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Sentire la vita - Virginia Woolf

foto Flickr/Ken McMillan

La prosa di Woolf è pervasa da minuziose e intense descrizioni di un mondo narrato lentamente, uno sforzo sovrumano mirato ad afferrare il senso della vita e trasferirlo sulla pagina con cura da entomologa

Nelle fotografie scattate da Giséle Freund e nei ritratti della sorella Vanessa Bell che hanno reso assai familiare la fisionomia malinconica di Virginia Woolf – consacrata negli anni ’70 come una delle più grandi e amate scrittrici del secolo scorso – la vediamo distesa su una chaise longue, sprofondata nella comoda poltrona accanto alla scrivania, immersa nella lettura o assorta a pensare. La immaginiamo, inoltre, perennemente occupata a scrivere: saggi, romanzi, lettere, diari, articoli, recensioni, appunti. Accanto a opere famose come Gita al faro, Una stanza tutta per sé o Le tre Ghinee, di lei ci sono giunte migliaia di pagine sugli argomenti più vari, testimoni di assoluta dedizione al mestiere: dalla moda agli animali, fino alle guerre, alla politica internazionale, ai diritti delle donne. 

Per tutta la vita Woolf nutrì una sconfinata passione per la scrittura, intesa come attività assai complessa, relativa - certamente - all’osservazione accurata del proprio ambiente familiare e sociale, alla conoscenza delle letterature, di un gran numero di scrittori e scrittrici del passato, e alla frequentazione di artisti e critici contemporanei; ma riguardante soprattutto uno sforzo sovrumano per afferrare il senso della vita e trasferire sulla pagina con cura da entomologa le percezioni suscitate da ciò che vediamo, come ha finemente osservato Nadia Fusini, curatrice dell’edizione italiana delle opere. 

La prosa di Woolf è pervasa da minuziose e intense descrizioni di un mondo narrato au ralenti. In Oggetti solidi (un racconto del 1920), la scrittrice spiega in dettaglio che “contemplato più volte in modo appena cosciente da una mente che pensa ad altro, qualsiasi oggetto si mescola così profondamente con la materia del pensiero da perdere la sua vera forma e ricomporsi in maniera un po’ diversa in una forma ideale che ossessiona il cervello nei momenti più inattesi”. Lei stessa sembra trasformarsi nelle cose di cui scrive; siano essi insetti, alberi, farfalle, giochi di luce che i raggi del sole creano sui prati. Come nel racconto Kew Gardens (del 1923), dove diverse persone camminano tra le aiuole mentre una chiocciola cerca di farsi strada nel prato. Prima un uomo e una donna con due bambini, poi un giovane e un vecchio che parla concitatamente di spiriti, seguito da due donne anziane che lo osservano farneticare; infine una coppia giovane in cerca del posto dove si può prendere il tè. Tra il camminare e il conversare degli uni e delle altre, si svolge la vicenda della chiocciola intenta a salire su una foglia, protagonista del racconto al pari degli altri personaggi che passeggiano nel giardino. Nell’ultima pagina di questo piccolo capolavoro, tutto l’insieme - uomini, donne, bambini, uccelli, farfalle, fiori, macchie di giallo, nero, rosa, il rombo di un aeroplano - si staglia colto nell’attimo, come in un quadro di Seurat ripreso trent’anni dopo. Le righe finali suggellano le infinite sensazioni suscitate da una giornata estiva nei giardini di Kew: 

“Sembrava che tutti i corpi rozzi e pesanti fossero sprofondati nell’immoto calore e stessero raggomitolati a terra, mentre le voci si staccavano da loro e fluttuavano nell’aria quasi fossero fiamme alte sopra i grossi corpi di cera. Voci, sì, voci senza parole che rompevano all’improvviso il silenzio con una tale profondità di contentezza, con una tale passione e desiderio, oppure, con tanta fresca sorpresa nelle voci dei bambini… rompevano il silenzio? Ma non c’era silenzio; per tutto il tempo le ruote degli autobus giravano; le marce cambiavano; come un nido di scatole cinesi tutte d’acciaio lavorato che incessanti s’avvolgono l’una sull’altra, la città borbottava; e su tutto si levavano forti le grida e i petali di miriadi di fiori schizzavano in aria i loro colori.”