Si entra in un piccolo mondo dove regna l’indistinto; anziché sembianze ben definite, luoghi e persone hanno piuttosto la consistenza delle ombre. In realtà si tratta di esercizi per individuare la sensata natura di ciò che sembra insensato: porte che rimangono chiuse e poi all’improvviso si aprono da sole, un pavimento che scompare mentre ci si cammina sopra. Sono brevi composizioni senza trama né obiettivi precisi, con dialoghi dove ciascun interlocutore sembra orientarsi in una direzione diversa dall’altro, i protagonisti di rado hanno un nome, i luoghi svaniscono e ricompaiono come in sogno. Quasi immersi in un’atmosfera zen, i personaggi si muovono e parlano con lenta incertezza, poi inaspettatamente la pagina si chiude con un breve colpo di coda verbale: qualcuno cade, scappa, urla, chiude le imposte, si mette a piovere, l’autobus riparte. Come sigillato dalla frase del laconico dialogo finale intitolato Comme il faut con cui il libro si chiude: “La vecchia signora gli volta le spalle e marcia decisamente verso l’uscita: hanno detto tutto quanto era il caso di dire”.